11 settembre 2018 I riti creano comunità. I riti collegano gli individui in una consorteria umana. Sulla piattaforma del sacro e non delle cose. Non si potrà mai fare a meno dei riti benché di questi tempi si tenti di scollegare gli individui gli uni dagli altri con una violenza continuata. Bisognerà però chiedersi cosa sia un rito e cosa non lo sia per provare a difendere ciò che ancora connota le comunità
venerdì 11 settembre 2026
giovedì 10 settembre 2026
Canzone per Francesco Guccini
Muore Guccini e mi ritrovo a cantare per tutto il giorno una sua canzone. Ognuno di noi ha una sua canzone in testa e io mi ritrovo con questo canto: La canzone "Canzone per un'amica" (il cui titolo originale è In morte di S.F.) di Francesco Guccini è stata scritta per Silvana Fontana, un'amica del cantautore morta in un tragico incidente stradale nel 1966.
Lunga e diritta correva la strada l’auto veloce correva, canto tutto il giorno questa canzone scritta da lui alla notizia della morte di una sua cara amica e io cantandola la dedicavo e la dedico a Paola Scialis, da molti artisti di teatro di Lamezia amata, apprezzata e conosciuta. Da uno stralcio nel giorno dell'incidente sembra di leggere i versi del canto di Francesco Guccini.
“L'attrice e performer di Amantea morta in un tragico incidente stradale è Paola Scialis, deceduta all'età di 42 anni il 27 maggio 2018 su un viadotto della Statale 18 ad Amantea, in uno scontro frontale tra un'auto e una moto in cui perse la vita anche il motociclista Luca Bennardo. “ Un impatto violento tra una moto e l'auto su cui Paola viaggiava come passeggera. Paola Era un'artista creativa, performer fuori dagli schemi e co-ideatrice del progetto culturale ed ex convento di Belmonte Calabro insieme al compagno Stefano Cuzzocrea."
Di Guccini io ho questo ricordo intimo e straziante, un Guccini intimo che si chiede se abbia un senso tutto questo così come poi cantiamo insieme Il vecchio e il bambino si preser per mano e andarono insieme incontro alla sera.
E il vecchio diceva, guardando lontano
"Immagina questo coperto di grano
Immagina i frutti e immagina i fiori
E pensa alle voci e pensa ai colori
E in questa pianura, fin dove si perde
Crescevano gli alberi e tutto era verde
Cadeva la pioggia, segnavano i soli
Il ritmo dell'uomo e delle stagioni"
Un grande canto di amore verso la terra, la natura, verso le stagioni.
Segnava il tempo e il senso del vivere ed è ciò che ci chiede e che ci ha chiesto nelle sue canzone per anni Francesco Guccini nato nel 1940 e già con questa canzone del 1972 ci chiedeva di dare un senso al nostro stare sulla terra rispettando la natura.
Nella ricerca di un senso individuale e nella ricerca di un senso universale credo stiano le canzoni che oltrepassano il tempo, itempi, e appartengono a tutte le generazioni.
Ippolita Luzzo
mercoledì 9 settembre 2026
Gli zii
Dal 9 settembre 2015
I due fratelli del mio papà erano diversissimi.
Uno ironico e al limite fra essere e non essere, come se non ci fosse, l'altro composto e preciso, affidabile e tecnico.
Morto è il primo da molti anni.
Nel suo non esserci si divertiva a scherzare e un anno, per celia, organizzò una finta investitura a sindaco di Falerna Marina, carica inesistente. Insieme ai suoi amici si mise la fascia di sindaco e fecero festa per il villaggio.
Quando lo venne a sapere l'altro zio, quello che la politica doveva vederla davvero, si arrabbiò con suo fratello, che, a suo dire, si prestava a giochi stupidi.
Da allora è passato tanto tempo e scherzosamente come mio zio Carlo anche io invento giunte comunali inesistenti e sindaci che vorrei e poi guardo la politica vera, anche questa ormai con tante figurine che non contano niente.
Meglio zio Carlo quando era sindaco di Falerna marina per semplice divertimento.
Ippolita Luzzo
giovedì 27 agosto 2026
Vivere letteratura
Vivere letteratura non è quel che ossessivamente mi ripetono le pagine di Facebook o quelle più autorevoli della Lettura del Corriere della Sera.
Vivere letteratura non è nemmeno essere invitati a festival, sempre troppo numerosi, perché ci stanno i fondi regionali e i festival sono un lavoro remunerato.
Vivere letteratura non è nemmeno tutto questo sbattimento di video onestamente insulsi che vanno di gran moda, paradossalmente non è nemmeno scrivere libri perché vivere di letteratura è un’altra cosa.
