sabato 20 luglio 2024

La storia dei Ferrise e della gassosa al caffè



18 marzo 2011

La storia dei Ferrise e della loro fabbrica

Una saga, un romanzo che risale alla fine del 1800.

Una famiglia numerosa, due maschi  Bruno e Vincenzo, tre femmine.

Bruno nato nel 1870 e Giovanna Provenzano nata nel 1893 si sposano nel 1912.

Vincenzo, il fratello piccolo è andato a lavorare fuori, a Portici, vicino Napoli e da lì era ritornato a  Nicastro.

Vincenzo porta con sé una nuova bevanda al caffè, gassata, contenuta in una bottiglia con la pallina. Con questa nuova idea mette su nel 1904 una piccola fabbrica nel Largo Angotti. Lavoravano tutti lì, la fabbrica è a conduzione familiare, Bruno Ferrise e Giovanni Torchia, marito di una sorella di Bruno, ed il piccolo Pietro De Sarro, figlio di un’altra sorella il cui marito era emigrato in America.

Bruno Ferrise morirà giovane nel 1919, per un tumore in bocca, dopo essere stato più volte operato a Napoli dal chirurgo Dattilo, di origini lamettine e parente quindi del nostro Don Vittorio Dattilo.

Bruno lascia la moglie Giovanna di appena venticinque anni con due figli piccoli e uno ancora in grembo. Bruno o Ninnuzzo, come familiarmente verrà chiamato poi, nascerà quaranta giorni dopo la morte del papà .Le famiglie vivevano allora tutti insieme. Tutti sotto lo stesso tetto. Tutti in pochi spazi. Sembrerebbe assurdo oggi che case ampie e comode non bastano a pochi e scontrosi abitanti.

Nel 1936 la fabbrica si trasferisce nei magazzini comprati da Vincenzo Ferrise dal barone Stocco, siti nell’omonima piazza Stocco ora Via San Giovanni. 

Avevano un casale a tre piani con un giardino sul fiume .La casa risuonava nella sua infanzia del suono del pianoforte comprato dal papà a Napoli per far studiare musica ai ragazzi. Un papà che amava leggere e ascoltare musica.

Vincenzo, rimasto vedovo nel 1927 di Consolatina Fedele ed avendo perso anche il figlio morto appena nato, abitava con una signora che badava alla casa. Da lei ebbe tre figli che poi ebbero tutti il suo cognome 

 Nel 1942 sposa la vedova del fratello la signora Giovanna Provenzano. Una donna energica, una donna capace di affrontare e risolvere le tante traversie della vita inventandosi di volta in volta un lavoro per tenere con dignità e coraggio la sua famiglia. Il telaio le aveva permesso prima di essere autonoma ora lavorerà nei locali della fabbrica Ferrise e gestirà una trattoria adiacente e di loro proprietà. Sempre  lei sarà vista come il punto di riferimento per parenti e nipoti. 

Eredi della fabbrica alla morte di Vincenzo resteranno i tre fratelli: Vincenzo, Domenico e Ninnuzzo, figli di Bruno insieme con Domenico, Mimì, figlio dello zio Vincenzo, che rimane proprietario degli immobili.

Nel 1962-3, poiché Mimì si dissocia e disdice il contratto di fitto ai cugini, la fabbrica si sposta in via San Giovanni, dove ora vi è un negozio di mobili.

Chiamato mastro Giuseppe Dattilo i locali verranno restaurati e all’inaugurazione ci sarà la benedizione per mano del vescovo Moietta, il vescovo che nella sua brevissima ma intensa permanenza a Nicastro ha suscitato col suo amore e con la sua parola entusiasmo e calore nella popolazione.

Era l’aprile del '61, e lui  giovane e fiducioso, veniva accolto nella nostra città in festa. 

Sembra vederla la folla in piazza Bovio, in via San Giovanni, i macchinari lucidi, il nastro trasportatore dove le bottiglie capovolte venivano fissate su dei perni e poi in fila venivano lavate, la spuma, la nuova bevanda che Vincenzo, ora di 94 anni e sempre in gamba, preparava.

Quando Vincenzo, ora è lui che racconta, preparava insieme al fratello Bruno, lo zucchero caramellato che dava sapore, colore e schiuma alla gazzosa, e litri e litri di caffè alla napoletana per la gazzosa al caffè, via San Giovanni, Largo Angotti, Via Indipendenza, profumavano di caffè.

Accanto  vi era il bar dei Ferrise, gestito da Domenico, ed ora dal fratello Battista, tuttora il punto di ritrovo imprescindibile per tanti, per molti altri durante la tredicina di Sant’Antonio. La piazza antistante pulsava di vita energizzata dall’aroma del caffè. Si racconta che l’aroma era così forte da creare in una signora che abitava di fronte vere tachicardie, eccitazioni del cuore troppo forti, una patologia causata da un profumo inebriante. Quasi un luogo arabo.

Poi la tredicina, terminava con la processione di Sant’Antonio, il Santo, allora ed ora, si fermava in via San Giovanni, entrava nella fabbrica che non c’è più e lì veniva incoronato, i portantini venivano dissetati per primi e poi bevande per tutti, lo spumone usciva a fiotti dai sifoni per la banda, i fedeli, le autorità. Una festa di popolo.

Nel 1977 la fabbrica Ferrise chiuse e consegnò i suoi  macchinari antichi, un salmatore a colonna, un tiraggio riempimento sifone, un tiraggio riempimento meccanico, al museo delle arti, che allora era in piazza Bovio, una volta piazza Mercato, la piazza delle terrecotte.

