mercoledì 15 agosto 2018

La Noia di Ferragosto

Da Moravia La Noia "La noia, per me, è propriamente una specie di insufficienza o inadeguatezza o scarsità della realtà... Il sentimento della noia nasce in me da quello di un'assurdità della realtà, come ho detto, insufficiente ossia incapace di persuadermi della propria effettiva esistenza." 
La noia è la mancanza di rapporti con le cose, la noia è percepire con chiarezza l'incomunicabilità fra le persone. 
Allargando dalla sfera dei rapporti fra i sessi a quella sociale il possesso della realtà ci sfugge proprio quando ci illudiamo di averlo posseduto, come in un rapporto amoroso. Il protagonista delLa Noia si incaponisce in uno sterile rapporto nemmeno amoroso ed entra in una dipendenza quando vorrebbe conferma dal suo oggetto amoroso "Così pensai, poteva darsi che io l'avessi posseduta davvero, posseduta a fondo, posseduta senza margini di autonomia e di mistero. Ma io non potevo averne coscienza, né dunque goderne; del possesso, a quanto sembrava, poteva esserne consapevole soltanto chi era posseduto, non chi possedeva" 
Rifletto su queste frasi di Moravia, rifletto per darmi chiarimento sui rapporti non posseduti, sui rapporti fra fantasmi e robot, abitanti il circondario della mia terra natia. Allargando quindi il concetto di noia all'incomunicabilità, al non rivedersi e rivederli, al non ascolto, e mi sembra una analisi perfetta di giorni e anni passeggiati e parcheggiati nella piana ostile di Sant'Eufemia, d'altronde una piana bonificata perché malsana. 
L'ho sempre sentita ostile e malsana questa mia città, con abitanti mai posseduti, proprio perché chi possiede sensibilità e desiderio di riconoscere ed essere riconosciuto viene isolato.
La noia non è solo una peculiarità del ferragosto, ma una conferma di questa scarsa esistenza delle cose, di una realtà appena sfocata intorno. 
Ippolita Luzzo 
  

lunedì 6 agosto 2018

Roberto Giardina PFIFF Una storia operaia nella Torino degli anni Sessanta

PFIFF è un suono, una immagine, un cubo, un chilo di acciaio, una piccola di quantità di acciaio, ciò che viene tumulato durante un funerale di un operaio caduto nella colata destinata alle carrozzerie della nuova 500.
Nel gennaio del 1962, vincitore del concorso nazionale per un saggio breve sui cento anni d'Italia, parte da Roma per Torino un giovane studente in legge.
Il premio erano sei mesi pagati nel giornale che aveva bandito il concorso, un giornale che aveva fatto la storia, il simbolo del Risorgimento.
Il protagonista sarà lui, attraverso i suoi occhi leggeremo anni di storia sociale e operaia e anni di giornalismo. 
Un ragazzo che voleva fare lettere all'università e sceglie legge, ma il destino lo riporta allo scrivere, alla scrittura.
Porta con sé un dono, "L'Ulisse" della collana Medusa, casa editrice Mondadori.
 Arrivato al giornale non ha un posto vero, lo mettono nella cronaca, il suo primo pezzo sarà raccontare quel funerale, il funerale di uno dei tanti morti, dei tanti operai caduti sul lavoro in quegli anni.  Sono operai scomparsi senza storia se non fosse per un particolare che continua a farli restare vivi, quel PFIFF di un articolo, quel suono a denunciare una regola fatta di episodi terribili. 
Conosciamo il giornale e ci viene raccontata la vita dei giornalisti, dal di dentro, i consigli, le sigarette, la discrezione.
L'orgoglio di essere un giornale serio "Ci comprano perché conserviamo la dignità antica di quel che fu un giornale nazionale. Quindi abbiamo una pagina culturale d'alto livello, mandiamo inviati in giro per il mondo, manteniamo corrispondenti all'estero, e dobbiamo dimostrare che la nostra cronaca torinese è di qualità combattiva, che diamo del filo da torcere agli altri. Sono pagine che magari non leggono ma che vogliono vedere. E l'amministrazione spende e spande ma risparmia sulla cronaca. Avrai l'impressione di svolgere un lavoro inutile, che pochi leggono i tuoi pezzi. Non importa quanti sono, ma chi sono... sei un cronista non uno strillone" così il capocronista Mauri, soprannominato il pesce rosso, racconta al nuovo arrivato, al ragazzo vincitore del concorso, il giornale, cosa significhi un giornale, quel giornale."La cronaca era una squadra, ognuno aveva un ruolo fisso, e ogni ruolo era di tutti, secondo il momento. Si giocava con l’altra squadra cittadina, più ricca, più forte, con più giocatori. L’unica possibilità di non venire sconfitti era di muoversi compatti, aggredire l’avversario in un punto limitato del campo, tralasciando il resto"
I consigli "Vuoi diventare giornalista? Allora ricorda: qualunque fatto ti chiedano di scrivere, una rivoluzione o una partita di calcio, è uguale. Devi solo pensare a scrivere bene. Le notizie sono un pretesto. L’unica notizia sicura è quel che tu pensi. E il pensiero è il tuo stile"
Quegli anni: gli scontri, il sindacato, le lotte operaie per l'orario di lavoro, per la sicurezza sul lavoro. Allora si andava alla Fiat e dal sud salivano a Torino. "Gli uomini del sud morivano, nella fabbrica, e nelle fabbriche" le donne venivano uccise per quel minimo desiderio di essere libere, un desiderio che al nord sembrava possibile. 
W La Stampa, mi ritrovo a scrivere spesso io da molti anni.
W La Stampa, come entità soprannaturale, come voce nel deserto, come insostituibile compito di denuncia e conoscenza.
Il protagonista passerà poi dalla Gazzetta del Popolo, che non viene nominata, nella redazione della Stampa.
La stampa vista a volte come soluzione alle ingiustizie.
Moltissimi gli episodi raccontati, riporto "L'estate dei funghi avvelenati", ogni estate però racconteranno le cronache ci saranno famiglie avvelenate da improvvidi cercatori di funghi.
A luglio il giovane avrebbe terminato il lavoro, i sei mesi,  ma ormai il giornalismo sarà una seconda pelle e occuperà ogni giorno del suo scrivere.
Un libro come atto d'amore in una epoca in cui si dileggia il giornalismo, in cui si rendono sempre più deboli i diritti dei giornalisti, in cui il confine fra le notizie e le false notizie diventa sempre più labile. Un libro utile per riflettere e ripetere con quanta facilità possano perdersi conquiste. Un libro vigile e nato dal desiderio di conservare un cubo, affinché, conservando quel chilo di acciaio, non si scordi da cosa sia fatto.
Ringrazio Roberto Giardina per la sua testimonianza, per la sua amicizia. Lo ringrazio per essere un giornalista come io ho sempre pensato che debbano essere i giornalisti. Lui con modestia ci scrive che l'immagine del protagonista non gli corrisponde, però io non ho dubbi che il suo modo di lavorare sia aderente ai consigli del  Direttore Giulio De Benedetti. 
PFIFF è un libro amato, parte da un cubo e arriva a noi, un dettaglio importante che non si può dimenticare, e in Litweb non scordiamo i dettagli 
Ippolita Luzzo

Roberto Giardina ha lavorato in Sicilia come giornalista e nel 1986 è stato inviato straniero per i giornali La Nazione e Il Giorno a Bonn . Si trasferì a Berlino con il governo della Germania unita , dove si è stabilito. Corrispondente del "Quotidiano Nazionale", tiene una rubrica per Italia Oggi". Giardina ha pubblicato romanzi e libri di saggistica, alcuni dei quali sono stati tradotti in francese, spagnolo e tedesco.

Gianluca Garrapa Il 23 Agosto Un piattello di segreti

Gianluca Garrapa il mago delle metafore. Gianluca Garrapa trasforma le metafore in oggetti, proprio come faccio io.
 "Stendiamo un velo pietoso" ed eccolo con uno stendino in mano. 
L'assurdo ti sfiora? ed eccolo con in mano un mazzo di fiori accanto al suo orecchio.
Lui le chiama "queste frasi fatte di droga tagliata male" e continua a proporcele dai suoi post facebook insieme alle sue attività su Radioquestasera, insieme alle sue interviste su Satisfiction.
 Ultimamente oppresso dall'afa estiva  e dal conformismo, come forma di relazione facebookkiana, ha scritto "non sono più in grado di scrivere qui. intendo in questa parentesi mortifera del godimento. inizierò presto a vorticare attorno al desiderio delle tre creature che stanno per partorirci. difatti. nella tenebra. si scorge un riepilogo. e smettere di capire. agosto. se ti penso mi si gelano le vene e il sangue bolle. ti penso. dunque. impiccandomi ai lunghi preamboli delle scale. senza morire che di rovescio. in quiete al lupo. in bocca all'orizzonte."
Il suo 23 Agosto è un delirio di confessioni, un intricato susseguirsi di pensieri da cui estrapolo alcuni brani per fare assaggiarne il paradossale e mi viene quasi dire a Gianluca  giocando sulla parola estra-polo "non mettere il polo" il polo nord o sud, alla bisogna.  
" Sai ho iniziato a leggere il romanzo" dice Gloria
"Il romanzo, quale romanzo?" le chiede l'autore.
"Il tuo, quello che mi hai dato da leggere"
e qui lui risponde, come tutti noi che scriviamo ci troviamo ad osservare ai nostri lettori," Che ne sai tu del romanzo, della trama. Non ti ho dato nessun romanzo da leggere... ci siamo visti solo ieri sera, come potevo mai darti una copia da leggere? pagina 135 del libro di Gianluca. 
Tante cose onestamente non ho compreso, ci sono troppe allucinazioni, ma questa pagina mi ridona il nostro completo straniamento fra chi scrive e chi legge, fra la pagina e la vista, ed il difficile interpretare ciò che viene letto. 
Difficile anche riferirlo, infatti Gloria non riesce a farsi capire. Nessuno riesce a far capire ciò che forse non sa oppure ciò che non ha provato.
Stati d'animo diversi. Scrivere aiuta forse ma non sempre. Resterà oscura la zona fra lettore e scrittore, fra scrittore e lo scritto.
Segreti, un piattello di segreti.
Il 23 agosto si tiene il Festival del Ragno, in questa terra del rimorso, il regno del ragno che fa ballare. Al feudo del Castello. 
Fra castelli, regni e ragni, ci abitueremo ai "cambiamenti antropologici" con l'aiuto delle metafore di Gianluca
Ippolita Luzzo    