Conservando il commento di Bruno Di Pietro: “Vivere di letteratura è camminare con il piacere di avere in tasca solo le mani, senza fretta, ascoltare tutto quello che ti circonda, riconoscere i venti al solo contatto con il corpo, percepire gli odori dopo la pioggia, dar da mangiare a un cane randagio, cercare i nomi antichi delle cose, salutare tutti, anche gli sconosciuti o i nuovi arrivati, accendere il fuoco nei camini ai primi freddi, e di buon mattino prendere il pane caldo al forno. Se non è questo la letteratura è possedere libri e fermarsi alla copertina.”
Ippolita Luzzo
sabato 22 agosto 2026
Roberto Amato Attitudini terrestri
Roberto Amato Attitudini terrestri in Litweb dal 2018:
Un uovo e un chicco d’uva il suo pasto, leggo nella biografia di Roberto Amato, nei 14 capitoli di Alessandro Trasciatti.
Un uovo e un chicco d’uva mi ricorda una estate del 1988, quando io per dire ciò ad una amica l’ho persa per vent’anni, sentitasi offesa da me nelle sue abilità in cucina. Cosa vuoi per cena? Mi chiese lei. Ed io risposi: Per me, Anna, anche un uovo!
E su un uovo ritorno indietro ai versi e alla poesia di un uomo delizioso, ironico e giocoso, e nello stesso tempo sfuggente e sconosciuto.
Roberto Amato appare e scompare, ritorna e sarà ogni volta diverso nel gioco antico della seduzione attraverso la parola, sempre diversa, sempre una sorpresa. Scrivere per trovare un io, per costruire una identità e scrivendo quell’io verrà distrutto, scrivendo si diventa altro. Ognuno di noi avrà cercato un suo io non trovandolo, lo avrà immaginato e donato ad altri per quella relazione cercata e mai raggiunta con un simile.
Attitudini terrestri a sedurre, a immaginare di scrivere una lettera: Poesia è: Lettera ad Elvio. Un frammento da Le Attitudini terrestri. “Darti notizie di me è quasi un motivo ornamentale. La mia vita si svolge come un nome di filo in un fazzoletto. Questo mi sembra plausibile. Eppure ho pensato a te senza smettere mai. Anche se sono qui per nascondere a tutti i miei pensieri ricamati.
E mi viene da piangere a pensare alla bellezza di questa cella ariosa. A come sono fortunato. A come il mondo è perfetto e del tutto cauterizzato (come dice il Dottore) dalla luce che brucia tra le foglie.
Se sono un tiglio o un’allodola nessuno lo sa con certezza. Ma noi, io e te, potremmo essere una cosa sola, un dolore unico e universale, una felicità senza sponde, un suicidio perfettamente calcolato, una malattia incurabile come il raffreddore. E potremmo scaldarci le mani e i piedi in un contatto talmente equinoziale che tutto poi sarebbe irragionevole. Anche il computo ritmico delle stagioni.” Roberto Amato ci ipnotizza con il suono melodioso di una nenia, ci trascina in una abitazione lontana, potremmo essere una cosa sola con lui, noi leggenti e lui accanto a darci universi e angeli carezzanti. Una estate con lui In Litweb un omaggio ad un poeta vero. Le Attitudini Terrestri di Roberto Amato “A volte la felicità mi sfugge. È come se perdessi il controllo di una mano o di un piede. Mi affaccio e vedo gli alberi leggermente mutati. Forse l’estate è troppo inoltrata. E anch’io mi sono inoltrato in un punto della stanza che non avrei dovuto attraversare.
Penso che questi muri dovrebbero oscillare insieme all’aria remigata dagli alberi, e risuonare come lamine di celesta. Invece sono costretto a immaginare un saggio sull’immobilità coatta dei manicomi. E mi viene da piangere continuamente. A chi rivolgere le mie pene saggistiche? Non posso fare affidamento su nessuno. La Cuoca è quasi sempre in cima a un albero del pane, dalla scorza cocciuta e dalle foglie troppo lontane. Il Barbiere sarebbe pieno di dolcezza, ma i ricordi un po’ lo assopiscono, un po’ lo fanno volare via.” A volte la felicità mi sfugge, ma si è felici se ci lasciamo rapire dall’istante, se riconosciamo il dono di un regno, di tanti personaggi accanto, di tante persone simili. Sul nulla del nulla può nascere un fiore oppure altro nulla, chissà! Ipnotizzati e visitati presso un ambulatorio psichiatrico i pazienti sostano stupefatti. Curati da un dottore. Visitati.
Intanto Roberto Amato, bello e impossibile, legge al Festival dei poeti a Rotterdam le sue carezze angeliche.
Sì può darsi che lei abbia ragione.