Ora i nostri ragazzi ritornano spesso in questa piazza e si riuniscono, ascoltano musica, chiacchierano e di nuovo nell’aria vibrazioni  di vita cittadina.

Intanto la storia della gazzosa continuava con un'altra ditta, La De Sarro&Torchia che ormai non c'è più

Ippolita Luzzo 

Unisco un articolo appena ritrovato:

LA GASSOSA AL CAFFE’ : amata in tutto il mondo

si ricorda anche: la BIBICAFFE’, la GASSOSA a LIMONE, la SPUMA, L’ORZATA, dal 1941 al 2010,

dai Ferrise ai De Sarro & Torchia

NICASTRO ora LAMEZIA TERME.


Le bibite gassate risalgono alla metà del 1700 circa, inizialmente prodotte a solo scopo medico, successivamente, dopo il 1800 circa, vennero aromatizzate e vendute come bibite alimentari, cosi, prodotte.a livello industriale, nel 1851 apparve la prima bibita gassata : la Ginger Ale prodotta in Inghilterra , poi la Pepper prodotta in USA nel 1885, la Coca Cola in USA nel 1886, la Pepsi in USA nel 1898, il Chinotto S. Pellegrino nel 1932 in Italia.


La Gazzosa a Caffè era una bibita fatta con caffè, acqua, zucchero e gas ( anidride carbonica), inventata nei primi decenni del 1900 ( data non accertata) dal Sig. Vincenzo Ferrise di Nicastro ora Lamezia Terme, un Calabrese dotato di iniziativa e spirito industriale. Dopo aver notato il successo della sua invenzione , che la bibita era richiesta e piaceva al pubblico, nel 1941 si mise a produrla a livello ”industriale ”in un casolare adibito a Fabbrica sito in Vico San Giovanni , stradina allora nota perchè conduceva alla fabbrica delle terracotte dei Frat.lli Giampà . La produzione delle gazzose si rivelò da subito un successo che ben presto portò la bibita a una diffusione oltre regione , a tal punto che a Vincenzo Ferrise fu conferita anche una onorificenza pubblica del Governo. La Gazzosa veniva imbottigliata in vetro che conteneva una pallina interna la quale spinta dal gas chiudeva al collo della bottiglia per non far fuoriuscire il gas. A lavorare nella piccola Fabbrica c’erano oltre alle maestranze anche i tre figli maschi dell’inventore che si chiamavano Vincenzo, Bruno e Domenico , e due nipoti figli delle sorelle sposate De Sarro e l’altra con Torchia. Questi nipoti del Vincenzo Ferrise , cugini fra loro ,tra gli anni 1950 / 60 si staccarono per mettere su un’attività in proprio, che realizzarono sul Corso G. Nicotera , angolo Via Carducci ,( oggi attuale sede della Banca Monte dei Paschi di Siena) . Alla morte di Vincenzo Ferrise avvenuta intorno agli anni del 1960 circa , i figli Vincenzo Bruno e Domenico presero le redini dell’attività che ha continuato la produzione fino agli anni del 1980 , quando da tempo già Domenico aveva lasciato l’attività ai due fratelli per mettersi in proprio e gestire il Bar sito in Largo Angotti di fronte la pescheria Ritorto, Vincenzo e Bruno raggiunta la pensione, e senza eredi che avessero interesse a proseguire, decisero la chiusura della piccola fabbrica che ormai per continuare aveva necessità di investimenti per rinnovare i macchinari obsoleti. Cosi chiude quella che è stata la più antica fabbrica del settore bibite gassate nella storia locale Nicastrese, anche se l’attività di produzione bibite gassate è continuata principalmente con la Bibicaffè, Gassose a limone, Spuma e Orzate, con maggiore vigore e diffusione per opera dei due cugini Pietro De Sarro & Natale Torchia, ma sopratutto quando anche questi raggiunta l’età pensionabile hanno lasciato le redini ai loro figli, tra questi particolarmente attivi erano Antonella De Sarro sposata Munizza e Valentino Torchia . Oggi anche quella che era diventata una grande realtà Industriale del Lametino fino al 2010 circa, non è più esistente, perchè messa in Liquidazione . Nella foto Vincenzo Ferrise ”l’inventore” ,della Gazzosa a Caffè con la pallina , poi prodotta anche a limone , e ancora dopo la famosa Spuma. Oltre ai tre maschi sopra citati si ricordano anche le figlie femmine di Vincenzo Ferrise che hanno avuto alcune anche ruolo nelle attività del padre prima e poi dei figli e nipoti,come la Sig. Rosaria sposata Scarpino , e le sorelle sposate una con De Sarro e l’altra con Torchia, figli e nipoti che continuarono sulle orme del nonno e la produzione delle bibite, .prima sul Corso G. Nicotera, poi in Via Marconi. e in ultimo nell’Area ex SIR. Verso la metà degli anni 1950 / 1960 circa , quando nell’attività erano particolarmente attivi Vincenzo e Bruno Ferrise , i due cugini Pietro De Sarro & Natale Torchia che lavoravano con lo zio inventore della bibita fin dall’inizi dell’attività si sganciarono per creare un’attività propria investendo in macchinari nuovi nella sede sul Corso G. Nicotera, che divenne una delle più brillanti industrie riuscite nel Lametino , due grandi lavoratori dotati di spirito creativo e industriale non comune, che in breve tempo ampliarono e spostarono l’Attività dal Corso G. Nicotera ( dove rimase per molti anni dopo come punto vendita gestita da un loro zio Don Vincenzino Torchia , in un Capannone più grande sito in Via Marconi ”anni 1950” , al centro tra Nicastro e Sambiase . Nella Fabbrica lavoravano diverse persone , tra le quali un nipote di Pietro De Sarro , Tonino Ferrante detto Totò , persona molto garbata che deteneva il ”segreto” delle ricette e il compito della preparazione , tra gli altri personaggii che hanno lavorato nella Fabbrica c’era Angelino Mastroianni, Domenico Cuiuli e la moglie, Pietro La Pusata , Ombretta Damiano, Sara Loprete, Sandra Curcio, Scalzo che faceva l’autista .La Fabbrica produceva bibite che hanno riscontrato consensi e successi popolari in tutto il mondo con diversi riconoscimenti e premi di prestigio locali ma anche Internazionali come il Premio Italy Drink, Come True USA nel 1994 .Negli ultimi periodi prima della chiusura , la Fabbrica che nel frattempo si era ampliata ancora spostando l’Attività dopo gli anni 2000 nell’Area Industriale ex SIR , era di proprietà di una erede Antonella De Sarro , dopo la liquidazione degli eredi Torchia avvenuta nei primi anni del 1990, e l’uscita successiva di un’altro erede Franco De Sarro avvenuta negli anni del 1990 circa .La svolta che portò alla chiusura, risale intorno al 2010, quando l’Azienda pressata probabilmente da una forte concorrenza come la Brasilena nata nel 1982 nello stabilimento che produce Acqua di Calabria a Girifalco CZ , alla Moka Drink nata nel 1948 nello stabilimento Sila Drink di Laurignano, CS , della Siesta Caffè nata nel 1976 nello stabilimento della Romanella Drink SRL di R.C. , e da scelte personali , ha optato per la chiusura della Fabbrica , oggi non più in attività, ha lasciato spazio alle altre aziende sopra citate , lasciando nei Lametini tutti il rammarico di aver perduto una pietra miliare della storia cittadina


