venerdì 26 novembre 2021

Scrivere lettere a chi

Perché ti scrivo:-Perché ricostruisco attraverso te, un uomo che risponde, una me stessa  che non credevo potesse mai parlare. Non è la stessa cosa se andassi dallo psicologo. Non è la stessa cosa. Qui testo la mia capacità ad interessarti, ad essere un individuo normale che scrive ad un uomo normale.

21 agosto 2011

Perché andiamo verso un altro

Perché scegliamo una persona invece di un’altra

Perché te  invece di un altro dei tanti scrittori sulla Recherche 

Sicuramente scegliamo per curiosità, per coincidenze, per conoscenze  che sembrano comuni.

Scartiamo le persone che sembrano banali, che non ci rimandano ad un comune retroterra di passioni, di vissuto, li scartiamo ed inevitabilmente la selezione diventa ,con gli anni sempre più implacabile. Chiusi per sempre a ciò che per noi è futile, amplifichiamo la portata delle nostre suggestioni, vivendo in modo favolistico e superlativo gli incontri che reputiamo consoni al nostro sentire. Va bene così, se la tolleranza verso chi non ci appartiene non viene meno, se il rispetto verso il volgo indistinto che nome non ha(Manzoni?)rimane un caposaldo del nostro interagire. Lo dico principalmente a me che mi ritrovo spesso a sbuffare, ad allontanarmi ,a rispondere sarcastica ad idiozie, sentendomi poi più sciocca  delle stesse persone che poco prima avrei volentieri  zittito. Adesso sono così, antipatica ,persino a me stessa, avrò anch’io un delirio di onnipotenza? Riconoscerò in tempo i sintomi ,prima di ritornare anch’io a rinchiudermi annoiata nel libro della supponenza?

------Perché l’amore, perché sentiamo attrazione ,interesse  verso un altro, perché non possiamo fare a meno  di un sentire condiviso. Sicuramente è una pulsione interessata, molto interessata, e sempre secondo me,dell’altro non ce ne frega proprio niente. Anche quando ci distruggiamo per lui, quando pensiamo che la nostra vita sarà finita senza lui o senza lei, anche allora, dell’altro non ce ne può fregar di meno. Perché siamo  sempre concentrati su di noi, su quello che ci fanno, su quello che facciamo, su quello che vogliamo, su quello che ci danno o non ci danno.  Mi ami o no? Ma stiamo recitando? Cinquantenni, sessantenni, ma sì anche settantenni che ci vergogniamo, ci puniamo, ci domandiamo se lui ci ama: Ma siamo ammattite?

Quel che conta in ogni nostro vissuto non è banalmente com’è stato ma com’è finito. Una carriera luminosa finita male lascia l’amaro in bocca, un amore ricco ma sciupato nell’infamia sarà uno scorno, una vita piena troppo piena  può provocare indigestione (io non sapevo, ora lo so) invece il digiuno ci fortifica, ci rende dignitosi, ecco perché i grandi saggi dell’oriente digiunavano, digiunavano proprio come me e sapevano poi uscire in tempo utile da ogni  esperienza per portare con sé per tutta la vita la splendida sensazione della bellezza del momento vissuto.


La vita che vorremmo   22 agosto 2011

Nell’estate del 2005 mi innamorai di un racconto di Leonardo Soresi - Premio Chatwin 2004-“Il ragazzo che non  voleva viaggiare” .Era sull’ inserto della Repubblica Viaggi. Lo lessi a tutte le persone che venivano a trovarmi, lo lessi tanto che alla fine lo sapevo a memoria. L’ho conservato e ti scrivo ancora su quel giornale. Era la storia di un ragazzo in un deserto con l’otre che gocciola e lui rimane senza riserve. Sono i pensieri, i suoi, di qualcuno che morirà perché rimane senz’acqua. Sono pensieri molto belli ed io li feci miei. Io quell’estate bevevo, per infusione, nel port, la pozione della maga Circe, così chiamavo la chemio pesante, due volte al mese, il folsfox, e due volte al mese mi trasformavo, poi mi riprendevo. Ma quello fu un periodo fertile, perché la forza impiegata per non soccombere mi ha aiutato ad affrontare il peggio dei giorni successivi. Dopo nulla fu più come prima. Te lo racconto solo per non sembrarti un’oca giuliva che dice "che bello! Che bello!". Lo penso davvero. Poi la medicina dissennata ha continuato a sbagliare e nell’altrove io ci sono stata veramente. Ma questo non ti interessa. Ora apprezzo ogni minuto, ogni giorno e sono felice di essere ancora qui a gioire di una vita che prima non avevo neppure intravisto. Credo che la mia vita sia iniziata nel 2005.E così ho sei anni!!