Ippolita Luzzo
venerdì 21 agosto 2026
Premi
6 Agosto 2015 a casa di Pina Majone Mauro. La mia amica mi porta nella stanza dei premi ottenuti durante una vita di poesia, di lavorio intellettuale critico e serio. Premi affissi alle pareti, premi poggiati su libreria, su scrivania, su seggiole e per terra. Premi messi in scatoloni. Premi accatastati uno sugli altri a formare piramide instabile di un immaginario unico premio. - Che me ne faccio?- mi sta chiedendo lei, con tristezza. - Cosa mi importa se nel 2000 ebbi premio del geranio e nel 99 premio del garofano? Cosa mi interessa del premio dei premi, di tutti questi premi? Nulla.- La credo. Infatti io credo che i premi non servano se non a fare una bella festa, a far conoscere momentaneamente quel l'autore. Nella nota canzoncina che faceva così "Premi premi premi, che se premi tu premierò anche io- premere e premiare stessa radice hanno, conveniamo insieme con mia amica
giovedì 13 agosto 2026
Il non amore
Nove anni fa:Il vero problema sta nel non amore.
Non amano libri e letteratura coloro che usano libri e letteratura per mettere in piedi premi letterari scemi per premiare i personaggi importanti o il compare più vicino,
non amano libri e letteratura coloro che presuppongono di essere poeti per due versi scemi e si nominano scrittori per quattro parole messe in fila.
Non amano neppure i grandi personaggi della storia morti ammazzati per le loro idee ed ora usati per una battuta di ferragosto qui su Facebook.
Tristezza totale al tempo del non amore malgrado Tutti i cuori scemi
Ippolita Luzzo
giovedì 23 luglio 2026
Nicola Argenti scrive su Pezzi dal Regno della Litweb
I PEZZI DI UNA MACCHINA DEL TEMPO
Quando ho letto i Pezzi di Ippolita Luzzo sono immediatamente tornato al breve arco dei miei 16-20 anni, periodo nel quale scrivevo in maniera forsennata e affamata. A differenza dell’autrice, viscerale ma chirurgica, quel che veniva fuori al sottoscritto era il ritratto della camera disordinata di un adolescente-giovane uomo. Ma cosa è che scrivevo? Pensieri sparsi, abbozzi immondi di poesia, imbrattamenti vari, e chiamavo tutto questo “i miei pezzi”, non sapendo (o non volendo) dargli già la denominazione certa di “poesie” o “racconti”. Particelle impazzite, elettroni ribelli, protoni malinconici e fotoni adolescenziali, tutti utili a comporre il tessuto temporale della mia piccola esistenza, con un futuro incerto e con una immatura percezione dei pochi anni vissuti.
E anche i Pezzi di Ippolita ricordano il passato, rimandano a tempi nei quali lo scrivere era verace, fluido, un fiume in piena. Una scrittura, la sua, che riesce in modo semplice e diretto a dar voce alle emozioni più intense, alla rabbia, all’incredulità, allo struggimento e – perché no – all’ingannevole senso di felicità.
L’autrice apre visioni quantistiche su una vita scandita da appassionate letture, tradizioni, lunghe e accalorate riflessioni, silenziose conclusioni. Ci sono pagine di piccole storie, racconti, scritti fulminei che passano inosservati e questo libro è, invece, una traccia, una mappatura (termine a me caro e con mille declinazioni), una capsula del tempo: perché qui non c’è solo l’autrice, con le sue istantanee di presente e passato, ci sono moltitudini, intere comunità, uomini e donne con brandelli di attimi vissuti e dimenticati, ferite nascoste, gioie inattese e scatole di cimeli dai quali è impossibile separarsi. Tutto gelosamente conservato in questa capsula che è, al contempo, un manuale per ritrovarsi, per riscoprirsi.
Umberto Eco diceva: Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.
Insomma, non lontano dal parlare di una vera e propria Macchina del Tempo.
E qui, tra queste pagine, troviamo le Istruzioni:
- Come riportare l’Amore alla sua forma originaria, riscoprirlo negli angoli remoti dello spaziotempo, là dove nessuno lo cerca più:
[…]
“Detto così l’amore esiste, è il motore della vita, del nostro essere individui sociali, del nostro credere e combattere per amore.
[…]
dovremmo riprendere in mano, nel particulare la potenza del sentimento si rimpicciolisce e si ingrandisce sui bisogni elementari del singolo: bisogno di essere riconosciuti; bisogno di essere vista bella, bellissima, unica, grande; bisogno di dominare, di possedere, di mangiarsi quasi l’altro e di esserne divorata; bisogno inesausto di stare con l’altro per fonderlo e poi insieme distanziarlo per muoversi.
[…]
Esiste quello che non hai, perché più bello sarà andare a cercare amore nelle pieghe di una tovaglia che ondeggia, nella ballata sul mare salato di Hugo Pratt, che riscritta su un telo si asciuga al sole di una terrazza al caldo vento di Agosto.
****
2. Proiettarsi in un futuro, che è già presente, dove le tradizioni non sono luoghi comuni:
[…]
Io non sono una donna del Sud
Non ho mai fatto la salsa di pomodoro
Le melanzane ripiene, la conserva di peperoni.
[…]
Non vado a matrimoni, battesimi e prime comunioni
Non vado neppure ai funerali.
