martedì 12 gennaio 2016

Beppe Calabretta Il mastro Il sigaro e la sedia

Giuseppe Calabretta.

Una punteggiatura così non la leggevo da tempo. Così curata, voglio dire, così attenta.  Credo che la cura emerga da tutto il romanzo. Cura e attenzione dell’editore, Andrea Giannasi, che conosco, so con quanto amore e dedizione si dedichi ai libri, alla rivista, alle tante iniziative che porta per la penisola: I festival letterari, i premi.
La stessa cura che si percepisce negli autori che lui sceglie. Autori attenti, innamorati della parola, del gesto dello scrivere e rispettosi del racconto.
Così nel leggere il romanzo calabrese di Giuseppe Calabretta “ Il Mastro il sigaro e la sedia” apprezzo questa cura formale del bel dire, del raccontare con una punteggiatura che, nonostante elimini i segni di interpunzione per il discorso diretto, proprio per questo diventa personaggio.
Perché manca.
I dialoghi si susseguono, senza scansione, fra parlante e narratore con il dialogo continuo che l’autore fa con noi, e sulla scena del romanzo fanno i personaggi. Doppio dialogo. 
Noi con lui. Il lui che  narra di Andrea e di Vincenzo. 
Narra di un paese immaginario, il paese del suo ricordo, narra un pezzo di storia che arriva al 2012, quando il 14 luglio, seduto sulla sua sedia, il sigaro si spegne. Ha cento anni.
Narra la storia Vincenzo, il ragazzo che, a nove  anni, va a lavorare nella bottega di Mastro Andrea, imparando, attraverso lui, il sigaro, la sedia e la storia.
“Il maestro falegname non era ignorante. Il padre, unico bigotto del paese, aveva una concezione estrema dei principi religiosi." 
Quindi questo padre decise di far andare il suo ultimogenito, Andrea, a scuola dai Padri caritatevoli, per diventare prete.
Ma  il terremoto del 1908 trasformerà la vita di Andrea, facendo perire padre e fratello  e lui diventerà Il Mastro, dove Vincenzo, a sua volta, imparerà.

Un passaggio di storia da uno all'altro, seguendo una storia verticale che diventa orizzontale, ed è questo, suppongo, l’anello di congiunzione con Patres di Saverio Tavano.  I due libri si cercarono, quasi a voler chiedere uno all'altro qualcosa.
Nel libro teatro di Saverio un padre si allontana da un figlio cieco, ritorna per trasmettere un nulla urlato, qui nel libro di Calabretta, il racconto si snoda lento, silenzioso, i personaggi sembrano immobili nel momento della narrazione e rimangono ad ascoltare il fiume degli eventi, nel silenzio di un sud  che si chiama Vela. Alza le tue vele, era la canzone di Bertoli, una canzone che presuppone il vento.
 Il vento che debba fischiare e fischiare ancora in un sud  visto nel film di Fabio Mollo” Il sud è niente” Senza lasciare traccia… dice l’autore nella sua nota.
La seconda metà dello stesso secolo, ed i primi anni di quello presente, scivolati via quasi senza lasciar traccia.
Nel sud del silenzio posso percepire quello che  mi sembra una mancanza nel ritmo del libro. Forse voluta. Un registro narrativo su un tono sempre uguale, un  tempo lento. Del villaggio. 
Ippolita Luzzo 

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Leggendo la recensione, redatta da chi osserva attentamente le regole di rispetto e padronanza della nostra meravigliosa lingua italiana, non può che scaturire la voglia di leggere questo libro; ed ho la certezza che potrò leggerlo di un fiato, senza inciampare in frasi incomprensibili per carenza di punteggiatura. Grazie.

Ippolita Luzzo ha detto...

Un racconto lento, con i tempi dell'attesa e il silenzio del sud. Un tramandarsi storia antica