A me non interessa quanti anni hai, l’avevo supposto  dopo un po’  ,dai tuoi racconti, dal tuo passato, che tu fossi di un’epoca leggermente antecedente ed infatti ti ho  scritto “Il fratello della mia amica” che avrà un cinque o sei anni in più di me. Quindi lo sapevo ma ho aspettato che lo dicessi tu perché  tu trovassi in te la sicurezza di accettarti per come sei. Solo se ti accetti non avrai bisogno di veli, di bugie, di schermi, di nascondigli. Solo se non hai paura di vedere te stesso diverso  di quello di qualche anno fa potrai essere felice  di quello che sei, di quello che hai. Sarai un uomo molto problematico, un uomo che non ti piace, me lo hai detto tu tempo fa, sarai stato  molto amato e lo sei ancora ma questo invece di darti gioia ti soffoca, come se tu lo subissi. Mi dispiace, te l’ho detto, il digiuno non può capire il sazio, ma nessuno può aiutarci a lenire i nostri dubbi, le nostre insoddisfazioni.

Io, te l’ho detto tante volte, sono in un altro momento e mi auguro di essere stata propositiva, nonostante sia una rompiscatole. I miei cari ti compiangerebbero. Per loro sarebbe inconcepibile dedicarmi il tempo che mi hai dedicato tu- Io sono per loro il nullaeniente. Eppure non mi hanno distrutto, anzi ,lo vedi? Si può dare e fare di più.

Anche tu ce la farai a scrollarti questo taedium vitae che non ti appartiene. Ti auguro di cuore che tu riesca ad essere felice  dei tuoi affetti  e auguro ad entrambi una leale e proficua collaborazione.

Io non potrei mai fingere di dirti che sei bravo se tu non lo fossi. non sarei stata capace di scrivere tutto quel mare di parole che amo immensamente e che ho raccolto così come  ho raccolto e conservato le tue, insieme, e te l’ho già detto, ne verrebbe una storia pregevolissima, ma sappi che non ho scritto per questo. E’ venuta fuori da sé ,nell’estate del virtuale, spontaneamente, ma se tu non sei d’accordo strappo tutto.

Ti auguro di cuore che il successo ti giunga, ti auguro che tu riesca a realizzare i tuoi sogni.

Io, i miei, li realizzo giorno per giorno grazie ad un amuleto favoloso che ho trovato per caso pigiando i tasti di un computer!


Ippolita Luzzo 





 

mercoledì 24 novembre 2021

Filippo Polenchi Figlio Fortunato


Giona torna al suo paese d'origine dopo aver frequentato il Centro sperimentale di Roma per fare il regista. Torna ad Anapola, una provincia italiana come tante, torna per poco e viene incaricato da Ettore Lavatori di riprendere la festa di compleanno del figlio Elio, che compirà undici anni. 

Giona ha abbandonato forse il suo sogno di fare il regista, così confessa a Silvia, la madre di Elio, ora può dirle di aver fatto alcuni cortometraggi, tre in tutto, e di essere tornato, prima per poco tempo e poi non era più ripartito. Silvia e Giona si confessano la difficoltà di vivere in quel luogo, un luogo dove dopo un po' di tempo che ci vivi ti viene il sospetto che sia un sogno ricorrente. 

Nel confessare di entrambi ci sono i ritorni che sanno di sconfitta, l'adattamento ad un tran tran, lo scomparire come individuo e lo sfarinamento dei sogni.

Silvia ha sposato Ettore Lavatori, il marchio dell'azienda che dava da vivere a moltissimi in quella città. Il libro inizia e si srotola così, su un figlio fortunato, Elio, che proprio il giorno del compleanno viene investito e ucciso da un furgone frigorifero sulla statale 68. 

Chi lo investe è un altro sconfitto, un uomo forse vittima di una depressione, si voleva uccidere, e nel suo progetto ha per sfortuna incrociato il corpo di Elio.

Così la narrazione assume un aspetto corale, con protagonista Anapola con le sue notti di consistenza fisica, percussiva. 

Sembra un noir, un libro di introspezione psicologica sulla disfatta, su sguardi vuoti perché vinti. 