[…]
Non spedisco barattoli a mio figlio, non stiro le camicie
[…]
Il sud lo porto nel sangue, nel suo colore, nel suo calore
Nella storia, nel presente,
Nel mio viso da bambina
Nel dolore delle mamme,
Delle donne
Sempre attente, sempre pronte
Sempre vigili e custodi
Di una cura sempre eterna.
****
3. La relatività ristretta ci dice che spazio e tempo sono malleabili. Proviamo a modellarli in modo diverso:
[…]
Mi sono riletta te e la fattoria degli animali, mi sono spaventata perché tu e tanti altri profetizzate con favole, con film, con canzoni, l’anno che verrà con dettagli minuziosi.
Profetizzate e ci richiamate a svegliarci.
È Primavera, svegliatevi bambine, alle cascine, che festa di colori…
Possibile che non possiamo svegliarci e impedire un corso della storia pericoloso?
Possibile che il corso delle cose ci trascini come un fiume inarrestabile travolgendo argini e steccati?
Possibile che risucceda, come Vico, corsi e ricorsi, e tutto venga di nuovo a galla?
Razzismo, fascismo, saluto romano, organizzazioni militarizzate, odio sociale, povertà, spregio della cosa pubblica, irrisione, e urla.
Chi urla di più vince?
Fiorirà l’aspidistra in estate, fioriranno altri fiori a primavera e non vogliamo che i nostri fiori si bagnino di sangue.
****
4. Oggi come ieri, come particelle nell’intreccio quantistico, siamo legati ad uno stato ben preciso, indipendentemente dalla distanza che ci separa da quel che è stato:
L’invenzione più innaturale del nostro secolo è stata la famiglia monocellulare: costringere un uomo e una donna a coabitare da soli sotto lo stesso tetto, in una stessa stanza detta stanza matrimoniale, impropriamente.
[…]
Costringere due esseri diversissimi a occuparsi, vita natural durante, di una prole sempre più ridotta all’unità, unico e solo prodotto di un connubio, beh a volte due, a volte tre.
Così sperimentiamo la convivenza fra due individui che nulla hanno in comune se non la diversità. Così elaboriamo comportamenti e tradimenti per sopravvivere a un inferno.
[…]
E su una illusione si sono gettate le basi per un vivere male, infelici, scontenti, separati e perdenti, in una condizione che è solo virtuale, quella del vivere insieme, in un matrimonio che proprio non c’è, che nella storia di tutti i tempi non è mai mai mai, altrimenti dove sarebbe la novità?
La destinazione di questo viaggio nelle pieghe del tempo, ora, appare chiara. Siamo noi stessi. Legati indissolubilmente al nostro passato, con infinite possibilità di cambiamento. Basta avere la volontà.
****
Non bastasse questo, Ippolita ha il potere del creare sinergie e connessioni, e non solo tra persone. Con questi Pezziè in grado di farci immedesimare nelle sue storie, di farci entrare dentro, sentirci tutti un po’ parte di questa grande narrazione. Sembra banale, forse lo è, ma rifletteteci bene: ci ritroviamo azzeccati in uno spazio troppo stretto, “tutti stipati” (diceva un poveraccio…), ma è con la vicinanza che si comprende l’altro, che si riesce ad attaccar bottone, è quando ci si trova costretti faccia a faccia – mentre i corpi, compressi, si riscaldano – che ci si decide a parlare. E insomma, Ippolita ci afferra, ci catapulta in un viaggio in metro nell’ora di punta, in un’infernale bolgia di Capodanno in piazza, e ci costringe a parlare, a, a confrontarci, a chiederci come va, guarda che nuvoloni oggi e poi, all’improvviso, che ne pensi dell’Amore?
Eh? Come? Ma non parlavamo del tempo?
A Ippolita importa poco. Il meteo, l’amore, le assenze, le tradizioni, il Sud, la pasta, il sugo, gli uffici postali, tutto insieme, tutti “pezzi” di qualcosa che chiamiamo vita, ed è inutile disperarsi: l’amore conta come il QR code dello SPID che non funziona. Anzi, se ci pensate, entrambe le cose fanno soffrire parecchio.
E la riprova di questo suo potere è l’enorme comunità che ha saputo creare.
Pezzo dopo Pezzo.
“Perché mille auguri, tanti auguri? Uno solo non basta?” https://tabaccofreddo.it/pezzi-dal-regno-della-litweb-ippolita-luzzo/
mercoledì 22 luglio 2026
Michele Mari I convitati di pietra
Ai titoli di coda mi sono commossa e ho quasi pianto per questo bellissimo racconto di Michele Mari I convitati di pietra, che ha vinto con merito Il Premio Strega 2026.