Gianluca Garrapa è nato nel 1975, in provincia di Lecce, si è laureato in Lettere Moderne,  conduce la trasmissione radiofonica RadioQuestaSera su Punto Radio Cascina, dipinge, scrive romanzi, racconti, poesie e lavora come counselor all’ascolto. 

mercoledì 1 agosto 2018

L'invenzione dell'amore di Josè Ovejero

Libro bellissimo. Lo scrivo come incipit del mio dire e penso a quanto sia fortunata in questa estate in cui mi vengono incontro libri bellissimi. Sono loro a scegliermi come lettrice, sono loro a darmi piacere e benessere mentale. Un grazie grande a tutti coloro che, onorandomi della loro stima, mi permettono simili piacevolezze. Non è facile trovare tanti bei libri insieme e il fatto che stiano da me vuol dire che la letteratura trova strade meravigliose per arrivare ai suoi fedeli lettori.
 Evviva. Tripudio e felicità in Litweb per questo libro intrigante, per questo libro che ci appartiene.
 Immergiamoci nei suoi quesiti, tentiamo di rispondere anche noi, ed anche noi abbiamo fatto queste domande e anche noi abbiamo risposto uguale sapendo a volte di stare mentendo. 
 "A cosa sta pensando qualcuno a cui domandiamo "A cosa pensi?" e risponde " A niente tesoro"? Non lo sapremo mai, con certezza, non sappiamo chi ci mente, chi si mente, viviamo con fantasie che ci costruiamo per spiegare l'altro e per creare una relazione - cosa importa se non è vera - che ci tranquillizzi e ci dia ciò che desideriamo." " Non sappiamo ma vogliamo sapere cosa pensa di noi la persona con cui stiamo, se siamo o no protagonisti delle sue fantasie, con chi altro sta, in quale altro mondo vive quando si allontana dal nostro." 
Una invenzione è l'amore. Un atto fantastico di pensiero. Una elaborazione di racconti vari, di pezzi di vita vissuta o immaginata, di fraintendimenti e di errori, di essere stati scambiati per un altro, per un'altra. Nel ricordare tutti gli scambi su cui si reggono i tòpoi della letteratura rintraccio il filo conduttore della lettura ammaliante, della prigionia di un racconto ipnotico, affabulante e tanto vicino ai nostri più semplici e complessi pensieri. 
Samuel, il protagonista, parla con noi, ci racconta in prima persona il suo rapporto con gli amici, ci invita sulla terrazza di casa sua, con i suoi amici. Poi arriva la telefonata. Una telefonata fatta per uno scambio di persona. Uno scambio? una coincidenza? Quante volte volte la nostra vita ha preso svolte inusitate per uno errore? "Adoro le nostre discussioni inutili, il gusto per la ripetizione, che ci ricorda chi siamo. Non parliamo per arrivare a una conclusione, ma per ascoltare l’altro confutare qualunque nostro argomento, sapere che possiamo contare su di lui, che non ci lascerà soli con le nostre contraddizioni.” 
Voglio leggere tutti i libri di questo autore, uno scrittore che ci conosce, che sa come costruire una storia vera, verissima, una storia in cui noi ci vivremo dentro appassionati e ne parleremo dappertutto ci sia lo spazio per una conversazione.
Un racconto fatto di tante conversazioni, di visite al Prado, siamo a Madrid, di silenzi che due persone credono di condividere. Vorremmo anche noi essere invitati da Samuel, lo siamo, vi ho appena detto, e consiglio questo libro già amatissimo con l'autorità della Litweb tutta "È notte, a Madrid, sulla mia terrazza, siamo ubriachi, in quel momento che tanto mi piace, quando le persone discutono senza troppa prudenza, in cui tutti sono più allegri o più tristi di quanto si consentano ogni giorno, senza arrivare a essere violenti né a scoppiare a piangere o a cantare." 
Tradotto da Bruno Arpaia per la collana Intrecci della Voland nel luglio 2018 per provare la stessa curiosità di Samuel.
Una storia vera.
L'invenzione dell'amore
Ippolita Luzzo


José Ovejero (nato nel 1958) è uno scrittore spagnolo. È nato a Madrid, ma ha vissuto fuori dalla Spagna per la maggior parte della sua vita. Ha lavorato in una varietà di generi, tra cui poesie, drammi, saggi, racconti e romanzi. Ha vinto il Premio Alfaguara 2013 per il suo romanzo La invención del amor. 
  

sabato 28 luglio 2018

Maurizio Pansini Oscura ragione

Sensibilità artistica è profezia
Un racconto di Maurizio Pansini su Satisfiction affronta il tema dello straniero, della paura di ciò che non si conosce, della profezia.
Come viene accolto chi arriva in un luogo di piccola comunità, la curiosità e poi una volta saziata la curiosità la colpa dello straniero di non essersi integrato, di non aver preso usi e costumi e del luogo. Essendo vissuta da straniera nel luogo dove abito da sempre non mi sorprendono le cattiverie e le scortesie che il luogo natio riserva anche agli indigeni che non fanno vita di scambi, di riti, di funerali e battesimi, di matrimoni e tavolate. Riti che fanno comunità, comunità implacabili contro chi escludono, sia lo straniero del luogo oppure arrivi da fuori. L'esclusione di chi non si uniforma genera sospetto e maldicenza, genera furia quando non si può con altro modo eliminare quella apprensione che nasce dal sentirsi osservati. Così ci dice Maurizio Pansini in questo racconto universale che vi invito a leggere  http://www.satisfiction.se/maurizio-pansini-oscura-ragione/

giovedì 19 luglio 2018

A. Igoni Barrett L'amore è potere, o almeno gli somiglia molto

A. Igoni Barret è nato in Nigeria nel 1979. Dalla Nigeria ci giungono i suoi racconti. Leggerli è più istruttivo di un testo di storia, racconti bellissimi nello svelamento della realtà.
Un racconto può essere tante cose, sta scritto sulla prima pagina di questa raccolta di nove storie e leggo e rileggo alcuni di questi imparando a conoscere la Nigeria da qui, dai racconti. Molti lavorano alle Ong, in Nigeria. Una Nigeria di strade polverose e non finite. "Sei, sette, otto uomini armati di fucili automatici irruppero in casa" Godspeed e Perpetua, fra colpi di stato e vita di coppia, nel tentativo di una normalità impossibile. Gli eventi della storia trascinano esistenze individuali contro la volontà dei singoli. La violenza si subisce essendo impotenti al dominio delle forze brute.
E come si è impotenti davanti a decisioni imposte dall'alto allo stesso modo si è impotenti nei rapporti interpersonali. Ciò sembra dirci Igoni in Trophy dove un professore seduce una sua allieva, poi cerca di scaricarla offrendola quasi ad un conoscente e mentre la ragazza chiede inutilmente ascolto, siamo testimoni dell'uso che si fa del potere su un altro. Ridurne a zero la sua volontà.  
Dosando l'amaro con il dolce troviamo un delizioso racconto di amore affettuoso in La ragazzina con i seni in boccio e la risata di gomma da masticare, "La amava da quando aveva nove anni e i seni come due mandarini.lei era ancora nella fase irruente-correva per casa con un paio di mutandine,strillava e rideva. Lui era suo cugino, un fratello maggiore, aveva quindici anni più di lei". Ci riconciliamo con la dolcezza di questa storia, e scordiamo per un attimo l'arteria modello della Nigeria, un chilometro e tre di lunghezza, cominciata nel 1970 ed ora un fiume grigio cenere disseminato di buche, rovinata dalle crepe, con i canaletti di scolo ostruiti dal limo, dai rifiuti. L'aria satura di gas, il fracasso di un popolo famoso per la sua lingua lunga.
NelLa forma di un cerchio perfetto, la storia di Dimiè, quattordici anni. C'è la fame e l'arte di arrangiarsi, la storia di Dimiè che ha una madre da accudire, c'è il caparbio sciupio della malattia, della dipendenza dall'alcool e la lotta di Dimiè per non essere sopraffatto. Violenza, violenza, violenza, nell'Amore è potere, o almeno gli somiglia molto. Violenza di scambio. 
Nairobi, Lagos-Nairobi, con scalo ad Addis Abeba. Nel Racconto Una storia di tira e molla a Nairobi Igoni Barrett ci dice "Il motore di Nairobi gira grazie alle colture da reddito, il combustibile è il turismo, ma al volante ci sono i soldi delle Ong. Ovunque vai in città trovi loro, quelli delle Ong, camuffati con cappelli di paglia, scarponi da safari e il colore della pelle dei turisti, il bianco.Tutto è loro, supermercati, hotel di lusso, li trovi dovunque le Ong."
Ong belga, britannica... pagano bei soldi. sono i padroni.
Il colonialismo si chiama Ong nel 2018.
Una copertina dalle bolle beige, tortora, marrone, la traduzione dall'inglese di Michele Martino, la casa editrice 66thand2nd, confermano la qualità e la competenza nelle scelte stilistiche e di contenuti.
Una estate con i racconti di Igoni Barrett in Litweb, racconti da struggimento e volontà di tornare ancora.  
Racconti per fare conoscere, racconti per far riflettere, racconti dalla Nigeria per una estate dai colori polverosi. 
Ippolita Luzzo 


