martedì 1 marzo 2016

Lettere alle amiche Céline Adelphi

Casa editrice Adelphi mi piace fin dalla consistenza della carta scelta per la copertina, quel granuloso che mi appoggio sulla guancia per sentirne lo spessore. Piccola Biblioteca 683
Louis-Ferndinand Céline Lettere Alle Amiche
Sei donne consegnano le lettere ricevute da Céline, durante la frequentazione e conoscenza, alla storia letteraria.
Erika, una studentessa tedesca che poi diventerà giornalista e romanziera, N, ebrea austriaca, insegnante di ginnastica, che frequentava i circoli studiosi di psicoanalitica, Eveline, letterata belga, Karen, ballerina danese, Lucienne, pianista francese, ed Elisabeth Porquerol, giornalista, che fu semplicemente amica. Costoro hanno raccolto e consegnato le lettere facendo, suppongo, una prima scelta. 
"Purtroppo sì, sono io!" una lettera a Simone Saintu, nel 1932, apre l'epistolario di Céline. 
Purtroppo, vorrei rispondergli, noi chi siamo non sappiamo.
Inizio a leggere queste lettere e mi sento defraudata delle 15 euro che ho speso. Chiudo per qualche giorno. Riprendo a leggere dalla fine verso l'inizio e stavolta ne rimango conquistata. Cosa era successo? 
Ciascuno di noi diventa a secondo del rapporto che ha con un'altra  persona, cambia cambiando interlocutore e le ultime lettere a Lucienne mi hanno consegnato l'uomo e lo scrittore insieme, completando il puzzle che io avevo visto frammentato nelle prime pagine. A pezzetti.
26 agosto 1935 lui scrive: " La normalità della vita, la realtà della vita mi schiaccia" ed ancora "per me la realtà è un incubo continuo e lo sa Dio se la vita m'ha trattato bene come esperienze! se la realtà m'ha favorito!"
Ricordando la mamma sempre intenta su una montagna di trine da riparare per pochi franchi, scrive:" ho sempre sul mio tavolo come lei un enorme mucchio d'Orrore in sospeso che vorrei rappezzare prima di finirla."
" S'aggiusta tutto, niente è essenziale, si sostituisce tutto, tranne il povero rifugio dove viene traslato e dimenticato tutto" e continua consigliando a Lucienne, come se parlasse con sé stesso, difatti è questo che  facciamo tutti scrivendo, di evitare i calabroni, gli impostori, gli sbaciucchioni.  Un artista non sa che farsene di queste melensaggini. 
Una grande ammirazione e tenerezza in questo uomo nei riguardi di Lucienne, tanto da consegnarle il suo impossibile desiderio di uscire dall'incubo piatto e banale del detto e fuggire via nella perfezione sfuggente dell'arte, della musica.
Attraverso lo sguardo dell'artista la realtà è nuda come nella scena della Szymborska " All"Aeroporto"

 Sarà quell'essere nudi che Céline usava, esprimendo pensieri non mediati, che tanto infastidì il suo tempo?
Cara amica, scrive a Lucie Porquerol, nel giugno del '33, quando ha  39 anni  "Lei mi informa che raccontano delle cose su di me. Credevo m'avessero dimenticato. Io non vedo nessuno. Non leggo nulla. Non so. E non parlo. La mia vita è finita Lucie, il mio non è un esordio, è un epilogo nella letteratura una cosa ben diversa-o piuttosto le mie vite, poiché insomma ne ho avute tre o quattro." 
Ed ancora ad Evelyne Pollet, agosto del '33 " Siamo destinati al tedio. La nostra vita non è che una morte senza slancio. Insomma questa è, mi rileggo, una bruttissima lettera. Un'altra sarà più frivola"
Non ho finito...  

2 commenti:

marcellocomitini ha detto...

Le avessi scritte io queste lettere?
Ma se le avessi scritte io - e le ho scritte - nessuna donna le consegnerebbe all'editore.

Litweb ha detto...

Certo che sì. Magari le avranno conservate e, nel caso tu vincessi Nobel o similare,ritornerebbero utili per uno studio su di te. Gabriella conserva anche copia di Un ubriaco morto, potrebbe avere conservato ogni lettera. Sarebbe molto interessante. Queste di Cèline mi sono piaciute