(Fonte: Antonio Marino)


venerdì 21 giugno 2024

Andrea Caterini Sparring Partner


Il termine a che fare con il pugilato e trovo conferma nel significato "compagno [partner] di allenamento» [sparring, gerundio di to spar «allenarsi nel pugilato»]), pugile che allena un altro pugile boxando con lui. 
Il protagonista sceglie di ritornare nella palestra frequentata da ragazzo in un momento della sua vita di "stagnazione". Succede a tutti di non avere più sicurezze, succede a tutti di sentirsi senza entusiasmo e decidere di andarsene nel paese, nel quartiere cercando una "resurrezione della carne." una resurrezione. 

Ritorna in cantina a prendere la borsa di un tempo, i guantoni Leone, e ritrova in palestra Alberto che lo abbraccia. Ormai Alberto è diventato un maestro però sempre guarda al suo amico ritrovato come un fratello.

 Il ritorno nella seconda ripresa: lui guarda nel tempo come l'allenamento rimetta in tono il fisico, e ora sente Alberto chiedergli di aiutare i ragazzi della palestra, di essere il loro sparring partner. Aveva accettato e da quella sera era cambiato tutto. 

Memorie di un uomo attraverso il ring, si racconta lo scioglimento di un nodo, una trasformazione, la nuova vita. Arriverà una nuova allieva, arriverà dai boschi del Carso ma io non vi racconterò altro per non sciupare la bella lettura di questo libro pensoso e riflessivo, di questa storia raccontata in prima persona, con grande partecipazione trasmessa a noi lettori. 

Riesce questo libro a farmi sedere di nuovo al computer, dopo tanto tempo che non scrivo, riesce anche a farmi combattere il mio momento di stagnazione e mi scuote spingendomi a cercare anch'io quella valigia di fogli, nel mio caso, abbandonati. Una vera malia. 

Andrea Caterini pubblica per S-Confini Sparring Partner, una collana di letteratura ibrida diretta da Fabrizio Coscia per Editoriale Scientifica.

 Sono libri di memorie, tra il diario e il reportage, ma sembrano ben interpretare quella commistione di genere di questi nostri tempi. 

"La nona ripresa ci si gioca la vita," voglio rileggermi il momento in cui non si sente la fatica, in cui sentiamo tutti la possibilità di farcela. 

Una scrittura limpida e avvolgente vi prenderà e vi farà salire sul ring della vita.

 Ringraziando Andrea Caterini, a lui gli applausi di tutta la Litweb 

Ippolita Luzzo 


Andrea Caterini (Roma, 1981), è scrittore e critico letterario. Ha pubblicato diversi romanzi, tra cui Giordano (Fazi, 2014, Premio Volponi) e Vita di un romanzo (Castelvecchi, 2018). Tra i saggi si ricordano La preghiera della letteratura (Fazi, 2016, Premio Prata per la Saggistica), Ritratti e paesaggi. Il romanzo moderno (Castelvecchi, 2019, Premio Città delle Rose per la Saggistica) e L’oblio della figura. Nella stanza di Giorgio Morandi (Sillabe, 2020). Il suo ultimo libro è Ritorno in Italia (Vallecchi, 2022). Ha introdotto numerosi autori europei dell’Ottocento e del Novecento: Henry James, Marcel Proust, Virginia Woolf, Hermann Broch, Irène Némirovsky, Joseph Roth. Ha inoltre commentato Il sogno di un uomo ridicolo di Fëdor Dostoevskij (Ianieri, 2015). Nel 2018 gli è stato assegnato il Premio Bonura per la Critica Militante Under 40. Lavora come autore Rai di programmi di viaggio.


venerdì 14 giugno 2024

Lidia Popolano su Pezzi nel 2020


Lei lo chiama zibaldone, nel linguaggio arcaico una vivanda composta da svariati ingredienti, una costante nella cucina povera di tutti i Paesi; nel linguaggio letterario invece un quaderno di appunti e abbozzi riportati senza ordine.