A. Igoni Barrett è nato a Port Harcourt, in Nigeria, nel 1979. Fellow, tra gli altri, del Chinua Achebe Center e del Norman Mailer Center. Nel 2005 ha esordito con la raccolta di racconti From Caves of Rotten Teeth, tra cui figura The Phoenix, premiato quello stesso anno dalla Bbc. La seconda, Love Is Power, or Something Like That, uscita nel 2013, pubblicata da 66thand2nd nel 2018. Culo nero, il suo primo romanzo, ha imposto Barrett sulla scena della letteratura nigeriana di oggi insieme a Teju Cole, Chimamanda Ngozi Adichie e Helon Habila.

mercoledì 18 luglio 2018

Vito Di Battista L'ultima diva dice addio

L'ultima diva, nel romanzo di Vito, è la memoria. Ciò che noi facciamo con la memoria, cosa raccontiamo e come quando vogliamo essere ricordati, cosa vogliamo ricordare e tutte le trasformazioni con cui rielaboriamo i fatti. La memoria ultima dea.
In Foscolo era la spes, la speranza, ultima dea, qui, nel libro di Vito è la memoria.
Una memoria circolare che ritorna spesso su alcuni dettagli. Sono infatti i dettagli a dare le epifanie, le rivelazioni.
Un affresco a pennellate ripetute, questo il libro di Vito, originale e inusuale, una spennellata sulla memoria dimenticata attraverso un pretesto immaginifico e cinematografico, la biografia di una diva del cinema ormai ritiratasi a vita privata.
"Una volta ho chiesto a Molly Buck quale fosse il criterio di selezione più adatto quando si deve ricostruire una storia. "Non ha senso raccontare quegli anni" mi rispose, riferendosi agli inizi "perché sono uguali a quelli di tutti. Ferma una qualunque persona per strada e ti dirà le cose che potrei dirti io, solo vaneggiando vagamente sui dettagli, ma la solfa rimane sempre la stessa" Dettagli, cantava Ornella Vanoni, nel 1973 con un testo di Bruno Lauzi e musiche di Roberto Carlos
"È inutile tentare di dimenticare per molto tempo ancora nella vita dovrai cercare dettagli così piccoli che tu non sei ancora pronto per capire ma che comunque contano per dire chi siamo noi" e Flaiano scriveva che nella vita sono due o tre i giorni importanti a costruire una vita, gli altri servono a far volume.
Dettagli.
Mentre il biografo raccoglie i dettagli della vita di Molly si accorge di stare a raccogliere i suoi dettagli e dare un nome alle cose fino ad allora successe. Gli anni di Annie Arnaux, il lungo elenco, gli anni, il 1974, 75, 76, 77. Scrivo pensando a quegli anni. Ricordando di quegli anni gli errori e gli orrori, non salvando quasi nulla se non la musica, una musica interiore di curiosità, di studio e di letture. Eppure nel fascinoso gioco del tempo, nella fretta e nell'ansia di perdere gli anni, Molly rivela grandi momenti di saggezza:"La verità è che tutta quella fretta non è altro che paura. Paura di perdere quel treno che passa una sola volta, paura di arrivare a trent'anni e di non piacersi quando ci si guarda allo specchio" 
Scrivo sentendo Lucio Dalla del 1988 e mi rendo conto di fare altra lista di canzoni da aggiungere a questo rapinoso racconto sulla memoria. D'altronde la memoria è una rapina, un furto che noi facciamo al tempo sottraendo all'oblio alcuni dettagli
"ah felicità su quale treno della notte viaggerai lo so che passerai ma come sempre in fretta non ti fermi mai"
La meraviglia che Vito ci regala, con questo romanzo, aleggerà stupefatta sui giorni che scorrono, raccogliendo per noi le foglie, il foglio che vorremo conservare per dire chi siamo. La vita è un giorno, ho spesso scritto e quel giorno non si dimentica. Possiamo dimenticare tutto ciò che avevamo deciso di ricordare a perfezione ma il punto di fuga dal tempo che fugge dobbiamo conservarlo. Questo sembra a me la bellezza e la grande lezione del racconto di Vito, che fa una lezione senza voler farla, non è questo il suo intento.  Cos'è che rimane a raccontare? Si chiede. Dovrei trascrivervi interamente pagina 195 e 196 del libro  per dirvi l'importanza delle riflessioni lette, l'ingiustizia senza riscatto, la disumanità estrema della poca attenzione a cui molti guardano ai dettagli, e il cercare nell'affetto un rifugio da questa ingiustizia. Anche l'affetto ha mille sfumature e stamani anche io, avvinta da affetto verso l'autore, Vito di Battista, verso Giuseppe Girimonti che ringrazio per la grande amicizia e stima con cui mi propone da leggere libri come tesori da scoprire, anche io scrivo per sfuggire alla disumanità estrema della poca attenzione.
L'ultima diva dice addio ma non per ora, ora l'ultima diva ci accompagna verso altro, salutando noi amici di lettura, verso i tanti altri racconti che Vito ci regalerà, facendoci entrare nella Firenze che luccica, in piazza della Repubblica con quell'arco che si finge un po' Parigi e le insegne delle Giubbe Rosse su di un lato. 
Con il regno della Litweb accanto
Ippolita Luzzo 

Vito di Battista è nato nel 1986 in un paese d’Abruzzo a trecento gradini sul mare. Ha vissuto a Firenze, dove si è laureato in Italianistica scegliendo una tesi su Romain Gary, Tarjei Vesaas e J.M. Barrie. Si è poi trasferito a Bologna, dove la stessa sorte è toccata a Ted Hughes, Sylvia Plath e Hart Crane.
Collabora con la rivista letteraria «Nuovi Argomenti» e ha pubblicato il romanzo L’ultima diva dice addio per SEM – Società Editrice Milanese.
Dal 2016 lavora come editor e agente dei diritti esteri presso l’agenzia letteraria Otago e organizza il festival letterario Garp Under 30.
Ha maturato esperienza nella progettazione di una nuova startup in ambito creativo-culturale partecipando al percorso personalizzato Fare Impresa.
Lo mandano in crisi le riduzioni ai minimi termini, soprattutto quando hanno a che fare con le biografie

lunedì 16 luglio 2018

Piergiorgio Bellocchio e i suoi amici di Giuseppe Muraca

L'atto d'amore verso i Quaderni Piacentini, verso quegli anni di grande vivacità intellettuale. 
Giuseppe Muraca incontra nei primi anni settanta, come me, come quelli di una generazione entusiasta, le poesie di Franco Fortini, i Quaderni Piacentini dove scriveva Fortini, e decide, alla chiusura della rivista, di scrivere una monografia sui Quaderni.
Incontra Piergiorgio Bellocchio, editore-amministratore della rivista e da lui avrà i numeri mancanti. Vi sono in questo libro una raccolta di articoli di Giuseppe Muraca su quegli anni, su quella rivista, su cosa è avvenuto dopo. 
Nel 1962 nascono i Quaderni Piacentini e nel 1966 si aggiunse a Goffredo Fofi. Grazia Cherchi c'era già.
Per quasi un ventennio Bellocchio si è dedicato alla preparazione e  diffusione della rivista, portando in Italia la conoscenza dei pensatori francofortesi, Adorno, Benjamin, Marcuse, e poi via via Brecht, Fanon, Don Milani. 
Quegli anni sessanta, dal movimento studentesco alla sua parabola, saranno seguiti sulla rivista con attenzione.
Nel 1985 Piergiorgio Bellocchio darà vita ad una nuova rivista, Diario, un lavoro appartato. 
Man mano che il tempo sgretolava certezze e volontà Bellocchio è diventato un "invisibile", per scelta, per dissenso al pensiero dominante.
Qui ho con me "Scompartimento per lettori taciturni" di Grazia Cherchi con la prefazione di Bellocchio del 1997.
Nel 2007 Bellocchio pubblica Al di sotto della mischia, il silenzio come lotta. Dagli anni sessanta al duemila la sparizione di ogni idea diventa sempre più impietosa e nel libro Dalla parte del torto Bellocchio raccoglierà l'esperienza e gli articoli tenuti sul Diario. Il mondo è diventato un immenso parco divertimenti, gli unici valori che contano sono:"grinta, piaceri, efficienza, soldi, successo" Assuefazione sembra la parola per descrivere questi tempi sguaiati, così li chiamo io. Nell'ultimo libro di Bellocchio vi è uno scrittore disincantato, dolente e sconsolato.
Abbiamo incontrato Goffedro Fofi a Cropani un anno fa e in lui vi era rabbia, rabbia che ora sarà maggiore con la chiusura delLo Straniero, la rivista da lui creata.
 "È impossibile- dirà Grazia Cherchi in Fatiche d'amore perduto- non prendere atto che è sparito, si è perso tutto quello in cui credevamo, che amavamo. Non credo a un progetto che oggi ci possa unire. Un gruppo c'è soltanto se c'è una battaglia politica, anche in senso lato" 
Il libro di Giuseppe Muraca ci racconta un periodo lungo e breve. 
La storia, diceva Braudel, ha fenomeni di lunga durata la longue durée."Questi emergono alla vista storica nella misura in cui seguiamo il loro tempo, senza imporgli le categorie temporali delle nostre provvisorie immagini di mondo, nella misura un cui seguiamo il territorio e non le mappe. Da qui, la differenza tra rivoluzione ed emancipazione, breve e superficiale la prima, lenta e profonda la seconda, legata alla mappa che disegna il capitalismo la prima, legata alla mappa che disegna la gerarchia la seconda." 
Aver perso o meno non sarà il tempo umano, relativo agli anni di una esistenza, a poter dirlo.
Seguo il libro di Giuseppe Muraca come un amico in più, seguo questi anni dal luogo dove sto e dove mi giungono libri su libri, alcuni parlanti, come questo, altri sempre più conformi agli usi e costumi del tempo effimero in corso. Nel parlare e nel proporre etica e scelta vicini a questo libro mi piace ricordare Filippo La Porta Il Bene e Gli Altri, Alessandro Leogrande La Frontiera e guardare sempre verso la lunga frontiera della storia. 
Ippolita Luzzo  
    