22 luglio 2016
Guerre combattute con corpi buttati sulle coste, con corpi esposti nudi e in manette, con corpi ai fili spinati, nei cassoni di camion, in carcere torturati, guerre moderne combattute al tempo di Odissea 2001
domenica 19 luglio 2026
Paolo Lago su Carmilla scrive su Il primo pezzo non si scorda mai
Un Regno fiabesco irriverente e gentile
Ippolita Luzzo, Il primo pezzo non si scorda mai. 10 anni di Regno della Litweb, Città del sole edizioni, Reggio Calabria, 2022, pp. 96, euro 12,00.
Il primo pezzo non si scorda mai. 10 anni di Regno della Litweb, uscito lo scorso anno, raccoglie alcuni dei pezzi scritti da Ippolita Luzzo nel 2012 e nel 2013 sul blog da lei fondato, appunto, nel 2012, “Il Regno della Litweb”. Si potrebbe cominciare ad analizzare questo libro dalla copertina che ci mostra la stessa Ippolita disegnata in una sorta di caricatura, con in mano un libro e una penna. Il disegno rimanda all’universo della satira, dell’irriverenza, dell’osservazione della società con distacco critico. Come nota lo scrittore e studioso siciliano Giuseppe Giglio nell’introduzione al volume, la parola “regno” ci conduce nell’immaginario della fiaba, ma una fiaba un po’ particolare, in cui “le regine e i re non sono i poeti e gli scrittori ma tutti i lettori”. Si tratta infatti di un regno che non si trova sulla Luna, come nel racconto ariostesco, e non è neppure fatto di marzapane o di pan di zucchero, né tanto meno vi si trovano “omini di burro” come nel “paese dei balocchi”. È un regno fatto di letteratura, ma di letteratura che si interseca e si connette strettamente con la vita di tutti i giorni e con le problematiche sociali quotidiane. Perché – continua Giglio – Ippolita “è un folletto, un arioso, ariostesco folletto di incontenibile curiosità”. E definire Ippolita come “blogger” sarebbe sbagliato perché lei stessa si trasforma in personaggio: lei non scrive “post”, ma “pezzi” nei quali entra lei stessa in prima persona, con il suo corpo e con la sua mente, con le sue gioie e le sue amarezze, ponendosi per certi spetti all’interno del solco tracciato dal personal criticism della critica femminista angloamericana.
Per mezzo del suo “regno”, Ippolita Luzzo spalanca una finestra sul mondo e lo guarda dalla sua ottica eccentrica, distaccata ma fino a un certo punto, come nella migliore tradizione dell’antica satira menippea, quel genere che si fa risalire alle opere perdute di Menippo di Gàdara (III sec. a.C.) e che fa sentire il suo influsso nelle opere di Luciano di Samosata, nell’Apokolokynthosis di Seneca e nel Satyricon di Petronio. Una critica che sì, fa sorridere ma che, in fin dei conti, appare venata di una certa amarezza. Come nel constatare, nel pezzo datato 10 agosto 2012, che “siamo un popolo di guardoni”, ormai preda di una ‘vetrinizzazione’ senza precedenti a causa di una “trasparenza” insita nei meccanismi autoimposti dei social. Una società – si potrebbe aggiungere – non troppo diversa da quella affrescata da Petronio nella cena Trimalchionis del suo Satyricon per la quale, come scrisse il fine latinista Marino Barchiesi, “la teatralità è divenuta un modo di esistenza” e in cui “l’individuo (quello che conta o che vuole contare) vive per vedersi vivere ed essere veduto”. L’autrice si scaglia poi contro l’omologazione socio-culturale nel pezzo intitolato Nel migliore dei mondi possibili, in cui il rimando al Candido di Voltaire si trasforma in una denuncia della società contemporanea rigidamente omologante: infatti, “nel migliore dei mondi possibili non è facile essere una donna, un uomo pensante”. Il pensiero mette in moto il meccanismo del dubbio, del “forse”, difficilmente rintracciabile in una società ‘vetrinizzata’ come quella contemporanea.
Ci si può ritrovare, allora, “spiaggiati sulle rive del web dopo la mareggiata”, come Ippolita scrive nel pezzo datato 31 ottobre 2012. Però, nelle parole dell’autrice non c’è soltanto disperazione, disillusione, rinuncia ad agire; risuona in esse, invece, la possibilità di fare qualcosa per rendere più ‘umane’ le nostre vite digitalizzate, anche e soprattutto “per i ragazzi che sono nati già qui spiaggiati, già qui da soli abbandonati con una bottiglia, con una lattina, con un cellulare”. Sempre all’alienazione provocata da un uso eccessivo del web e dei social è dedicato il pezzo dal titolo Dirlo a tutti per non dirlo a nessuno, al cui centro vi è la comunicazione dei sentimenti – anche quelli più intimi e privati – tramite i social a degli “amici” virtuali la cui durata è quanto mai effimera. Anche il dolore più terribile “lo urliamo nell’etere opaco del web” e si trasforma in “fotina”, in “messaggino”, in “mail”, in “Url da trascinare, da saper ricopiare nella frammentazione dei rapporti retati”.