È entrambe le cose, Pezzi di Ippolita Luzzo. Vi compaiono in ordine casuale frammenti di riflessioni filosofiche, filastrocche, considerazioni sulle cosiddette giornate europee o mondiali dedicate all’amicizia o ad altre ricorrenze, tra queste inserirei anche il Pezzo sul Natale, anche se questo non è il suo titolo. E ancora, poesie, citazioni e recensioni. Ogni appunto riporta la data e questo aiuta ad orientarsi per caratterizzare quel frammento. A volte si tratta di episodi di vita comune, incontri, pomeriggi con amiche o con la sorella, si tratta di telefonate a conoscenze o a vecchie amicizie. C’è anche un fantasma di uomo, seduto accanto al posto di guida ad ascoltare le vicende letterarie di Ippolita o in casa a gustare un caffè virtuale di cui sembra persino di sentire l’odore.


Ma tutto questo mondo, questi tratti di penna, ricopiati al computer, non sono più frammenti, non sono più piccoli cenni sonori di uno strumento che viene accordato, sono una sinfonia potente, sono una sonata di organo in una cattedrale, se hai avuto la fortuna di entrare nel mondo di questa piccola donna, fortissima e delicata a un tempo, se hai attraversato le stanze di quel suo castello fatto di ambienti, ma più ancora di disimpegni. Se sei passato per quelle scale dove filtra il sole e illumina il quadro donato dall’artista che con quel dono ha dato valore al suo apprezzamento o la cesta colma di buste gialle che hanno contenuto i libri che le sono stati spediti in lettura. Sono buste flosce o strappate, impossibili da riusare, impossibili da cestinare. Sono lì perché buttarle sarebbe perdere la traccia della trepidazione con cui sono state riempite con il libro o il faldone della bozza, con cui sono state incollate e lasciate sul desk dello sportello postale, là dove era impossibile ritirarle una volta trovato il coraggio di spedirle. E poi i libri e la memoria degli incontri e dei pasti cucinati e consumati con gli amici, delle serate con le guance arrossate e gli occhi lucidi nella scoperta incredula che l’amicizia esiste, che l’amore esiste e illuminano la vita anche quando hanno breve durata.


Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente per me se non avessi avuto l’immensa fortuna di entrare nella dimora di famiglia e di stringere la mano della dolce madre. Ah, gli occhi di una madre posati sui tuoi per leggere il tuo affetto per la figlia! Ah, quale regalo prezioso e immortale, indispensabile per comprendere le parole amare che descrivono le donne del sud che hanno visto rapinare la loro adolescenza e rinchiuderla in una vita di sacrificio, dono per eterni e irriconoscenti uomini-bambini, coccolati e viziati nella loro fragilità egoistica.


Questo, tutto questo non sarebbe stato evidente se non avessi visto un paese violentato, sventrato, artificiosamente assimilato a un’entità locale inesistente. Privato del suo nobile nome e con esso, della sua storia. Un paese che fa da sfondo a ogni amarezza e ogni sogno di riscatto della Calabria offesa e dimenticata anche nel presente. Persino nel presente.


Tutto questo non è uno zibaldone. Sarebbe uno scempio immaginare una raccolta “Pezzi due” con i frammenti scritti da Ippolita Luzzo dopo il 2018. Non è uno zibaldone, Pezzi. È un romanzo. È il romanzo di una vita dapprima dimenticata nella disillusione e poi ritrovata nella missione di tessitura del tessuto culturale di un popolo, senza occuparsi o preoccuparsi di darsene il merito. La tessitura di un ordito fine e robusto che non contempla definizioni strutturali, che non chiede riconoscimenti, che unisce in un canto ritmato e sonoro le voci di scrittori stimati e i loro lavori, nati da quelle buste gialle teneramente conservate. Un ordito che non ha volutamente cercato un’impossibile trama. Un romanzo senza trama.


Lei lo chiama zibaldone, ma per me Pezzi è un romanzo contemporaneo.