giovedì 12 luglio 2018

Cetti Curfino Una lunga Lettera di Massimo Maugeri

Cetti Curfino è una donna di una bellezza ferale. 
In questo modo Andrea Coriano, il giornalista la descrive.
Cetti in questo modo appare a Massimo Maueri, quel giorno in cui lui scriverà il racconto dal quale è stato tratto il monologo teatrale Ratpus. Forma errata per raptus, detto da Cetti per dire come mai abbia ucciso.
Nel 2014 il giorno 8 marzo, a Catania va in scena Ratpus un racconto  contenuto nella raccolta Viaggio all’alba del millennio (edita da Perdisa Pop). Ne abbiamo parlato anche l'anno scorso a Vibo.
 Una lunga lettera attraversa il monologo e una lunga lettera continua a fare Cetti Curfino a Massimo Maugeri spingendolo a scrivere ancora di lei, prepotentemente.
La lettera sarà il filo conduttore del romanzo, attraverserà tutti i momenti e dirà al mondo che non le rispose mai, alla maniera di Emily Dickinson, la sua verità. 
Un romanzo che ci farà entrare nelle carceri femminili, e qui non posso non ricordare Rocco Carbone che insegnava a Rebibbia nel carcere femminile, non posso non portare con me "Libera i miei nemici di Rocco" 
Come Cetti anche Rocco ha abitato casa mia, da anni, da quando ho saputo da Romana Petri quanto lui fosse bravo.
 Un nostro grande scrittore di cui questo anno ricorrono i dieci anni dalla scomparsa. 
Ci sono personaggi inventati o no che vivono e ci chiedono testimonianza come Cetti a Massimo.     

lunedì 9 luglio 2018

Tutte le cose

Tutte le cose      17 ottobre 2011 
Tutte le cose hanno un principio e una fine in questo misero mondo anche quelle che non iniziano…
muoiono, 
all'alba  grigia di un divenire.
La prima parte della frase era proverbiale a casa mia, sempre ripetuta, col commento scherzoso della reazione della cugina di mia mamma nel ricevere la lettera del fidanzato che, appunto con quella frase, chiudeva il legame, la lasciava.
Lei fece in mille pezzi la lettera e disse tante parolacce, così raccontano, poi seccata se ne andò ad insegnare a Merano dove sposò l’uomo più buono che noi avessimo conosciuto.
Un uomo che lei comandò aspramente, forse facendo scontare a lui il rifiuto del suo primo amore. Lui, dolcissimo, la adorava
Lei, malgrado le sue stranezze, le sue uscite spiazzanti, corrosive, era benvoluta da tutto il parentado, era così, "sprudente" -diceva la mia mamma.
Credo invece che questa mia zia sia stata una donna  pratica  e non  si sia fatta comandare da nessuno e che abbia attraversato fascismo e guerra con la freschezza della sincerità ed abbia anticipato movimenti  e ideologie con una semplicità disarmante.
Quasi tutte le altre donne, compresa la sorella, rimasero ingabbiate in rapporti  subiti, dolorosamente distruttivi, ed a nulla valse loro una laurea, un insegnamento o una abnegazione costante ma  rimasero stritolate da uomini incapaci, fannulloni e prepotenti e concludono ora una vita con l’amarezza di averla malamente sciupata.
Guardo mia mamma e la sorella di mia zia, guardo queste donne ottantenni, capaci, intelligenti, che hanno allevato figli, hanno insegnato eppure ingabbiate. 
A mamma non è stato concesso nemmeno di terminare l’ultimo anno di scuola superiore ed ha trascorso la sua vita sognando di insegnare.
Guardo queste donne che non vogliono parlare più, che vogliono solo dimenticare lo sciupio delle loro capacità e ne provo una pena infinita.
L’autunno porta sempre insieme alle foglie rosse degli alberi il crepuscolo,il freddo improvviso, il coprirsi e riflettere con li calore rubato alle piume d’oca.
L’autunno  perché
ed ora non c’è che
una pena infinita

Ippolita 

mercoledì 27 giugno 2018

L'efebo di Mozia

L’efebo di Mozia nel maggio 2011
29 maggio a Mozia. All'imbarcadero saliamo, il mare è piatto, una laguna, la laguna dello Stagnone. I pescatori sembra che ti diano un passaggio sulle loro chiatte, addirittura in tempi recenti un carretto trainato da un cavallo percorreva il tracciato della strada fenicia che collegava l’isola alla città di Marsala. Solo sei stadi la distanza fra l’isola e la costa. Qui i fenici tessevano le stoffe e le tingevano di rosso con la porpora, Mozia-filanda, l’isola era una filanda, qui i commerci erano lucrosi, arrivavano, compravano, ripartivano i mercanti, prima che le guerre e le rivalità portassero morte e distruzione.  Agli inizi del novecento l’intera isola fu acquistata da Joseph Whitaker, archeologo, erede di una famiglia inglese arricchitasi con la produzione e la vendita del  Marsala e dal 1971 l’isola è stata donata dalla figlia Delia alla fondazione che porta il nome del papà. Nella loro casa vi è ora il museo dell’isola ed in una stanza  abita lui, da solo. L’efebo, la statua ritrovata nel 1970 coperta da detriti nella zona kappa, giaceva in quel luogo probabilmente dal momento in cui l’intolleranza religiosa decapitò teste vere e simboli di altre religioni. Non so chi sia, se il dio punico Melquart oppure Nikomachos, uno splendido atleta, un auriga alla guida del suo cocchio direttamente Apollo, o soltanto un bellissimo ragazzo molto amato dallo scultore, chissà. L’emozione di aver ritrovato l’efebo, nel suo peplo plissettato, nel suo nuovo e integro corpo, ricomposto, malgrado la decapitazione, malgrado il seppellimento, malgrado l’incuria degli uomini, era fortissima. L’efebo ora era davanti a me, aveva attraversato i secoli, sempre bellissimo, elegante, divino, è diventato il simbolo dei giochi olimpici della città di Atene ,dei giochi invernali di Torino. Ha sorvolato cieli, continenti, mari, dopo aver trascorso millenni senza testa sotto una spessa coltre di terra in un tempio, forse dedicato a lui, ormai devastato dalla furia degli eventi umani, naturali. L’efebo era lì a rammentarmi che la bellezza resiste, non ha paura, che la bellezza classica conforta e concilia un’armonia vera fra uomo e uomo, uomo e natura, uomo e divino. La sua postura leggermente sensuale stordiva un po', il movimento del  suo braccio, ripiegato indietro, sulla spalla, come se reggesse un’elsa, increspava le pieghe del peplo, l’altra mano, poggiata sul fianco, spostava leggermente il suo baricentro. Sinuoso, ma fermo, ci aspettava, si offriva al nostro sguardo con l’atteggiamento distaccato di chi ne ha viste e non ne ha viste tante da ritenerle tutte importanti ma superflue. La storia fenicia, la porpora, gli elimi, popoli appena precedenti la classicità greca, regalavano serenità  e consolazione a viaggiatori presenti nel maggio 2011.
Ippolita Luzzo 