Mi ha ricordato infatti il ciclo dei vinti di Verga, mi ha ricordato un realismo buio, malato quasi. Il titolo contraddice la trama, la vita si fa beffa di tutti, dappertutto, non solo ad Anapola, se manca la dignità con cui affrontare ogni sciagura, ogni disfatta.

Filippo Polenchi è bravissimo a creare un racconto sceneggiato quasi, infatti noi nel leggere ne vediamo alcune sequenze de Il capitale umano, un film di alcuni anni fa.

Così è la provincia? Non lo so, la percezione non è mai la stessa a seconda del tempo e dell'età, delle situazioni e dello stato di salute, delle gratificazioni e delle umiliazioni. 

Leggere Filippo Polenchi però ci sprona ad abbandonare il vuoto, a ricreare una possibilità, a navigare con la zattera della letteratura verso i lidi sconosciuti citati da Laborit nell'Elogio della fuga. 

Il suo primo libro appare nella curata collana Bookclub di 66TH A2ND dove si trovano anche Fillioley e Di Fiore, una collana curatissima. Tutti bravissimi, ho nominato loro due perché ho avuto modo di leggerli.

Un augurio dal Regno della Litweb con l'augurio di illuminare le province italiane

Ippolita Luzzo 


lunedì 22 novembre 2021

Apuleio

 Prefazione-23 luglio 2011-07-23

IL libro l’amore al tempo del cellulare- la favola di Apuleio Amore e Psiche-  uno speculare dell’altra.

Che estate bellissima! Io pensavo di essere nel 2011 ed invece ero ancora nella classicità- nel primo secolo dopo Cristo- sono una contemporanea di Apuleio- sono nella favola di Amore e Psiche- sono al tempo del cellulare- sono al tempo dei rapporti virtuali. Non ci conosciamo e niente facciamo. Beh! Apuleio qualcosa faceva pur fare! La notte, però! Amore arrivava, ma non doveva essere visto, e intanto Psiche doveva restare tutto il giorno da sola, in un palazzo magnificente servita e riverita da voci invisibili. Mi sa che Psiche non era proprio messa bene nemmeno lei, come tutte noi d’altronde! Quando prese dalla malia stiamo a ciondolare in attesa della voce dell’amato e non vediamo nulla intorno a noi. Ma poi arriva il dio Amore e che felicità! Questo nella Metamorfosi di Apuleio. 

Al tempo del cellulare e del virtuale, tutto deve restare solo una voce, dolce, carezzevole, affettuosa ma solo una voce. Ci sarà un essere umano dall’altra parte? Mah! Quando Psiche, spinta dalle sorelle, che erano riuscite a trovarla, va a vedere chi ha al fianco, lui scompare. La lascia sola, in attesa di un bimbo, nella disperazione più totale. Lei si aggrappa a lui e lui continua a volare finché lei esausta sfinita cade in un prato. 

Non è mai cambiato nulla, sembra solo realtà! 