Pasquale Braschi scrive su Pezzi del Regno della Litweb


 Nel 2019 Pasquale Braschi scriveva: “Pezzi dal regno della Litweb” è una selezione sintetica dell’attività di redazione del blog di Ippolita Luzzo, dal 2012 (anno di inaugurazione, http://trollipp.blogspot.com/) al 2018 (anno di pubblicazione del libro, novembre per la precisione). 
Ippolita dal suo Regno in cui “non tramonta mai il sole” (p. 19) osserva questo nostro pazzo mondo, annota sensazioni e descrive tutto ciò che la sua anima vede. 
Il libro si apre con una dichiarazione in forma di poesia, “Io non sono una donna del sud” (p. 9). Una sorta di biglietto da visita con il quale Ippolita cerca di scrollarsi di dosso il peso della “donna del sud” che nell’immaginario collettivo è immersa in faccende domestiche, ivi compresi gli usi e le tradizioni contadine, dalla conserva di pomodori fatta in casa alla preparazione di insaccati e di formaggi. Un’ammissione di colpa (o di difetto) con cui si difende la propria diversità a scapito di pregiudizi di genere, senza prendere le distanze dalle proprie radici, e alla quale si aggiunge la convinzione che “È meglio scrivere che drogarsi” (p. 11), perché “Nel migliore dei mondi possibili non è facile essere una donna, un uomo pensante. Bisogna soltanto accettare il pensiero uguale, omologato, di tutti, di tanti” (p. 12). Troppe distrazioni ci allontanano dalle persone e non sempre ci accorgiamo dei cambiamenti di chi ci sta accanto.
 E così accade che “la donna vorrebbe essere guardata, la pettinatura, il nuovo rossetto, il modello alla moda, la sua borsetta. L’uomo nemmeno s’accorge se quella bipede ha un naso, una bocca, un incarnato perfetto” (p. 14). 
Queste pagine sono intrise di nostalgia, malinconia, persino di una sorta di rassegnazione che, anziché soccombere, resiste ai tempi delle facili illusioni. Per guarire da questo malessere generale Ippolita ha trovato la medicina non in farmacia ma nei libri. 
Tanti sono i libri in rassegna, così come sono tanti gli autori del presente e del passato che (ri)vivono in queste pagine con riflessioni personali e citazioni letterarie.
 “Certo è tutto un casino ma dappertutto si vive” (p. 49), grazie alla forza dei sentimenti, compreso l’Amore, nonostante il peso di “Tutte le assenze che ci mortificano” (p. 59).
 Assenze che, sempre più spesso, vengono celebrate nella “taberna scriptoria” (amori finiti, morte di un genitore o di un figlio) con la convinzione di “Affidare al libro l’eternità” (p. 84).
Una moda, quella di pubblicare libri, che passerà e si tornerà a fare centrini, bricolage “e poi la sera prenderete in mano un libro vero e leggerete. Oh Leggerete! Perché leggere tornerà di moda” (pp. 98-99). 
Una profezia che pare avverarsi con questo passaggio dal blog al libro. Con ironia, sarcasmo e soprattutto provocazione Il Regno della Litweb tenta di scuotere le coscienze assopite offrendo ai suoi lettori spunti di riflessione su diversi argomenti (la vita e la morte, l’amore e l’amicizia, la solitudine e l’abbandono, la salute e la malattia, i libri e gli autori). 
In altre parole Ippolita Luzzo condivide “pezzi” della sua vita, confermando di essere “la quintessenza femminea, fulminea, verace, pugnace” (p. 5). God save the Queen!

Pasquale Braschi 


mercoledì 1 maggio 2024

Primo Maggio 2020



 

Dal maggio 2016 un buon maggio 2020. 
Allora nel 2016 scrivevo: A trenta anni dal web e a quattro anni dal blog Il Regno della Litweb,

Internet compie trenta anni. Ha trasformato in maniera epocale abitudini, corrispondenze, conoscenze e letteratura. Ha facilitato contatti e permesso la creazione di un villaggio globale in continue connessioni.

Vedremo il sorgere del mondo nuovo noi che stiamo vivendo il finire di ciò che credevamo utile e necessario fino a trenta anni fa? Questo non so. Ho però chiaro che bisognerà adattare gli studi fatti e usarli come zattera anche nel mare di internet, che sembra titolata a dare tutto il conoscibile e può regalarci bufale assolute.

Internet, la rete delle opportunità e degli inganni.

Sto sui tasti da pochi anni, da sei o sette anni, ho fatto mail e guardato il mondo da uno schermo, e da quello schermo, dal web, continuo a guardare il mondo come va.

Gli studi classici e di filosofia mi hanno dato quella autonomia di pensiero per cui è difficile che mi lasci cooptare da ciò che non mi interessa e sono sempre rimasta con l'occhio attento su letture e letture. 

Sul web nasceva un nuovo modo di scrivere. Una interazione fra lo scritto e il lettore, un teatro vivente di battute e rimpianti, di liti e riappacificazioni.

Nasceva tutto ciò sui siti letterari, sui social, Facebook e Twitter, Google + e altre piattaforme varie.

Una vita squadernata su una finestra bianca.

La stampa ha la sua finestra online, i libri passano online, le merci, la musica, l'arte, il cinema, la politica, la guerra. 

Alcuni movimenti politici diventano forze parlamentari grazie alla rete. 

A me è stato regalato un regno.

Dal giugno del 2012 scrivo su Litweb pezzi corti, il mio sguardo dal web sul web ed, incredibile ma vero, il web risponde. 

Meglio che ad Emily Dickinson

Mi sono così letta libri su libri, ho visto film e dipinti, sempre con quella autonomia di pensiero che è frutto di una formazione classica alla quale non si può rinunciare se si vorrà essere liberi di avere un metodo e dei criteri su quali basare un giudizio.

Un giudizio libero da compiacente rassegnazione all'andazzo dei tempi. Tempi di spietati e lecchini, tempi di conformismo storico ed individuale che, una scarsa preparazione in moltissimi, rende tutti dubbiosi e pronti a scartare chi è bravo davvero ed omaggiare chi possa poi esser utile.

Disdegnando un mondo siffatto faccio i miei auguri alla maturità di Internet, trenta anni vuol dire età adulta, augurando che dallo schermo  nuovi regni liberi si costituiscano. Con la  parola libertà che vuol dire relazione individuale. 