martedì 26 giugno 2018

Facebook blues di Laura Bettanin

Conoscere Laura su Facebook e leggere i suoi post, vedere i suoi video. Far entrare Laura a casa come se fosse una amica, anzi di più, perché le amiche non le vedo più mentre vedo Laura ogni giorno insieme a me, a noi. 
Facebook Blues mi arriva come una conferma. Il libro di Laura è una summa facebook, del vario mondo degli incontri e degli scontri, del vivere normale e uguale nel mondo reale, solo che su facebook si vede tutto. Ed io che, per trovare come e quando, per trovare dove e perché, sto su facebook, leggo e leggo divertita come Laura abbia composto il tutto variegato mondo degli utenti facebook facendone una storia da mille storie. Storia dalle mille e una storie questo è Facebook blues. Mitologia del contemporaneo. La storia e le storie sono inframezzate da lettere a Ginger, una fantomatica Donna Letizia dei nostri tempi sgraziati, una donna ironica e spiccia che cerca di non farsi catturare dal dramma dei suoi interlocutori e offre una soluzione più che un consiglio, una soluzione di buon senso, a modo suo. Filo conduttore, legame che porta da una parte all'altra dell'oceano mare, è la storia di una lei, del figlio Eligio, del marito Franco, della sua amica Renata, e di Jeremy il suo amore, la storia del primo amore che non si scorda mai, la storia del primo amore ritrovato. Una storia romantica ai tempi di facebook, sempre romantica è. Cambiano le dinamiche ma il risultato, come negli addendi scambiati dell'addizione, è sempre lo stesso. Cambiano le modalità. Si sta su questa piattaforma e si mandano messaggi, si aspettano risposte e si guarda intanto cosa fanno tanti altri, sconosciuti. 
"Sento che questo pollaio in cui mi sono infilata per gioco a volte diventa una trappola per topi. Topi in un pollaio. Una tagliola che ti tiene per la coda. Tu cerchi di sganciarti ma ti tiene attaccata perché se tiri, se ti muovi, ti fa male. Non un gran male, diciamo un disagio. Fastidioso, ossessivo. La sensazione che se non stai attivo poi vieni dimenticato."
Come stiamo cambiando restando sempre uguali, questa riflessione mi sovviene leggendo, ridacchiando a volte nel momento in cui riconosco tantissimi, in cui vedo i vizi e i vezzi nei quali cadiamo un po' tutti, ridacchio a volte allegra a volte triste ma rido ricordando tanto: le mille mail scritte a chi non si conosce, i messaggi a chi non vedrai mai, ed insieme ai mille libri che arrivano puntuali alla mia posta portandomi il messaggio vero del mondo che mi risponde così, con loro. 
Si diventa altro restando su un social? Non lo so, di certo si legge tanto, si viene a conoscenza della vita, supposta o inventata, di tantissimi, si scambiano opinioni e ci si affeziona, essendo l'affetto un bisogno imprescindibile dell'essere umano. 
Facebook blues, quel suono del blues, del ricordare, della nostalgia, canaglia o meno, quel suono sotterraneo che attraversa le nostre vite, ricordando tempi belli e meno belli, scordando tempi brutti, scordando e selezionando gli stessi ricordi, per abbellire, per conservare noi stessi, noi, il tempo presente fatto di ciò che ci portiamo in tasca.
Facebook blues suona e come il blues possiede la  struttura ripetitiva di dodici battute e nella melodia, dell'uso delle cosiddette blue, così nel libro suonano le note nel blu del cielo sempre più blu, di Rino Gaetano. Ed il cielo è sempre più blu, scappando via da paesi, città e situazioni che non ci vogliono più. Da Facebook a chi di noi canta ancora un blues fatto di sentimento e ricordo, di gioia e dolore, di voglia di esserci ancora.  
Chi vive in baracca, chi suda il salario 
Chi ama l'amore e i sogni di gloria 
Chi ruba pensioni, chi ha scarsa memoria 
Chi mangia una volta, chi tira al bersaglio 
Chi vuole l'aumento, chi gioca a Sanremo 
Chi porta gli occhiali, chi va sotto un treno
Chi ha crisi interiori, chi scava nei cuori 
Chi legge la mano, chi regna sovrano 
Chi suda, chi lotta, chi mangia una volta 
Chi gli manca la casa, chi vive da solo 
Chi prende assai poco, chi gioca col fuoco 
Chi vive in Calabria, chi vive d'amore 
Chi ha fatto la guerra, chi prende il sessanta 
Chi arriva agli ottanta, chi muore al lavoro
Con Laura e i suoi video, con Laura e il suo esserci vero, con Laura e il suo amore a cui dedica il libro, con Laura e noi, nel tenderci la mano, oltre Facebook e con Facebook, noi stiamo in blues. 
Ippolita Luzzo   
     

venerdì 22 giugno 2018

La verità del Freddo Raffaella Fanelli Intervista Maurizio Abbatino

"Cerco gli assassini perché loro sanno la verità, sono loro a conoscere i nomi dei mandanti." Raffaella Fanelli a Trame con Antonio Chieffallo su La Verità del Freddo inizia in questo modo la serata nel chiostro del Palazzo Nicotera. Un libro frutto di due anni di richieste, due anni di messaggi, una intervista raggiunta per sfinimento, per aver conquistatola fiducia. 
Raffaela Fanelli racconterà a noi per quanto tempo ha cercato le tracce e il collegamento con  Maurizio Abbatino, il boss della Banda della Magliana, per quanto tempo abbia chiesto l'intervista e come questa sia iniziata con un incontro su una piazzola di un parcheggio, lei che arriva in ritardo per problemi non di sua volontà, lui che aspetta da due ore e poi lei sale sulla sua auto e lui sgomma veloce verso il luogo dell'intervista. Quella fu la volta in cui Raffaella viaggiò in apnea fino al ristorante. Lei registra tutto. Registra sempre ad ogni incontro, nelle interviste fatte nel corso della sua professione di giornalista professionista, di giornalista che cerca la verità di fatti ancora oscuri attraverso le interviste agli assassini. "Cerco gli assassini perché loro sanno la verità, sono loro a conoscere i nomi dei mandanti."  La Verità Del Freddo è il  racconto e la storia della banda della Magliana, fatta con perizia giornalistica, cercando intrecci e collegamenti, relazioni, con molte interviste  mettendo in relazione le risposte alle domande e le dichiarazioni sulle incongruenze riportate in atti e verbali. trovando riscontri e tracce in dichiarazioni di altri, verificando le fonti, intersecando, direbbe Simona Zecchi, nostra amica comune e grande giornalista d'inchiesta.
 Raffaella Fanelli continua a raccogliere una storia oscura di pezzi di Stato collusi, di alcuni prelati dello Stato Vaticano a conoscenza dei segreti sulla scomparsa di Emanuela Orlandi, dell'omicidio del giornalista Mino Pecorelli, di Pasolini, di Aldo Moro. 
Per le dichiarazione fatte da Abbatino, a suo tempo, ci fu l'Operazione Colosseo, furono condannati solo alcuni mentre Massimo Carminati,forse in possesso di chissà quali documenti,  è libero. 
Maurizio Abbatino è stato estromesso dal programma di protezione, non può più godere dell'identità nascosta che gli permetteva di accedere alle cure sanitarie ed è un uomo lasciato solo dallo Stato. Lui sa che quando si spegneranno le luci della scorta mediatica che lo protegge sarà ucciso. Sarà ucciso però con la connivenza di quelli che non vogliono più sentire le sue accuse,  scomode per i poteri forti.
La verità del Freddo arriva chiedendo quindi attenzione su fatti manipolati e confusi, su collaboratori di giustizia a volte usati a volte bloccati quando il livello delle rivelazioni giunge dove non deve arrivare.   
Un grande ringraziamento della Litweb a Raffaella Fanelli per il suo coraggio, per il suo caparbio desiderio di cercare nei fatti e negli assassini  la verità dove sta, presso chi sa chi siano i mandanti.
Ippolita Luzzo  

giovedì 21 giugno 2018

W il giornalismo: Non lasciamoli soli

I corridoi umanitari del giornalismo vero. 
Ieri sera a Lamezia ospiti del Festival Trame Francesco Viviano presenta il libro di Simona Zecchi La criminalità servente nel Caso Moro e alle 21 ci racconta qualche episodio del suo libro scritto con Alessandra Ziniti: Non lasciamoli soli. Voci dall'inferno della Libia. Quello che l'Italia e l'Europa non vogliono ammettere.
Francesco Viviano mi arriva subito con l'urgenza della situazione e il gesto vero dei fatti.
Sul libro di Simona ci confessa: Io non sarei stato capace di scriverlo. Tante fonti, tante ricerche. Lei ci ha provato. Io sono un cronista. 
Francesco Viviano ripete più volte la parola cronista, e Simona Zecchi a quel punto aggiunge che lui è cronista di mafia e sa di cosa lei si è occupata ricercando. La Commissione Moro ha acquisito alcune ricerche fatte da lei incrociando, intersecando atti giudiziari e testimonianze di collaboratori di giustizia. 
Giornalismo d'inchiesta serio.
"Ci aiuteranno a trovare una rotta", sento presentare più tardi così Giulia Veltri il libro di Francesco Viviano.
" Io faccio il giornalista da 35/40 anni e mi occupo di mafia e migrazione." Lo dice con i gesti, con lo sguardo e con il tono serio del ruolo, di chi ha una funzione utile in un consesso civile, di chi è voce di un giornale e di una coscienza. 
Ci fa partecipi del suo orrore e del suo impegno, del lavoro del giornalismo che trasforma i numeri in fatti, in storie. E del movimento di disperati che dall'Africa arrivano sulle coste italiane dice:" Finora sono stati trattati solo come dei numeri, e sono come noi, esseri umani, che vengono lasciati annegare, che vengono lasciati nei campi di concentramento libici. La Libia è un inferno." Una moltitudine di uomini scappano dall'Africa avvelenata e sfruttata, dall'Africa dove dittatori terribili privano i loro sudditi di un passaporto, dall'Africa depredata e sconvolta dalle grandi compagnie  commerciali cinesi americane europee. Scappano i sudditi, pagano per scappare, pagano e sperano di arrivare in Europa. Dovranno attraversare quel mare color del vino, quel mare solcato da navi commerciali, dalla Marina Militare, da Ong. I soccorsi in mare... il soccorso in mare è solo un cerotto. Con la lucidità della conoscenza Francesco Viviano lega tutti i ministri che si sono succeduti, nello stesso filo di incapacità di gestire un fenomeno storico di entità immensa. Dal ministro Moroni a Salvini, passando per Minniti, lo stesso inutile fare, anzi dannoso. Lo stesso pagare i libici per tenere lontani gli schiavi, i sudditi. Li chiamo così perché mi rifiuto di chiamarli diversamente. Sono privi di passaporto, quindi schiavi. A questi uomini, costretti nelle carceri libiche bisognerà ridare dignità. Bisognerà appellarsi al Regolamento internazionale, ci saranno ancora in vigore un codice di auto regolamento, un pronunciamento della Corte europea, e ci sarà impellenza di una contronarrazione. 
"Io sono un cronista, il mio giornale La Repubblica, mi ha permesso di fare lavorare, faccio il cronista, mi occupo di verificare, indago sui fatti ed a volte chi fa questo mestiere dà fastidio. Ora invece nei giornali arrivano solo comunicati,ed i video sono della guardia di finanza, della polizia, dei carabinieri, e inondano di comunicati i giornali." Giornalisti usati solo come diffusori di comunicati.   
L'inondazione crea distorsione.  
Una grande empatia mi lega a questo giornalista, mi lega a tutti i giornalisti che perseguono con tenacia il riscontro dei fatti, che vanno a vedere, che oltre ad informare vorrebbero dare un aiuto. 
Il momento che viviamo è un'antitesi della civiltà, permette schiavismo e razzismo, ignominia e violenza, permette privilegi e disprezzo.
 W il giornalismo di Francesco Viviano, W il giornalismo di Simona Zecchi, ed evviva chi fa ancora della sua professione un corridoio umanitario. 
Ippolita Luzzo       