Questi rischi non si corrono al tempo del cellulare. I protagonisti non si conoscono, non si conoscerebbero mai, se la donna non insistesse tanto, perché è la donna che insiste, che vuole. Gli uomini, ormai, vogliono solo testare la loro bravura, vogliono solo vedere se sono capaci di sedurre, di indurre la donna a chiedere. Perché l’uomo non deve chiedere mai! Deve negarsi. E’ il primo comandamento dell’ars seduttiva. Ma quando la donna chiede lui si è già annoiato e sparisce. L’ha trasfigurata, l’ha resa angelicata, e lei non ha retto alla trasformazione divina ma terrenamente gli ha chiesto altro: attenzioni, presenza, una carezza e una soddisfazione del desiderio. Troppo normale per l’uomo. Troppo banale per l’uomo di tutti i tempi dal dolce stil novo ai decadentisti dall’uomo di potere agli omettini che incontriamo per la strada. La donna è sempre il pericolo numero uno, anche al tempo del cellulare. Esigente, un po’ zoccola, ma cosa vuole? Psiche comincia a cercare lo sposo sparito e lui è già andato dalla mamma per farsi curare la bruciatura alla spalla causatagli da una goccia di olio bollente caduta dalla lucerna in mano a lei. Poverino! Dalla mamma, pure lui! Mamma che odia la nuora. Pure lei! Sempre le donne una contro l’altra, mai a fianco. Anche ora. Ci scrutiamo, ci spiamo l’un l’altra, ed invidiamo nell’altra quel che pensiamo lei abbia e noi non più, critichiamo, soppesiamo vizi e virtù, senza pudore, senza disciplina. Non è un bel vedere nemmeno fra donne. Anche Psiche non trova aiuto. Le dee non vogliono inimicarsi Venere. Hanno paura. Hanno paura anche le donne e diventano cattive, acide, invidiose, pettegole. Non è proprio un bel sentire! Se lo fanno anche le dee! Non c’è speranza di rapporti leggeri –leggeri. Ah Calvino col tuo elogio alla leggerezza! Com’è pesante quaggiù! Anche al tempo del cellulare! Anche fra brave persone! Ma quale amore, ma cosa amore, ma dove amore, se l’amore non conosce me… Eccomi… Così cantava Mina qualche tempo fa. Cara Mina tu ce l’hai cantata e non abbiamo capito, meno male che ci sono gli scrittori che cela raccontano tutta, vero, Reds? L’incomunicabilità? Ma no! L’impossibilità di poter usufruire in maniera agevole e senza sovrastrutture uno dell’altro. Uno scambio d’uso. Dignitoso uno dell’alterità dell’altro. Altrimenti che squallore! Che miseria! Psiche riesce a ricongiungersi col suo amato nell’Olimpo, diventerà una dea, darà alla luce Voluttà- il piacere- Da Amore e Psiche- ovviamente- ma prima dovrà superare molte prove .Dovrà subire i maltrattamenti di Venere, le percosse, le ingiurie, le fatiche. Zitta, dovrà svolgere qualsiasi umiliante compito. Riuscirà perché verrà aiutata dalle creature più piccole, le formiche faranno la cernita per lei del frumento dell’orzo del miglio, dei semi di papavero, delle lenticchie, delle fave. Ma a noi chi aiuterà a selezionare? Lei riuscirà perché anche una canna flessibile le consiglierà come prendere il vello d’oro delle pecore. Dovrà aspettare la sera, solo al tramonto avrebbe potuto raccogliere il vello che era rimasto impigliato tra i rami e che di giorno era difeso da pecore ferocissime. Facile! Basta aspettare. L’ultima impresa sarà la più difficile, dovrà andare da Proserpina e chiedere di mettere nella scatola un briciolo di bellezza per portarla a Venere. Psiche riesce ad andare negli inferi, a tornare tra i vivi con la scatola in mano. Ma la vanità è donna e lei non può resistere... un po’ di bellezza… poco… pure per lei. Apre la scatola e il grande sonno l’avvolge, l’avviluppa. Il grande sonno che prende tutte noi per un briciolo di –Come sei bella!-il grande sonno della seduzione.

Reds mi invita a pensarla vivificante questa seduzione fatta di chiacchiere, fatta di niente, fatta di trasfigurazioni. Io non riesco a vederla così. Non riesco a capire come i rapporti umani si siano involuti in una separazione senza fine, in un virtuale senza sguardi, senza carezze. Non riesco a capire l’umiliazione di corpi lasciati senza calore, senza scambi di fremiti. Non riuscirò a capire questa castrazione generale e dall’altra parte questa impudicizia, questo mostrare i corpi al migliore offerente come merce di scambio. Una tristezza senza fine. Servono i libri, servono questi scritti per farci riflettere su quanto siamo sciocchi, sul vanesio e sulla vanità del tutto. Ah! vanità delle vanità! Tutto è vanità. Lo diceva anche Qoelet.

Ma in fondo hai ragione tu, Reds, quante riflessioni, quanti studi, quante emozioni nell’estate del virtuale!

Solo che poi le ragioni devono uscire, non restare nell’etere anestetizzante e camminare decisi nel mondo reale altrimenti è la paura che vince il match! Una paura atavica. La paura di essere scoperti nella nostra fragilità, nelle nostre debolezze, nella nostra inconsistenza da un altro altrettanto fragile e altrettanto insicuro.

Parole non sono altro che parole

Fidati di me –io mi fido di te-fidiamoci tutti- La fiducia impegna (da Gianna Manzini)

Non di solo pane vive l’uomo-non di solo parole! Ma di sguardi, di odori, di sapori, di carezze.

Abbiamo cinque sensi, non dimentichiamolo-non siamo soggetti virtuali.

 Abitiamo il nostro corpo, dove abita la nostra mente. Un unicum, appunto.