DOMENICA 1 MAGGIO 2016

Libero scrivere in libero regno

Rispondo così ad amico che mi sollecita un pensiero sui tanti e tanti che pubblicano e pubblicano in una bella frenesia chiamata libro. Anche io farei uguale  se sapessi scrivere ma non so scrivere.

Ho strappato tutto quello che ho scritto fino al 2009, tutto.

Fogli, diario, lettere ricevute e qualsiasi cartaceo mi riguardasse.

Ho regalato tutti i libri posseduti al Sistema Bibliotecario di Lamezia, alle scuole, alle colleghe, senza nemmeno chiedere una targhetta.

Ho riscritto da allora su un blog, sui siti letterari, in mail, su Tiscali, su portali, scrivendo scrivendo.

"Ma non so scrivere. Lo vedi anche tu" dico al mio amico. 

Scrivo come parlo, come penso, senza disciplina, senza una grammatica.

Riconosco i limiti e già mi sembra di essere molto avanti.

Lo affermo senza nessuna umiltà. Seriamente.

Penso che oggi il libro faccia status, più di un tempo, anche se a scorrer le doglianze, Leopardi si lagnava che al suo tempo fosse uguale. 

Tutti sono presi da questo bel desiderio di vedere il nome proprio stampato su una bella copertina, sentirsi autori o autrici, trovare il critico o il docente compiacente che li faccia  sentire Tasso e far  inchiostrare pagine e pagine di stampa locale inneggiante l'opera. Mi sembra di essere a teatro. magari un teatro dilettante, di amatori che fanno le prove a reggere il confronto con il mondo delle lettere, a volte a loro  sconosciuto.  

 Sono però fautrice del libero scrivere in libero regno, basti che ognuno non si senta Dante. Comunque anche se si sentisse Dante ne sarei felice lo stesso. 

 Su di me penso di essere una che usa la lettura per vivere e la scrittura come relazione. Mi sembra di essere riuscita a far l'uno e l'altro, mi occupo il tempo leggendo e faccio della scrittura un mio divertimento.

Che abbia chi mi legga mi sorprende e mi rallegra tanto quanto io sia contenta nel legger tutti coloro che scrivono davvero. http://trollipp.blogspot.com/2016/05/?m=1

Ippolita Luzzo 

lunedì 29 aprile 2024

Gilda Policastro La ragnatela


Per hopefulmonster editore, nella collana diretta da Dario Voltolini
Gilda Policastro nel libro La ragnatela ci racconta attraverso il ballo qualche passaggio della sua infanzia, dell'adolescenza, la storia di quegli anni, ballando ballando, pestando con i piedi la pizzica di San Vito. La taranta; cosa voglia significare poi non è certo, ci sono tanti testi della tradizione e benché si cerchi quando si vuole riscriverli sono tutti diversi, ci dice la scrittrice. Il ballo rimane per lei un momento vitale, lei lo sente fin da piccolissima, e sente che attraverso il ballo si può guarire anche dal mal d'amore.

Nell’autointervista che Gilda Policastro si fa scopriamo cos’è la pizzica: “La pizzica alle sue origini è effetto del morso della taranta, il ragno. A quel punto non puoi fermarti, devi ballare. Ballare, poi. Devi letteralmente pestare il pavimento, come fossero tini.” Noi intanto aspettiamo La ragnatela in arrivo a maggio e al Salone del libro a Torino in questa settimana, ma di cosa parla La ragnatela?

Con un ritmo molto trascinante, simile al ballo evocato ecco apparire le poetesse che si suicidano sorprese prima di ammazzarsi in attività usuali. Incontriamo Bachmann in Puglia con una sua poesia tradotta proprio per questo libro da un amico di Gilda.

Ho letto con la musica in testa, trascinata dalla sua danza:"Ùn due tre ùn due tre ùn due tre, cento battiti al minuto, come ci fosse una festa non intorno ma dentro, perché il ritmo accelera e discioglie la malincunia o il brutto pasticcio dell’amore non corrisposto che a quel punto si srotola come una serpentella, come il nastro delle ginnaste, il giro di campo di un calciatore all’ultima partita, nel tripudio generale. In verità attorno a me ci sono le stesse facce spente (e del Sud), un po’ accaldate e istupidite dall’eccesso di cibo. Nun te fermare, nun te fermare, addu t’ha pizzicato, la taranta"

Non vi siete messi a ballare pure voi ed ora per farvi partecipare a questo rito ecco un altro passo di Gilda:

"Le donne del Salento ballano composte, con lunghe gonne che sfiorano il pavimento e scarpe molto basse, piede in vista (oggi infradito, ieri scalze).

A me piace ballare scalza, il piede aderisce alla terra, si ferisce. La ferita è la finestra del dolore, la ferita è la parte che sanguina, e mentre sanguina, guarisce. Guarisce quando sta sanguinando, certo, comincia proprio allora, a guarire. Quando stai male cominci a capire che devi guarire, devi provare a uscire dal dolore, trovare qualcuno che ti tiri per i capelli o tirarti tu come Münchausen. Quando ero in ospedale non pensavo mai al ballo, non ricordavo più che in una vita precedente io avessi ballato in tanti posti. Che lo avessi sognato, desiderato, che avessi dato spettacolo. Quando ero in ospedale, riuscivo a pensare a una cosa sola: com’è successo? In un libro di tanti anni fa avevo scritto che il cervello è una sfoglia di cipolla: anche questo lo diceva Sabellina, o forse zia Maria, detta Ziam"

Dario Voltolini nella postfazione scrive: un unico organismo. “La ragnatela” si produce tramite il ritmo e la musica della pizzica, il ballo delle tarantolate. La puntura di un ragno che appartiene a chissà quale livello della realtà, o della fantasia, o del mito; il pizzico da cui non c’è scampo e devi ballare, ballare, ballare, pestare con i piedi il pavimento, saltare, sfinirti, non pensare, parossisticamente vivere ed esistere.” E sulla scrittura di Gilda Policastro: "Pochissimi possono vantare una padronanza così completa della lingua italiana come Gilda Policastro. Poligrafa di grande talento (a suo completo agio tanto nella saggistica accademica quanto in quella militante, nella poesia, nella teoria della poesia, nel- la narrativa, nelle chat, in rete, nell’intervento social e così via), qui compone una sfavillante incursione nel territorio vivo, pulsante e corporale della crescita ed evoluzione personale."