Come possiamo capire da quanto detto finora, Il primo pezzo non si scorda mainon raccoglie solo e soltanto ‘banali’ recensioni di libri ma “pezzi” che, configurandosi positivamente come veri e propri outsider, come dialoghi aperti ai lettori che prendono le mosse dall’opera letteraria presa in esame, valicano i confini dei generi (alcune sono vere e proprie prose poetiche) e percorrono le vie del web in modo antitetico alle frasi e ai pensieri lasciati sugli alienanti social: se la parola “Litweb” rimanda all’universo della letteratura, quest’ultima si apre appunto come un universo, un mondo che racchiude in sé ogni singola sfaccettatura dell’esistenza, inclusi gli aspetti di tipo sociale, politico ed economico. Ed è così che fra i “pezzi” di Ippolita ne incontriamo anche uno intitolato La Beirut di questi anni che racconta come la sua città, Lamezia Terme, sia stata devastata non da una guerra sanguinosa, come è successo in passato a Beirut, ma da sventramenti, demolizioni che hanno lasciato spazio a nuove costruzioni e pavimentazioni ‘ultramoderne’ del centro storico, a blocchi di cemento che vorrebbero essere case costruiti su un lungomare dalla costa erosa di fronte a un mare violentato e inquinato. E allora si potrebbe pensare a quante “Beirut dei nostri anni” ci sono in Italia, centri storici deturpati, nuove costruzioni nate accanto a edifici medievali (come già denunciò Pasolini nel documentario La forma della città del 1974, in cui il poeta e regista inquadra con la macchina da presa un caseggiato cubico degli anni Settanta che svetta a pochi metri dalla silhouette storica del paese di Orte), vecchi palazzi abbattuti quando invece si sarebbe potuto restaurarli. Tutto in nome di uno sviluppo capitalista che non guarda in faccia a niente e a nessuno. Non posso allora non pensare a quanto è accaduto nella mia città, Livorno, dove i palazzi che non sono stati distrutti dai bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale (particolarmente intensi e micidiali sulla città) sono stati abbattuti dalle amministrazioni comunali, scelta certo più facile, dettata dalla rapidità consumistica imposta dal boom economico, piuttosto che procedere a un’attenta messa in sicurezza e al restauro. E, in tempi più recenti, con rammarico e rabbia, penso ai cinema – anche edifici di indubbio valore artistico e culturale – abbattuti per far spazio a parcheggi e palestre. Cinema frequentati nella mia infanzia e nella mia adolescenza, cinema dove ho visto film importanti per la mia formazione: abbattendoli, hanno inesorabilmente portato via per sempre anche delle parti di me.
Le stesse recensioni, nel volume di Luzzo, si trasformano in denuncia militante, come in quella che prende in esame Scrivere polvere, romanzo di Daniele Semeraro che affresca la condizione di un Sud Italia abbandonato a sé stesso o, meglio, abbandonato a un sistema che lo sfrutta solamente in funzione del consumo; un Sud che ancora continua a palpitare della sua anima semplice e gentile “sotto la coltre del consumo, dei centri commerciali, dell’arroganza del potere”. Parlando di recensioni e di letteratura, l’arroganza del potere è poi anche quella dei “giornalisti affermati”, quei Catoni superciliosi che dispiegano le loro idee e opinioni (non per nulla si parla di ‘opinionisti’) dalle colonne dei giornali cartacei (e delle loro rubriche di letteratura, vere e proprie inarrivabili cattedrali aperte solo a baroni e baronetti accademici) e che si pensano superiori a chi scrive sul web. Perché, nota Ippolita, “noi, gli altri, possiamo scrivere come voi esattamente come voi, giornalisti affermati. Possiamo scrivere di tutto, anche di cazzate, esattamente come voi, meglio di voi, quanto voi. Ecco perché, carta stampata, non è vero che non ti amo più, … Ti amo e ti odio… come Catullo”.
Infine, a decretarne l’aspetto comunicativo e anche comunitario, in chiusura del volume incontriamo una “Postfazione con voi tutti”, in cui Ippolita dà voce ai suoi lettori che le hanno inviato un contributo. Ricordo qui quello scritto da Giuseppe Torchia, che definisce Ippolita Luzzo come “il Grillo Parlante di Lamezia Terme” così continuando: “‘Loro’ fanno finta di nulla… ma tu ‘ci sei’ più di loro”; una frase dai toni epigrammatici che mi fa pensare proprio a un epigramma di Pasolini, indirizzato “Ai nobili del circolo della caccia” che così suona: “Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini: / ora un po’ esistete perché un po’ esiste Pasolini”. Ecco, allora potremmo pensare che nel fiabesco Regno della Litweb, fra le altre cose, si possa trovare anche una pozione magica, un antidoto per resistere a tanti “vecchi pecoroni papalini” dei giorni nostri.