Ps   alice(internet)non abita più qui               

                                                                                                        IPPOLITA





Prefazione come tutte le altre

Una prefazione senza aver letto il libro nella versione definitiva, una lettura e rilettura attraverso i siti: rosso venexiano –ali di carta -la recherche e  cliteum. Una lettura sempre diversa ma sempre curiosa di conoscere  le vicende ma soprattutto i moti  ondeggianti dei protagonisti. Tratteggiati con umanità complice, loro sono diventati subito i miei amici, i miei innamorati, il mio altro. Succede così quando un personaggio è vivo, esce fuori dalla carta e passeggia insieme a noi- Poirot -  Sherlock  Holmes- sembrano  sempre  sulla scena del delitto, così come Paolo è sempre lì a digitare messaggi. Quasi quasi mi presento. Ho esagerato un po’ con lui, ma il tratteggio azzeccato me lo ha reso familiare, così come ho subito difeso la signora Laura e protetto Valentina, le ho dato addirittura dei consigli. Sono bravi ragazzi, sono senza malvagità,sono inconsapevoli ,sono regrediti ,come dice Reds, allo stato puro dell’infanzia, alle pulsioni elementari e ignare di una sessualità corporea. Siamo nel nirvana senza corpi, come i bimbi, ccoccolati nel seno materno, caldo, nutriente, dolce. Niente di più. IL racconto si legge d’un fiato. Scivola veloce,-ma guarda, è proprio così-, ci troviamo a ripetere,-è proprio così-. Questo è lo scritto che arriva, universalizza il momento e tutti possiamo dire- E’ proprio così-Tutti ormai digitiamo, guidiamo con l’auricolare incollato, alcuni, io, con il cellulare in mano, e questo non si fa, i ragazzi lo tengono acceso anche la notte sotto il cuscino. Lo accendiamo, lo consultiamo, sussultiamo, lo perdiamo e ci sentiamo persi. Anche io che per anni mi sono rifiutata di farmi schiavizzare dall’oggetto ora non potrei più vivere senza di lui. Essenziale, imprescindibile, incredibile in così pochi anni una mutazione vertiginosa, un gorgo, appunto, ha scardinato comportamenti, ne ha imposto altri, e ha mutato in modo irreversibile generazioni di età diversissime in una omologazione adolescenziale. Chi potrebbe più tornare indietro a rapporti seri se ora siamo al tempo del cellulare dell’amore gridato nel telefonino ad amici parenti conoscenti figli. Siamo tutti –amore- siamo tutti nella stessa melassa zuccherina, siamo tutti impegnati a dire TVB. I messaggi si rarefanno, puntini sospensivi prima, dopo, alludenti, in eludenti, perché sono espressione di un ‘anima punteggiata, di un’anima allo stato gassoso che lietamente si libra nell’etere. L’Etereo. Il platonico. Lo spirituale. I puntini sospensivi. Che bello! Dovremmo essere riusciti a vivere nel migliore dei mondi possibili, vero Candide? E’ questo il migliore? Un clic. MAH ! Posso dissentire? Come l’uso e l’abuso possono distorcere,  siamo ora ad una patologia,ad una malattia,che droga l’immaginario,che crea un altrove, che trasfigura, che innalza la soglia delle aspettative rendendo la realtà scialba ,deludente,una realtà che non regge il confronto. Così Paolo dopo un anno di messaggi, di telefonate,di cazzate,scusate,consuma un atto naturale,  da morto,per non sciupare in vita  il sogno futile e sciocco  di essere nel libro di Goethe.Non sono queste le affinità elettive! Non è questo l’ amore platonico. Questo è  solo l’amore al tempo del cellulare!!


Con Jane Austen

 


Otto Marzo con Jane Austen dal 2011

Il 16 dicembre 2010 Google il motore di ricerca più diffusa nel mondo dedica il doodle  presente nella homepage a Jane Austen per celebrare il 235° anniversario della nascita. Nel 1995 il film inglese “Ragione e Sentimento” tratto dall’omonimo romanzo ottiene sette nomination all’Oscar e una statuetta per la sceneggiatura alla Thompson che era candidata anche come attrice.  

Nel 2007 il film “Becoming Jane”, tratto in parte da Orgoglio e Pregiudizio, racconta la vita romanzata della scrittrice. Ancora nel 2007 il film “Il club di Jane Austen”,  club letterario creato da cinque donne per consolare Sylvia, abbandonata dopo vent’anni di matrimonio. Decidono di leggere i libri della Austen e di discuterne la trama ogni mese per cinque mesi. Che meraviglia, che dialoghi, altre che “Uomini e Donne” su Canale 5! 