Non è mia abitudine riportare molti stralci dei libri ma questo mi ha un po' preso la mano e si è imposto "pestando i piedi" con la bravura della scena.

Un affettuoso omaggio a Gilda Policastro da tutta la Litweb che balla con lei

Ippolita Luzzo

Gilda Policastro è scrittrice e critica letteraria, insegna Letteratura italiana, cura i corsi di poesia per l'Accademia di scrittura creativa Molly Bloom, collabora con riviste e siti letterari, è redattrice de «Le parole e le cose». Tra i suoi ultimi libri il romanzo La parte di Malvasia (La Nave di Teseo, 2021) e il saggio L'ultima poesia: scrittura anomale e mutazioni di genere dal secondo Novecento a oggi (Mimesis, 2021).

domenica 28 aprile 2024

Giovanni Cocco Una grazia sconosciuta


Una grazia sconosciuta. 
Credo che diventi una forma di amore quando un autore sente che vuole scrivere di un altro, sia di un amico, come in Due vite fa Emanuele Trevi raccontando di Rocco Carbone e Pia Pera, sia di qualcuno che comincia a parlarci, che invade il nostro immaginario e ci accompagna da lui. Sarà capitato così allo scrittore Giovanni Cocco quando ha cominciato a prendere appunti, a seguire le orme del regista, fino al sanatorio dove Jean incontrerà Elisabeth Losinska, che sposerà nel '29.   
Bellissimo libro ambientato soprattutto  a Nizza “Nizza che vive soprattutto del gioco, una città costruita per gli stranieri, quelli che ci campano e Io, che non ci campo; quelli del posto che se ne infischiano” scrive Giovanni Cocco e ancora delineando l'opera  “La struttura del romanzo ricalca il tormentato percorso delle opere principali realizzate da Vigo nel corso della sua brevissima carriera, consumatasi in soli quattro anni di lavoro febbrile tra il 1929 e il 1934. Abbandonate da subito velleità da memoir e romanzo storico, il testo è stato da subito concepito come un documentario o, se preferite, da un punto di vista documentato.” 

Chi è il regista francese Jean Vigo (1905-1934), considerato uno dei massimi maestri del cinema del Novecento, nonostante quattro film girati in quattro anni della sua breve vita? Questo si chiede per molto tempo Giovanni Cocco e intreccia le sue ricerche con gli avvenimenti della sua vita, la nascita dei suoi figli, la scelta di riprendere gli studi e di insegnare, sua mamma ricoverata in ospedale, la sua compagna Costanza che capisce e lo sprona quasi a voler andare sui luoghi dove Jean Vigo è vissuto. 

Da Pino Bertelli mi leggo: "Jean Vigo muore di tubercolosi a 29 anni (5 ottobre1934) e i quattromila metri di pellicola che gira trail 1930 e il 1934 minano alla radice l'effimero e la mondanità edulcorate della "fabbrica dei sogni".

Quello che interessa però a Giovanni Cocco è come abbia vissuto e come si sia incontrato con la compagna della sua breve vita e abbia avuto da lei una figlia. Per far questo lo scrittore ci racconta dei genitori di Vigo, degli ambienti anarchici, di un mondo fremente che noi guardiamo dopo un secolo. Ne sentiamo la vitalità come se Jean Vigo sia qui con noi, le pagine riescono a far sì che noi quasi lo abbiamo incontrato e da subito una grande empatia fra noi e lui, fra noi e lo scrittore, ci spinge a leggere tutto ciò che anche altri hanno scritto di Vigo, e vado a leggere anche da Simone Ghelli, L’Atalante in Jean Vigo, scritto nel 2000. il surrealismo delineato "con il “documentario sociale” À propos de Nice (1930), dove si fa beffe della borghesia in vacanza ricorrendo all’arte del montaggio, che dispiega metafore e similitudini; e poi con Zéro de conduite (1933), che è un inno alla carica pura ed eversiva dell’infanzia.

Ma, come vi dicevo, benché nel libro troviamo splendide pagine dedicate al cinema di Vigo, a Giovanni interessa la vita. La vita che modella e trasforma, leggiamo sconsolati tutti i tagli che verranno fatti all'ultima opera di Vigo e come solo negli anni novanta sia stato possibile rivedere integra la pellicola dell'Atalante, vediamo il regista girare febbricitante e poi morire. E andiamo con Giovanni fin sulla tomba della famiglia  “Una volta raggiunto il B&B che avevo prenotato a Montrouge, nell’Hauts-de-Seine, posai a terra il mio zainetto e mi misi a dormire. Due ore più tardi scesi al pianterreno e chiesi alla padrona di casa quanto distava il luogo che ero venuto a visitare. Il taxi arrivò un quarto d’ora più tardi,” e con  lui andiamo tutti al cimitero per dare un saluto ad un caro amico, lui morto a 29 anni, lei qualche anno dopo e ci sembra impossibile che così giovane abbia lasciato un impronta così duratura

Pubblicato da una giovane casa editrice che ha libri deliziosi in catalogo e che voglio farvi conoscere e qui nel blog Il Regno della Litweb abitano, anche Una grazia sconosciuta sta in Litweb.