lunedì 18 giugno 2018

La folle storia del kamikaze che non voleva morire di Claudio Marinaccio

"La vera pornografia è la sofferenza degli sconosciuti."
I racconti di Claudio Marinaccio iniziano con la metafora del sarto di Brecth
Un sarto sosteneva di poter volare con un apparecchio che si era costruito da solo e un giorno si presentò dal vescovo della sua città, dicendogli: “Ora posso volare”.
Il prelato non si emozionò. Con semplicità disse all'artigiano: “Allora provaci”. Il sarto si lanciò dall'alto e  finì spiaccicato sul selciato. Un sarto creativo, curioso. Il suo fu un peccato di curiosità. Trovarlo qui come incipit della storia del folle kamikaze che non voleva morire  mi sembra una vera goduria. Sorrido anche io al referto dei medici che scrivono di aver appurato che il sarto sia morto di paura prima dell'impatto col terreno. Ricordo quando morì Lucio Magri si parlò molto di quel suo libro del 2009  Il sarto di Ulm. Una possibile storia del Pci, terribilmente profetico,ed io scribacchiavo pezzi sulla vicenda triste della fine di Magri e di un sarto che voleva volare.  
Brecht scrisse “dopo alcuni secoli gli uomini riuscirono effettivamente a volare”.
 Io però non credo che il volo e la morte del sarto siano stati necessari nella storia del volo
La folle storia del kamikaze che non voleva morire sono racconti di un umorismo nero. Deliranti, alcuni. Ho iniziato a leggere il primo racconto, sono saltata, giuliva, e per problemi di vista, ai ringraziamenti e ho trovato Claudio ad aspettarmi e a dirmi che sapeva quello che avrei fatto. Ridendo sono andata indietro, giorno per giorno fino a che ho capito che Claudio sa ogni cosa, ci conosce tutti, come conosce l'arte del narrare. Nei racconti lo preferisco, così come mi piacciono i suoi bozzetti sul giornale, sulla Stampa, i suoi post su facebook, mi piace il suo sguardo surreale e di amicizia, attento agli affetti, ma senza quella pornografia dei sentimenti tanto in voga, senza quella terribile autofiction spiattellata da scrittori venduti al servizio di un melenso mulino bianco. In Claudio c'è il cinismo con affetto, l'amore per gli altri autori e il distacco giusto per non cadere nella pornografia dello zucchero "Se siete arrivati fin qui significa che avete letto tutto il libro oppure che avete saltato tutti i racconti e ora vi ritrovate a leggere dei ringraziamenti. Se fate parte di questa seconda categoria e leggendoli vi viene voglia di leggere tutto il libro, be’ tanto meglio Alessandro De Vito, Fabio Mendolicchio e Davide Reina sono Miraggi e li creano, ma sono anche e soprattutto persone vere (vere per davvero). Grazie a loro perché mi danno la libertà di scrivere quello che mi piace e, in più, mi pubblicano pure.Luca Garonzi disegna. E lo fa così bene che è un onore avere i suoi disegni all’interno del mio libro. Ognuna di queste tavole è una storia nella storia." 
Delirio di negazione 
FooG 
Una giornata da dimenticare 
Una barba lunga un mese 
Il tragico inizio di una storia non banale 
Pelle 
Amore farmacologico 
Un viaggio mentale in una terra desolata 
La folle storia del kamikaze che non voleva morire 
Così diversamente uguali 
La ballata del ladro di anime:"Il deserto è un luogo strano. Un posto dove l’uomo soffre di solitudine visiva. Il paesaggio è sempre lo stesso, immobile. C’era un’enorme distesa di pietre e sabbia, interrotta da cespugli secchi che sembravano sfoghi della terra, come nei pelosi sui volti dei vecchi,così fastidiosi da calamitare lo sguardo. A volte l’orrido attrae. Il gusto del macabro è insito dentro di noi." Leggerete Claudio con il piacere di vedere storie che hanno un senso vero così anche noi facciamo con la vita come questo vecchio che ha perso la moglie "Al principio fui colto da tristezza poi rabbia poi delusione e poi da una strana forma di accettazione. Fino a quando non capisci che la morte non è altro che una fase della vita. Come lo è per esempio l’adolescenza, non puoi accettarla e perciò capirla." Capendo aleggerà il sorriso sul tutto.
Ippolita Luzzo 


"David Foster Wallace e Bret Easton Ellis, dopo anni, si chiariscono."
Claudio Marinaccio è nato a Torino nel 1982. Collabora con diverse riviste tra cui GQ, Il Mucchio, Donna Moderna, Io donna e Linus e sulla chat dei genitori... Nel 2016 esce il suo romanzo Come un pugno (Aliberti) e nel 2017 una raccolta di dialoghi e racconti dal titolo Non disturbare (Miraggi).  Ha condotto un programma radio dal titolo I fuorilegge. Scrive su La Stampa. 

sabato 16 giugno 2018

Luigi Lollini La Controfigura Edizioni Alegre

Direttamente da Cabaret Bisanzio ora sul blog la mia lettura del libro di Luigi Lollini La Controfigura 
"Cadrà una pioggia tremenda e definitiva a cancellare forse una volta per tutte le macchie fetide della vergogna di tutti voi pennivendoli politici prostituti europei e mediocri pacifisti".  Le poesie di Eduardo, come questa della raccolta Lealtad, forse mai data alla stampa, si offrono in uno spazio e in un tempo preciso.

Eduardo Ròzsa  Flores  viene ucciso a Santa Cruz, in Bolivia, nel 2009. A trenta anni è dirigente del partito socialista dell’Ungheria, e partecipa nel 1988 al IX Centenario dell’Università di Bologna dove si tiene un meeting di giovani. Qui lo incontra Alberto, studente dell’Alma Mater e voce narrante del libro, inesausto  investigatore  della sorte di Eduardo, suo amico, anche se con brevi incontri. Attraverso le indagini e la ricerca incessante di Alberto ricostruiamo tasselli di storia, di avvenimenti, cerchiamo di capire le ragioni di come sia stato possibile che Eduardo diventasse altro, se mai lo sia diventato e di come i fatti vengano manipolati e offesi. Distorti. Ripercorriamo il crollo del socialismo reale, la terribile guerra del Kosovo, un mondo bipolare, un mondo diviso prima in due blocchi e poi, uno dei due,  frantumatosi all’interno del blocco socialista.  Il controllo di un mondo distorto attraverso le guerre, le tante guerre, attraverso le bugie, le tante bugie, attraverso lo spaesamento e l’oblio. Dimenticare. Il controllo dell’oblio è uno dei strumenti più spietati di potere. Questo scrive Le Goff e questo ci ripete Luigi Lollini con una prosa chiara e asciutta, con un incalzare di fatti, con un continuo logorio interiore per decifrare fatti sempre confusi oppure costruiti.  Verosimile ma falso. Inverosimile ma vero. Ogni verità sembra parte di una menzogna. Dal libro di Luigi Lollini La Controfigura.

Appunti: "Eduardo sapeva tenere la scena, era a proprio agio, si sentiva a casa… Finita l’assemblea mi presentai. Di lui mi restò nel portafoglio un biglietto da visita color argento. … Sono convinto che la verità, forse un certo tipo di verità, sono prudente, sia una ripetizione. La ripetizione è un modo per capire, per aggiustare il tiro nel breve corso del tempo concesso. Forse sono io che capisco così, che ho bisogno sempre di una seconda volta. Non si ripete quello che fu, che era in passato, senza che ci sia uno scarto, una deviazione, la lieve incoerenza da cui nasce l’intero universo. Diventa vero quello che viene ripreso, che resta e ricresce diverso come l’erba di questo parco. È questa la mia religione? Riconoscere l’ombra del dopodomani, ritrovare nel presente i corpi, i gesti del passato e forse del futuro, il prolungarsi di un evento che ancora non c’era, il sigillo degli altri in noi, qualcosa che era possibile, che finalmente è diventato vero, o che lo sarà. “ Si riprende, si compie qualcosa che c’era e non c’era, un’impronta, in te in me tra noi nella storia. Qualcosa che non era necessario, che non era un destino” …La ferita di guerra ricalca, nasconde, consuma la ferita dell’infanzia."

Ricopio parola per parola, trascrivo io, con occhi stanchi, con polpastrelli indolenziti, trascrivo la storia della controfigura, seguendo Alberto che vuole conoscere la verità.