Otto marzo quindi, lei Jane sapeva già tutto, i ritratti delle donne, che la Austen fa, sono formidabilmente attuali. Donne che parlano, consigliano, indirizzano, descrivono, si parlano addosso. A volte si alleano, più spesso si combattono. Gli uomini sembrano comprimari.

La Austen descrive la vita in maniera calma, così come la trova, arrogante nella sua banalità. Veniva naturale a Jane Austen descrivere le persone attraverso i loro difetti,  senza amarezza, lei satireggia sulla assurdità della vita senza desiderare che le cose possano essere diverse da come sono. Era solo una tranquilla signora nubile con a disposizione carta e inchiostro e con questi strumenti ebbe l’ingegno di darci il senso della significatività della vita, al di là di ogni personale simpatia e antipatia, della bellezza e della continuità al di sotto della corrente in superficie.

Jane Austen nasce il 16 dicembre del 1775 nella contea dello Hampshire, la sua è una famiglia molto unita, non ricca ma benestante, tanti figli, Jane è una delle ultime figlie. Nel 1802 un uomo la chiede in sposa, Jane prima accetta ma la mattina seguente rifiuta. Anche lei avrà avuto un amore, un uomo del quale non ha mai potuto parlare, un amore relegato in un angolo nascosto del suo cuore e bandito per sempre.  

A diciannove anni aveva già pronte le bozze di “Ragione e Sentimento” ma solo nel 1811 scrive e pubblica a sue spese anonima, By a Lady, i tre volumi di Sense and Sensibility.

Nel 1813 viene pubblicato Orgoglio e Pregiudizio che raggiunge  una tiratura di mille copie, pagò lei stessa la pubblicazione del primo romanzo e nel 1815 il suo libro venne tradotto in francese. Dopo la pubblicazione dei primi due libri la carriera letteraria di Jane è avviata, ma lei rifiuta la notorietà e la vita di società. Continuerà a pubblicare anonimi i suoi romanzi. Nel 1816 si ammala del morbo di Addison, allora incurabile, e a quarantadue anni muore, la salma riposa nella cattedrale di Winchester. Alla sua morte Cassandra farà sparire tutta o quasi la corrispondenza della sorella, una donna che scrive è pur sempre stravagante e lei lo farà per pudore, per salvaguardare i suoi pensieri più intimi, per proteggerla, ma a noi manca tanto un suo diario segreto che recentemente una scrittrice Syrie James lo ha immaginato e scritto. 

Da allora  i suoi romanzi come fiumi in piena hanno invaso le fantasie dei suoi numerosissimi lettori, le sue donne sono prese ad esempio. Gli uomini da lei valutati per la loro rendita, per la loro posizione, per il loro carattere, un esame dettagliato che li renderà degni dei progetti matrimoniali di splendide fanciulle. Tutte abbiamo letto “Orgoglio e Pregiudizio”

La Elisabeth di Orgoglio e Pregiudizio è la donna intelligente, saggia, è quella che sa portare avanti qualsiasi argomento in modo logico, brilla di luce propria. È la donna femminista e femminile per eccellenza. Nessuna prima di lei, nessuna come lei. Darcy è solo il mezzo per far brillare le sue capacità. Elisabeth è l’unica capace di capire le situazioni e prendere decisioni appropriate, è sempre cosciente di ciò che fa e cerca di agire con razionalità. Non è una ragazza ipocrita e non è interessata al denaro ma sceglierà il suo uomo dopo che comprenderà il carattere positivo e l’onestà. La sua vivacità intellettuale la porta a non sottomettersi alle convenzioni sociali e porta avanti idee proprie

Orgoglio e pregiudizio: Un difetto o una virtù? Gli uomini, penso sono più abituati alla sfida, al predominio, le donne invece cercano di placare gli animi in nome della tolleranza, della  comprensione dei difetti altrui. Non è così? Lei, la Austen, prima di tanti trattati di psicologia ci delinea il difetto di persone orgogliose, con sentimenti implacabili, che sono sempre pronti a pensare male, a detestare il prossimo  perché lo considerano inferiore, Elisabeth riconosce subito il carattere difficile di Darcy e lo fa riflettere, avremmo saputo noi fare altrettanto?

Elinor di Ragione e Sentimento. Emma dell’anonimo romanzo. Fin qui gli esempi positivi.