mercoledì 15 luglio 2026
Romano A. Fiocchi scrive sulla Dareide
L’ex insegnante Ippolita Luzzo è un'infaticabile e originale divulgatrice di libri e promotrice della lettura. Lei per prima lettrice accanita. Ma anche critico militante attraverso un blog (il Regno della Litweb) che è nato quasi per caso nel 2012 e ha ormai invaso anche i social. Ippolita ha pubblicato le sue note di lettura nella raccolta "Pezzi", uscita per Città del Sole Edizioni. Ora, con lo stesso editore, esce una sorta di integrazione: "Dareide", che sarebbero “pezzi” su un unico autore, ossia Domenico Dara. Ippolita Luzzo è fatta così. Se non fosse che ci siamo scritti più volte (e con piacere reciproco), mi verrebbe da pensare che sia un personaggio uscito da qualche libro straordinario, tipo Il piccolo libraio di Archangelsk. O direttamente da Alice nel paese delle meraviglie.
martedì 14 luglio 2026
Alessandro Chidichimo 14 luglio 2024
Ci siamo tutti in questo libro, ci sono anche i nostri genitori, il papà di Emilio, mia madre, il papà di Alessandro che non riconosce più la moglie e chiede intorno a lui chi lei fosse ed appena saputolo con grande gioia l’abbraccia e la bacia. Ci siamo tutti in questo soffio che è la vita, in una delle conversazioni con mia madre che mancando pochi giorni al compimento dei suoi cento anni mi disse: La vita è un soffio.- La vita, istruzioni per l’uso di George Perec mi ritorna come titolo, la vita che vorremmo, era invece il titolo di un mio post, vita amatissima che muta, si trasforma in un continuo avvicendarsi. Sono già stata qui, sono tornata, tornerò, nei tre tempi che scandiscono il nostro passaggio e insieme il nostro mutare. Pagine viventi ha scritto Alessandro Chidichimo, pagine che ci riguardano, in una lettura di pensiero, di distanza, di partecipazione.
Durante l’assistenza a mia madre, proprio ad agosto, un anno fa, recitavamo con lei @insieme X Agosto di Pascoli. Non abbiamo nemmeno un video della sua recita ed ora io e mia sorella ce ne rammarichiamo. Ritornava una rondine al tetto, ci sembra di sentirla, e non ci sembra possibile chiudere la sua casa. Non siamo mai pronti pur dicendoci che lo saremo. Ogni frammento di questo libro è nostro, sono nostri i gesti, nel leggere ricordo le mani del padre di Emilio, coetaneo di mia madre, un secolo di storia e cerchiamo di afferrare le parole con queste mani. Alessandro ci dice l’indicibile, ciò che si tace. Una volta il momento del commiato veniva colorato di nero, di un lutto che durava tre giorni, di un lutto a casa. Io ricordo bambina le cassate, le granite, i caffè che arrivarono a casa nel luglio del ‘74 alla morte di mio nonno. Ora invece i parenti nemmeno salirono in casa di mamma. Ci si saluta e via. Dove siamo rimasti? Dove ci troviamo? Dopo sei mesi io entro a casa di lei e la chiamo:- Mamma, sei qui?- ecco la gioia, sentirla qui con me, con noi, ora sarebbe molto felice, felicissima di sentire che parlo di lei, di noi, con voi. Alessandro dà voce a tutto ciò che noi proviamo e abbiamo provato quando un nostro genitore caro va via, dà voce a loro e rimane una bellissima gioia sentirli felici questi nostri cari, felici di essere vivi in noi. La gioia. Ippolita Luzzo
lunedì 13 luglio 2026
Toni Servillo al Liff
13 luglio 2022 Provo a raccontarvi per fissare alcuni punti della stratosferica testimonianza di ascolto stasera delle parole ma soprattutto del ragionamento di #ToniServillo sul teatro. Il teatro casa, il teatro luogo che dovrebbe essere sempre aperto al popolo, il teatro luogo di formazione e di rappresentazione, luogo di verità. Il teatro luogo di civiltà e con una funzione civile, il teatro pieno in tempo di guerra, il teatro che ci dona una idea di stare al mondo. E nel teatro gli attori, il regista, lo sceneggiatore, una compagnia da prendere per mano, da tenersi per mano per tutto il tempo che durerà la messa in scena, l’atto teatrale. Ad ognuno compiti diversi e l’attore ha quello di essere un tramite fra il
Testo e il pubblico, dovrà farsi strumento ma nello stesso tempo immaginare, inventare il personaggio vivente, vero. Ha detto moltissimi altri stupendi e superbì pensieri stasera ma vado a memoria e posso solo affidare a Toni Servillo lo scettro de Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo
martedì 7 luglio 2026
7 luglio 2015
Da un mio post su Facebook
Guardo i visi che mi passano dalle schede di Facebook.
Gente che non vorrei mai qui e mi sovviene che anche mio profilo scivolerà come offerta alle Home di costoro.