Pubblicato a maggio 2018 per la collana Quinto tipo, collana diretta da Wu Ming 1,  dalla Casa Editrice Alegre, il libro di Luigi Lollini giunge da me e mi coinvolge sulle storie amicali di destini incrociati. Su vicende in cui ci chiediamo  con Alberto, con Eduardo, con Daniele “Tu chi sei? Voi chi siete?” dopo essere andati insieme sulla piazza degli Eroi.  Riflettiamo sul cambio, sulla trasformazione politica dell’Europa tutta e del Nicaragua per non essere avvolti nell'oblio.
Ippolita Luzzo 

Fabrizio Coscia Dipingere l'invisibile

Riconquistare un'immagine perduta nella domanda eterna su come si possa rendere visibile l'invisibile.
"In questo misterioso transito dal buio alla luce, enigmatici varchi bianchi, per alludere ad un superamento stesso dell'idea della morte." Study of a Bull (1991) Astratto e concreto, idea e materia raggiungono l'apice della rappresentazione, e sulla tela Francis Bacon ha aggiunto la polvere reale che si era accumulata nel suo studio, come in Sand Dune(1983) la polvere usata come fosse un pastello perché come lui stesso amava ripetere: La polvere è eterna. Dopotutto, noi tutti torniamo alla polvere"
Riassumo il sentimento che pervade la sfera della fruizione dell'opera d'arte da parte dello scrittore Fabrizio Coscia che legge, a suo modo, con una sensibilità allungata nel tempo e nello spazio, le opere di Francis Bacon.
Tutta l'arte di Bacon una rappresentazione dell'uomo nel suo attimo finale, rendere visibile ciò che lascia il suo passaggio, il suo breve esserci.
Leggere Fabrizio Coscia è come "riconquistare una immagine perduta". Ci troviamo a parlarne con le sue stesse parole, ad essere sedotti da quel modo signorile di spiegare l'arte come interpretazione.
Fabrizio Coscia, in Dipingere l'invisibile, ama,osserva, ricorda se stesso bambino, adolescente, attraverso le opere del pittore ed insieme racconta e conosce, interpretando i quadri,  la vita di Francis Bacon.
Ritroviamo un episodio forse inventato, forse no, sul come si siano incontrati il pittore Francis Bacon e colui che sarà il suo amore, George Dyer.  Un amore finito, già finito forse da prima, e terminato col suicidio di Dyer. Un amore che continua nella disperazione dell'arte, nel doppio dell'immagine deformata, nella distruzione che l'amore attua e nella sua trasfigurazione attraverso l'arte.
La domanda che sottende al gesto artistico è come rendere visibile l'invisibile, come dipingere e raccontare il dolore, lo spasimo, la solitudine, il rammarico, il rimorso, la riluttanza, il disprezzo, la distrazione. Morire e rinascere nell'opera artistica. L'arte è meglio di uno sputo, scrissi una volta, dando all'arte il compito di rendere giustizia. Qui all'arte si dona il compito, se mai si possa dare un compito all'arte, di continuare ad agire come "forza operosa" testimoniando la dissipazione del tempo.
Nel capitolo dedicato alla fotografia come premonizione leggiamo l'inane volontà di fermare una immagine già perduta nello stesso momento in cui si ferma. Ciò che c'è di spaventoso in ogni fotografia è una catastrofe già accaduta. Sorridendo mi chiedo se lo sappiano i milioni di individui che si fanno selfie in continuazione, che diffondono in continuazione catastrofi continue e già accadute, sarebbe interessante far loro avere consapevolezza che l'immagine non riporta nulla anzi è "la morte al futuro". Capirebbero la vanità del tutto? 
Fotografie, specchi. Anche lo specchio, come le fotografie, ci mostra un'immagine che non restituisce quella del soggetto riflesso.
Camilleri sostiene in una intervista recente che il fatto di essere cieco gli consente di non guardarsi più e quindi non " Vedere questa faccia da imbecille ogni mattina allo specchio". 
La decomposizione di Narciso: Come si può cogliere l'emanazione di un soggetto, l'energia interna? Nell'arte, a differenza di uno specchio, di una fotografia, vi è il gesto dell'artista che, fra carezza e aggressione, parla sempre del suo rapporto con la violenza e con l'amore. Un sistema nervoso all'opera. 
Avrò fatto anche io una improbabile ecfrasi del libro di Fabrizio, per me opera d'arte fra le opere d'arte, avrò tentato di "descrivere con eleganza"  e ho abdicato, in effetti impresa impossibile mi sembra. Voglio però comunicare il trascinamento e la sensazione di essere accolti in un luogo delizioso che è quello di una scrittura non imprigionata in schemi ma libera di riconquistare l'immagine perduta  con colori e figure che raccontano l'invisibile.
Ippolita Luzzo    

domenica 10 giugno 2018

Un mandarino

Ad aspettare cento notti sotto la finestra del mondo intero e infine prendere lo sgabello e andare via.

giovedì 7 giugno 2018

Pezzo di Andrea Zandomeneghi: Ospite eccezionale del blog

Credo sia unico caso nella storia del blog, sebbene felice di avere ospite quassù Andrea Zandomeneghi con un suo articolo. Un abbraccio e un augurio alle sue produzioni da tutta la Litweb. Andrea è un bravo autore e lo leggeremo molto e in molti.


Notazioni di lettura incrociate
 su  Ipsilonaccadoppiavuacca nell’epilettico barbuto e nel sifilitico emicranico

Dostoevskij non ha mai conosciuto, né tantomeno letto, Nietzsche. Viceversa il tedesco ha letto il russo e la lettura de qua  fu  folgorante, tale da irradiare e innervare  la seconda parte sua vita [prima lo erano state le frequentazioni assidue dei testi di Schopenhauer, Wagner, Rèe – tutti poi decostruiti e seppelliti] – scrive di lui nei frammenti postumi [memorandum: per Nietzsche nulla è più importante dell’essere uno psicologo, nel senso peculiare da lui inteso e il divino è spiccatamente fenomeno psicologico]:  «Io conosco un solo grande psicologo» – altrove dirà addirittura: «uno psicologo a me superiore e superiore a Stendhal» – «Fedor Dostoevskij».
Attribuirà la sua idea di Cristo al russo: «egli ha indovinato Cristo». Di più: l’idiotismo di Dostoevskij è la base per l’idea del Cristo buddhista edonista pervertito e iperirritabile che andrà a tracciare;  fu la lettura de I demoni a ispirare l’idea di Dio nell’Anticristo [Satov in particolare, ma non solo: gli estratti autografi di Nietzsche dai Demoni occupano più di dieci pagine formato in folio dei suoi quaderni]; fu Rodiòn Romànovič Raskòl'nikov – e non Cesare Borgia, come sostengono talune letture censurabili e disinformate – la prima incarnazione del prototipo dell’oltreuomo [infra #2]; parlando dei Vangeli scrive parole inequivocabili [riferite al Principe Myškin, ma anche a Kirillov, Šigalëv, Stavrogin, Liza, Peter Verchovenskij, Ippolit, il Generale Ivolgin, Lebedev et coetera]: «quello strano mondo in cui ci introducono i Vangeli – un mondo che sembra uscito da un romanzo russo in cui i rifiuti della società, le malattie nervose e una “infantile idiozia” paiono essersi dati convegno».

Enormi le differenze tra le concezioni dei due autori [assimilabili invece per l’irriducibile asistematicità delle loro cogitazioni, intuizioni e spettralità], ma intanto vediamo una interessantissima convergenza sulla questione di Dio, dell’Inferno e del Paradiso, in una parola: dell’aldilà.
Fedor Pavlovic Karamazov dice: «crederei all’Inferno se non ci fossero i soffitti» – che intende? Che l’aldilà non è materiale, non ha spazio, non ha edifici, non può avere un soffitto! L’aldilà è psicologico – questo emerge anche dalla conversazione di Ivan con il Diavolo – e non c’entra nulla con i monaci che mangiano i ghiozzi: «il paradiso non si compra mangiando ghiozzi e cavoli».

Nietzsche scrive nell’Anticristo: «l’eterno non è che una nozione simbolica di liberazione dal tempo […] Con la parola figlio il Cristo esprime l’immergersi nel sentimento di una trasfigurazione totale di ogni cosa, la beatitudine, con la parola padre questo stesso sentimento […] Il regno dei cieli è una condizione del cuore, non giunge dopo la morte, oltre la vita, oltre la terra. […] Il paradiso è psicologico»
Da ultimo un altro passaggio – di un tipo così raro in Nietzsche! – dallo stesso testo a metà del capitolo 31: «ci sarebbe da rammaricarsi che non sia vissuto un Dostoevskij nelle vicinanze di questo interessantissimo décadent, un uomo, intendo dire, che sapesse appunto avvertire il trascinante fascino di una siffatta mescolanza di sublimità, malattia e infantilismo. Un ultimo punto di vista: il tipo, come tipo della décadence, potrebbe essere stato caratteristicamente multiplo e contraddittorio».

In conclusione, mi chiedo, quale è però l’opposto di questo paradiso psicologico, cioè cosa è l’inferno in terra, l’inferno psicologico? Credo possa essere ricondotto a due differenti morfologie complementari: ossessione e «oasi d’orrore in un deserto di noia» – cioè il Baudelaire in esergo a 2666 di Roberto Bolaño.
Andrea Zandomeneghi