 Poi ci sono le donne perfide e la Fanny di Ragione e Sentimento è proprio una cognata. Come tante. Troppo simile alle nostre cognate. Ho letto più volte il primo capitolo di Ragione e Sentimento, perché è così reale e vero che sarà capitato anche a voi di sentire o subire un ragionamento così, e agli uomini sarà capitato  nel passato di tornare a casa con una decisione buona e di cambiarla senza accorgersene dopo averne parlato con la moglie! Fanny è la moglie di John, il quale ha tre sorellastre. Il padre in punto di morte gli ha fatto promettere che si sarebbe preso cura delle sorelle e della matrigna donne generose e amorevoli, escluse dalla eredità dello zio scapolo che pure avevano accudito. Ma tant’è! L’eredità era passata direttamente dallo zio a John e al figlioletto di quattro anno di questi. Fanny, moglie di John, non appena terminato il funerale del suocero, arrivò nella casa con figlio e servitù al seguito e senza badare che in quel luogo vi abitavano le sorelle e la matrigna del marito le degradò alla condizioni di ospiti. Lei pensava che nessun legame affettivo potesse esistere tra i figli avuti da un uomo da matrimoni diversi. Qualsiasi proposta John faccia Fanny ha le sue perplessità, addirittura conclude: ”Sono convinta che tua padre non avesse affatto per la mente che dessi a loro del denaro, penso che l’aiuto a cui si riferiva era quello di trovare loro una piccola casetta, mandare omaggi di pesce e cacciagione quando è stagione. E poi che diamine possono volere quattro donne più di questo? Vivranno in modo tanto frugale. La cura della casa richiederà poco o nulla. Non avranno carrozza, cavalli, né servitù, e quasi non avranno ospiti, potrebbero non avere spese di alcun genere, considera solo quanto sia assurda la tua intenzione di dare loro altro denaro. Saranno loro forse a poter dare a te qualcosa.  Tuo padre ha pensato solo a loro, se avesse potuto avrebbe lasciato a loro tutte le fortune del mondo.”

 L’argomento era irresistibile egli si convinse che sarebbe stato inopportuno se non addirittura indecoroso avere per la vedova e le figlie del padre sue sorelle avere più riguardo di quanto suggerito dalla moglie.   

Ah le donne! Rifletto e più rifletto, più penso, che uno specchio  della verità non ci farebbe poi tanto male. Vi vedremmo riflessi avarizia, egoismo, invidia, tutti sentimenti che ci impediscono di essere leggere e ci appesantiscono, tenendoci legate mani e piedi ad un marito che non ci ama più, ad un padre, ad un fratello, perché si sa, un uomo fa sempre comodo e questi sentimenti invece di unirci leggiadre e leggere ci rimandano l’una contro l’altra. Non è rabbia però il sentimento generale che percepisco tra noi è la delusione, deluse da chi credevamo senza macchia, senza paura, deluse da noi stesse, perché non raggiunte le mete che avevamo in mente.  Ecco l’otto marzo, che è anche una bellissima data per me, perché è nato il mio unico figlio, deve essere la nascita della consapevolezza nuova che anche noi a volte sbagliamo, che anche noi a volte dobbiamo chiedere scusa, e lievi senza pesi poter guardarci l’un l’altra.

Forse dovremmo recuperare la ragione di Elizabeth, anche se c’è troppo illuminismo in questa ottimistica fiducia nella ragionevolezza e nel trionfo di questa, oggi che i nostri punti sono incerti, confusi. La ragione non illumina più. Le conquiste fatte dalle donne  hanno permesso a tutte di accedere nelle aule dei Tribunali, nelle sale operatorie, sulle cattedre universitarie. Ma ora una generazione di fanciulle adolescenti, non tutte, per carità con birra in mano e sigaretta in bocca, scimmiottano comportamenti negativi. Evidentemente le conquiste sociali ora devono lasciare il passo alle conquiste individuali. Conquiste che  devono darci la consapevolezza di essere donne senza essere vittime della nostra viltà, da dipendenze amorose, senza accettare il disprezzo di un uomo pure di non perderlo, consapevolezza che stiamo scegliendo noi il nostro giorno perché come diceva qualche tempo fa la pubblicità dell’Oreal “IO VALGO” e voglio rispetto.

Rispetto, verso se stesse, verso i nostri genitori e figli. Non vuol dire accondiscendere, ma tenere una dirittura che implica sacrificio e costanza. La ragione di Elizabeth, di Elinor, la ragione del settecento, ci sia da luce nel nostro fumoso cammino.  