Metto quindi solitari intenti ad
innaffiare una scena desertica.
Un teatro è
Ippolita Luzzo
sabato 4 luglio 2026
Tiziana Tius scrive su Pezzi dal Regno della Litweb
Pezzi” di Ippolita Luzzo
Cara Ippolita
In volo con parole e distorsioni ti leggo, e nel marasma letterario colgo, raccolgo.
Ho preso appunti sin dall’inizio, dalla prefazione di Bruno Corino che si allaccia a scrittura
«“liquida” nel senso baumaniano del termine» e cita: creatività e vivacità.
Le tue armi sono bianche ma ben affilate, acciambellata come un felino sai quando sferrare gli artigli. C’è dell’autentico in ciò che qui si fa con la parola, volontà di scardinare gli elementi precari dell’esistenza; la vita qui scorre come torrente in piena, anche dove si tenta d’istigare dolcezza la verità punge, dell’amicizia per esempio, qui si esercita, in qualche modo, giustizia. Si scrive del “muro” e de “L’indigenza della spiritualità”; volendo finalmente spalancare gli occhi lo vediamo chiaramente il “Circo Barnum”
Sono con te Ippolita, in lettura, nel limite di tempo a mia disposizione, ti porto con me ovunque per un intero giorno, limitata perché umana e quindi fabbricante di -limiti di tempo-, e altri limiti che forse m’invento. Però sono con te, a “La Teoria del tutto”: qui tento di raccogliere “la penna” e mi allaccio alla tua personale teoria sulla mente che può volare. Volo con te e con le tue parole in “Pezzi” sottobraccio a “San Paolo e Dostoevskij” (Pag.92) col mio cartello muto e cieco, e il mio rifiuto.
Sapersi indignare è una qualità, va esercitata con fermezza ed ironia; qualcuno avrebbe serie difficoltà a mescere sino a ricavarne oralità ben fatta, persino filosofica.
[…] Resterà il gusto di capire se un libro è scritto bene, se è scritto male, se ne sentiamo il suono, il ritmo, se sorridiamo leggendo, se ci fa compagnia, se è un libro onesto e ci libera dal nostro fastidio quotidiano.” […]
“Oh Leggerete! Perché leggere tornerà di moda. (Pag. 98-99)
E io ti leggo, navigo, percorro in toto il tuo cammino.
Di Ippolita Luzzo non posso affermare alcunché, non l’ho mai incontrata, e per addurre servirebbe comunque il tempo necessario di approfondire una qualsivoglia forma di conoscenza: tuttavia dalle parole che uno scrittore sceglie, dalla cadenza musicale che intercorre fra le righe, qualcosa si intercetta. Avverto una bontà genuina e schietta, oltre all’intelligenza e la cultura c’è una vita piena, fatta di ricerca.
“Pezzi” ha ingredienti variegati, non mancano le gioie, ma nemmeno i dolori, e non è affatto banale come sembra, si scrive di autunni poetici:
“L’autunno porta insieme alle foglie rosse degli alberi il crepuscolo, il freddo improvviso, il coprirsi e riflettere con il calore rubato alle piume d’oca.” (pag. 155)
E viene voglia di attraversarlo tutto quest’autunno, c’è spazio per andare oltre e immaginare. Avverto sin dall’inizio una aposiopesi, si aleggia in altra dimensione catturati sin da subito, non si può che leggere d’un fiato e ci si chiede, giunti alla fine, se vi sarà un prosieguo, un “Pezzi” due, o altro che racconti ancora e ancora.
Scorrevolezza e contenuti, uno sguardo dalla finestra, ospiti di una casa nella quale ci accomodiamo fra le righe, viaggiamo su vagoni imbottiti di parole.
È una casa-treno, muove percorsi che si snodano senza fretta ma implacabili trattengono.
Siamo due anime differenti e diverso è stato ed è il nostro percorso; per quale straordinario evento ci siamo incontrate tramite la parola non so, eppure, un refolo alfabetico mi unisce in misura di intenti e sensazioni a questa tua scrittura schietta. Intravedo e avverto, mi emoziono del non-detto, di parole con le quali tratteggi con disinvolta acutezza, tentando con veemenza di spalancare quella finestra a cui fa cenno Raffaele La Capria. E riesci nell’intento.
Gomitoli srotolano, serpeggiano di libro in libro, tessono turbamenti, patimenti, gioie; un volo pindarico.
Ogni orizzonte cattura lo sguardo, ogni sguardo va in una direzione ed ognuno vede a suo modo ciò che guarda, un po’ come il pensiero di cui scrive Ovejero (p.156) , pensiero che forse mai riusciamo a condividere interamente; è questo il senso della condivisione letteraria? camminare una di fianco all’altra in rilassato silenzio, abbandonare ogni fragore e lasciare che il libro racconti da sé ciò che in noi ristagna sottochiave.
©Tiziana Tius