martedì 5 giugno 2018

Il nostro tempo è terminato da Salvatore Parise a Michele Vaccari Il tuo nemico

Leggo entrambi i libri in tempi differenti e ne sento la familiarità, la vicinanza per il tema trattato, Hikikomori: gli adolescenti chiusi in una stanza con tutti gli strumenti connessi su tutto un mondo digitale, su relazioni ed immagini che sono i nuovi mezzi per restare in comunicazione. 
Nel libro di Michele Vaccari  "Gregorio è un ragazzo prodigio, un genio dell'informatica, il bersaglio preferito dei bulli della scuola. Quando la professoressa di economia gli comunica l'intenzione di sostenere la sua candidatura al MIT di Boston, Gregorio vorrebbe gioire per la notizia ma non può: c'è un ostacolo, e sono i suoi genitori.Gregorio sceglie l'esilio, diventando un NEET giovani che non studiano e non lavorano." Questo sta scritto nelle note di presentazione e questo mi piace riportare oltre la prosa eccellente e il periodare curato usato da Michele. Nel libro c'è molto di più ma preferisco limitarmi alla vicinanza con Ramy, l'altro ragazzo incontrato in questi giorni sul libro di Salvatore Parise, come se volessi farli incontrare.
Gregorio mi sembra Ramy, il ragazzo protagonista del racconto "Il nostro tempo è terminato" di Salvatore Parise ed infatti leggo questo racconto con in testa Gregorio. Le famiglie di entrambi sono famiglie infelici, irrisolte, composte da esseri umani in difficoltà e che creano a loro volta difficoltà. Il difficile delle famiglie e nelle famiglie è proprio non fare danni, o almeno cercare di limitare i danni. 
Le famiglie, questi organismi mutanti, composti da individui inermi e sconsolati, falliti ed egoisti, hanno al loro interno spesso, dei figli. I figli di genitori oramai senza ruolo, senza funzioni, senza il senso vero della vita, direbbe Battiato. I genitori di Gregorio e di Ramy si somigliano. Gregorio e Ramy reagiscono con gli strumenti di ora. I collegamenti internet, il ciberspazio, il virtuale come vero momento di scelta. D'altronde il virtuale è reale ed io non vedo nessuna divaricazione se non un altro modo di comunicare con strumenti anche questi da qui a poco antelucani.  
Solitudine umana  sempre più ampia, grande superficialità nel voler risolvere rapporti e ansie, desideri e umiliazioni con semplici strumenti. Ho sempre in mente un quadro "Il seppellimento di Santa Lucia" di Caravaggio a Siracusa. In quel quadro più si amplifica la scena più l'individuo resta solo. Così ora più il mezzo, i mezzi, ci connettono, io a te, voi a noi, più noi restiamo soli e fissati come Gregorio e Ramy. Le ossessioni, le fissazioni si ingigantiscono. I genitori sono altrettanto sprovvisti di difese interiori e vengono fagocitati dal loro orizzonte, una rotatoria, un complimento, un momento di gratificazione. I figli si guardano e non si vedono e volano nella dimensione onirica dell'infinito. Lo psicologo dove Loser il padre di Ramy si rivolge ammette la sua impotenza "Sai, che a noi psicologi non è dato di conoscere tutti i segreti della memoria, della mente umana. E come dice uno scrittore, ognuno di noi è padrone di ciò che tace e schiavo di ciò di cui parla. Ciò che ti interessa è il presente, per oggi il nostro tempo è terminato" Fra la vita e la morte ondeggiare fra orgasmo e finitezza, fra piacere e disgusto, fra un vorrei e non vorrei, con nuovi mezzi più potenti e maggior nausea si creerà. Nella condizione di essere umani la famiglia affonda e chiede aiuto a chi ne fa parte vedendo però i suoi componenti fuggire a quel S:O:S: inascoltato in due punti e zero, nuove tecniche di chat.
Leggo Michele Vaccari e Salvatore Parise nella famiglia dei libri veri, famiglia che non fuggirà alle richieste di aiuto. 
Ippolita Luzzo 

Michele Vaccari si occupa di editoria e comunicazione dal 1999. È consulente per la narrativa italiana di Chiarelettere ed è copywriter per Paramount Channel. È stato direttore editoriale di Transeuropa Edizioni. Ha scritto tre romanzi: Italian fiction (ISBN Edizioni), Giovani, nazisti e disoccupati (Castelvecchi Editore), L'onnipotente (Laurana Editore). È nato a Genova nel 1980.
Salvatore Parise, scrittore calabrese, vive a Crotone. È bassista e cantante del gruppo “Il Genere”. Alla sua quarta pubblicazione, ha pubblicato Poesie Metropolitane (Princesse Editrice, 2006), In Vivo (Csa Editrice, 2012), Sono una rockstar (Csa Editrice, 2015). Con Musicaos Editore, nel 2018, ha pubblicato il romanzo dal titolo “Il nostro tempo è terminato”
    

venerdì 1 giugno 2018

Tiziana Calabrò ed Eleonora Uccellini a Lamezia

Ieri sera al Chiostro Di San Domenico lo spettacolo di Tiziana Calabrò ed Eleonora Uccellini “Ho attraversato ridendo la terra capovolta... ma anche no” ispirato al blog di Tiziana “Lamedagliadelrovescio” si chiude fra abbracci, applausi e profezie. Ritornerete, esclamo, ritorneranno, diciamo insieme a Michela Cimmino, alle colleghe e agli alunni del liceo Scientifico e del Liceo Campanella. Ritorneranno, tutti lo vogliamo, sentiamo in coro dal pubblico. 
Dopo lo spettacolo Tiziana Calabrò ed Eleonora Uccellini vanno a conferire al Quirino con zaino e trolley, vero Michela?
Michela Cimmino presenta lo spettacolo ricordando Paola Scialis, donna stupenda, attrice e promotrice di attività teatrali, scomparsa domenica, per un attimo brutale di fatalità. A lei dedichiamo lo spettacolo che inizia con l'augurio di rinascere.
L’incontro con il teatro per davvero, ridendo e pensando sulle note dell’essere donna.
Cosa vuol dire essere donna. Un inno alla femminilità.Se rinasco voglio essere donna. E se rinasco uomo? Improvviserò
Inizia così un lungo viaggio sui diritti e sui sentimenti, sul dialogo mamma vecchietta e figlia e sul dialogo fra la figlia diventata mamma e la sua di figlia. Un abbraccio a tutte le coppie, alla famiglia, in qualsiasi forma essa si presenti perché la famiglia è dove ci si vuole bene. Un omaggio agli amori, a qualsiasi forma di amore, anche a quelli distruttivi, a Frida, alle donne sfortunate, disgraziate, per una sorte terribile, eppure capaci di respirare. Il respiro come forza, e la forza sia con noi. Con tutte le donne
In scena la scrittrice è “Tizianeda”, come la chiamava la nonna Bianca. La scelta di questo nome è un omaggio alla nonna.  Eleonora e Tiziana ci coinvolgono, interpretano e recitano con professionalità e presenza ciò che donano, un gioioso mondo di nascite, nascite per davvero. Si sente palpabile l'amore e la competenza, si sente lo studio e l'entusiasmo, e si sente la voglia, l'incoscienza e la follia... di voler esserci a modo loro, a modo nostro. Senza stereotipi. Cosa sarà mai una donna del sud? Davvero davvero quel legame fra figli e mamme e scatoloni di cibi spediti in ogni angolo d'Italia? Sorridiamo e ci abbracciamo e fra gli abbracci finali arriva qualcuno alla fine col rimpianto di non esserci stata, mentre tutti dicono "Oh cosa ti sei persa!" e questo è il bello del teatro, lasciare quel sottile languore di voler esserci ancora. Ritorneranno. 
Ippolita Luzzo 

mercoledì 30 maggio 2018

Ordo Mortis di Salvatore Conaci

“Quella briosa ventata di incognite” Riprendo in mano il manoscritto  Ordo Mortis,letto in anteprima. Il libro sta avendo riscontri positivi nei preordini. L'autore, Salvatore Conaci è di Girifalco. Sarà il mio legame forte con il paese di Girifalco descritto da Domenico Dara, sono stata a Girifalco più volte, al seguito di Domenico, e reputo effettivamente quel luogo un luogo al centro del mondo.
 Affascinata da Girifalco leggo  e vedo la cura con cui Salvatore Conaci descrive i luoghi. Salvatore scrive recensioni e articoli su alcune riviste ed io sono molto contenta per la sua attività e per il suo entusiasmo. Benché io in effetti non leggo questa tipologia di racconti sul fantasy, non leggo moltissimi generi essendo lontanissimi dal mio interesse, sono incuriosita dal racconto Ordo Mortis." 
I suoi personaggi prendono vita. Alessio rimarrà nell'immaginario dei lettori che seguiranno le sue vicende amplificate dalla bravura dello scrittore. 
Siamo in ansia, leggendo, per il suo arrivo nella località dove lui dovrà prendere servizio, chiamato per insegnare in una scuola. "Buongiorno, lei deve essere il nuovo professore. Ipotizzò, rendendogli la destra una giovane donna che, vedendolo, si era alzata da una sedia confinata in un angolo dell’ampio atrio... Bionda, candida, le labbra d’un rosso folgorante." Anche la scuola e il suo personale diventano presenze sceniche e lo stesso incontro col preside mette ansia. Il preside ferocemente professionale, la scuola con uno stranissimo magazzino... mi mette paura. Proprio ciò che vuole l'autore, far nascere questo sentimento di oppressione e di grande curiosità anche nel semplice gesto del professore che prende il tè e fuma la pipa. 
Salvatore mi conferma ciò che ho intravisto e cioè la sua maestria:"Ho scritto un articolo per "Luoghi misteriosi", un sito che si occupa appunto di misteri da tutta Italia. Vi ho scritto della leggenda diabolica che aleggia attorno alla fontana di piazza San Rocco a Girifalco"  e riconosco alcuni suoi maestri: la forza evocativa di Ennio e Petronio;  S. Agostino e Dante; la perfezione aurea di d’Annunzio,  Edgar Allan Poe, ispiratore in ”Perle nere” suo precedente romanzo.
Un gesto naturale diventa ansia. Sarà il lessico che usa, appropriato alla bisogna, sarà il periodare, ed io intravedo la maestria nel genere ed auguro a Salvatori molti lettori. La casa editrice ha già dato fiducia a questo autore ed io da semplice ed inadatta lettrice confermo. Morta di Paura!
Ippolita Luzzo 


Salvatore Conaci nasce a Catanzaro, nel '90. Conseguita la maturità scientifica, coltiva gelosamente, e con passione, una cultura quasi prevalentemente umanistica ed esoterica. Laureato in Lettere Moderne, attualmente studia Filologia Moderna. "Perle nere" (Montedit, 2015) è il suo lavoro d’esordio. Dopo una breve collaborazione con la rivista Luoghi Misteriosi, ha scritto  per 900 letterario.