Ippolita Luzzo 


giovedì 18 novembre 2021

Alessandro Cinquegrani Pensa Il Risveglio Terrarossa Edizioni Sperimentali


 Cominciamo dalla fine e ricordiamo un film della Disney dove i cacciatori in un bosco cercano un cervo con le grandi corna. Tutti gli animali nel bosco sono in allarme e si consigliano quasi l'un l'altro di non muoversi, di non cedere allo spavento, di non farsi scorgere. C'è invece chi vola via e viene subito ucciso. 
Alberto, il protagonista del libro, la voce narrante quasi, avrebbe voluto scomparire ma nello stesso tempo sa stare immobile e aspettare che cessi il pericolo nella foresta della vita. 
Chi scompare è Lorenzo, il suo amico, il regista di un film, ed è così che inizia il libro, quasi come era iniziato, ma ora con qualcosa in più che non vi svelerò. 

Sono tante le domande, tanti i temi trattati in questo libro, sull'energia psichica, sul male che è dappertutto, sul tempo che ci modifica, sui personaggi, sulla possibilità di togliere la maschera, sull'ideale che per ognuno di noi è astratto e irraggiungibile. Ho conservato tanti passi e questo voglio riportarlo:" Non è vero che il male è banale, non è vero che il male è solo banale. Il male ha mille facce, penso, ognuna diversa dall'altra" 

Troviamo nel libro il personaggio di Speer, il calcolatore, protagonista del film, e nel continuo compromesso di stare un po' nella luce e un po' nell'ombra, dire molte verità e alcune menzogne può di sicuro impersonare molti e piacere a tanti.

"Questa storia è manipolata, ricordatelo. Non ti fidare di nessuno"

Leggiamo Alessandro Cinquegrani, e continuiamo a seguire le uscite di Terrarossa Edizioni ormai fin dai primi titoli.

Vi rimando alla recensione di Gianluigi Bodi https://www.premiocomisso.it/pensa-il-risveglio-di-alessandro-cinquegrani-come-unincisione-del-piranesi-narrato-con-luso-dellimmaginario-cinematografico/

Alla recensione di Anna Vallerugo https://www.satisfiction.eu/alessandro-cinquegrani-pensa-il-risveglio/

e a queste mie note di lettura, solo pochi appunti su Pensa Il Risveglio, conscia di dover scriverne ancora 

Ippolita Luzzo 


giovedì 11 novembre 2021

Perdere il vizio

Come si può perdere il vizio di fumare così si può perdere il vizio di telefonare, di scrivere, di ridere. Perdere il vizio in fondo è facile, basta non accendere più la sigaretta, basta non ascoltare più la voce del tuo animo, basta  non scrivere più e non riderai nemmeno più 

domenica 7 novembre 2021

L’istinto di narrare a Libriamoci

Scrivevo nel 2019: Incontrerò per Libriamoci a scuola ragazzi di 14 anni e da quando ho ricevuto l’invito sono con la testa con loro, pensando a ciò che si aspettano di sentire mentre sono io curiosissima di sapere da loro come si stanno inventando il loro giorno. Sono nati nel 2005 ed è quasi una mia nascita, lo dico sempre che avrei potuto non esserci più, molti non ci sono più, e a me sono stati regalati questi 14 anni nuovi di zecca. 14 anni di scrittura. 

Ho iniziato a conservare Pezzi proprio in sala operatoria, in ospedale, e poi dopo durante le sedute col folsfox. Da allora ad oggi unica compagnia la scrittura, unica compagnia la lettura. 

Domanderò ai miei coetanei però più giovani, non gravati dalla stasi di anni inutili, cosa leggono per lenire le paure, cosa leggono per distrarsi e divertirsi, cosa leggono per imparare, cosa leggono invece per avere più paura. Chiederò i titoli dei loro libri affinché anche loro poi possano farli a Pezzi, fare piccoli componimenti affettuosi per sentire più loro il libro. 

Siamo nati per narrarci storie, dirò loro, raccontando come ogni sera io quattordicenne raccontavo storie a mia sorella di nove anni per farla addormentare. Lei mi dava un dito della mano e mi faceva sì o no col dito, se la storia era o no di suo gradimento. Mi è rimasto di quegli anni quel sì o no alle mie storie. Chissà cosa le raccontavo! 

Ai ragazzi chiederò se anche loro si raccontano storie e a chi le raccontano, e poi presenterò loro Vinpeel degli orizzonti di Peppe Millanta, Dopo il diluvio di Leonardo Malaguti, Il gattopardo spiegato a mia figlia di Maria Antonietta Ferraloro. 

Vedremo se l’istinto di narrare è ancora vivo fra i ragazzi nel 2019.

Ippolita Luzzo