 La Collana S-Confini diretta da Fabrizio Coscia ha pubblicato finora: 1. Andrea Di Consoli, Tutte queste voci che mi premono dentro/ 2. Francesco Borrasso, Ìsula/ 3. Fabrizio Coscia, Nella notte il cane/ 4. Renzo Paris, Il picchio rosso/ 5. Rossella Pretto, La vita incauta/ 6. Luca Doninelli, Panico/ 7. Francesco Permunian, Tutti chiedono compassione/8. Silvana Fei, Ombre stampate e ora Giovanni Cocco Una grazia sconosciuta

Ippolita Luzzo


Da un giornale di Como prendo alcune notizie sull'autore  “Giovanni Cocco, nato a Como nel 1976, ha pubblicato la raccolta di racconti “Angeli a perdere” (No Reply 2004) e diversi romanzi apprezzati dalla critica, tra cui “La caduta” (Nutrimenti 2013, Premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati) e “La promessa” (Nutrimenti 2015). Insieme con Amneris Magella, Cocco è autore della fortunata serie poliziesca del Commissario Stefania Valenti, tradotta in diversi paesi europei e nel Stati Uniti, edita in Italia da Marsilio.

domenica 14 aprile 2024

Lidia Popolano recensisce Pezzi

 




                
Il Romanzo è morto?

(o è diventato un blog/non-blog?)

Ippolita Luzzo non è una donna del sud, ma il sud lo porta nel sangue che scorre nei polsi, nel colore delle sue infinite sciarpe, nel calore con cui si appella al bello e all’amicizia.

Dal 2012, Ippolita scrive pezzi nel suo blog/non-blog. Sì, pezzi, come usava definire una volta gli articoli di fondo o come potremmo classificare i post di oggi. Scrive pezzi per ripetere a se stessa che la scrittura dà pace e non tormento. Dà chiarezza e giustizia, non oscurità o vendetta. Ma scrivere significa per lei anche ribadire che nel migliore dei mondi possibili dove viviamo, non è facile essere una donna o un uomo pensanti.

Nei suoi pezzi, l’insofferenza per il legame matrimoniale, così come è stato fondato e perpetuato (L’invenzione più innaturale del nostro secolo); legame che ci costringe a elaborare comportamenti e tradimenti; che ci costringe a vivere “da carbonari, nascosti, travestiti, con tante personalità”. Legame basato su un’illusione e che ci porta a giocare il “gioco eterno dei rimandi e degli inganni).

Nei suoi pezzi, l’orrore per una Storia raccontata attraverso ricostruzioni tendenziose e l’amore per una storia fatta non solo di “eccezionalità, di fatti e misfatti del condottiero”, ma anche dai “fatti minimi di un volgo che proprio voce non ha.”

Una storia che tenta di ricostruire la “sparizione” di una generazione nelle paludi del quotidiano e la sua riapparizione in età adulta, pronta a riconoscere finalmente le “lucciole” di Didi-Huberman e fare della loro ricerca un’unica ragione di vita. 

E poi, proposte di letture, come Una storia chiusa di Clara Sereni o il Ballo tondo di Carmine Abate. E subito scatta la connessione con il desiderio di autenticità delle relazioni e con la scoperta dell’oro della misericordia, nelle azioni. Proposte di recuperi e riletture, come quella de Il padre americano di Rocco Carboni. Libri noti ad amatori, lettori e critici autentici, che non cercano la “dolce euchessina” per digerire la realtà in cui ci hanno fatto piombare: subdola, più di quanto non immaginasse Orwell nel suo 1984, dove la voracità del potere almeno è platealmente imposta.

E ancora le recensioni di La signora Rosetta di Tiziana Sferruggia e di Blu Cavolfiore di Maria Caterina Prezioso e subito questi nomi sono accostati alle belle persone che li portano. Impossibile non sentire accendere la curiosità per il loro mondo interiore, apprezzato dai premi letterari e ignorato dai media e dal grande pubblico, che viene mantenuto concentrato sui volti vuoti di una letteratura come sistema economico.

Un’accusa potente e senza mezzi termini a un sistema che “tutto avvolge (nel) plumbeo mondo della burocrazia e degli interessi.” Un’accusa che non risparmia il volontariato, né l’associazionismo, affiancati e complici più che mai dei politici per instaurare la “Città coltadina”, una città che coltiva orti ben distinti e ben rappresentati, attenti a “spargere il diserbante contro ogni invenzione.” 

E non pensava certo, Ippolita Luzzo, di stare lavorando a una invenzione, pur essendosi bene accorta che la sua opera rimane ai margini della “cultura di sistema” (il virgolettato è mio).

Non pensava certo di stare lavorando a una nuova letteratura, a un nuovo genere letterario, al romanzo contemporaneo, quando riempiva la scrivania di fogli e poi li trascriveva in bell’ordine al computer, pronti per martellare i nostri stomaci assopiti e ben nutriti.

In questo romanzo, l’ordito non è fatto di pezzi; è fatto della ricerca dell’amicizia, che non sia “sincopatica” ossia che non compaia “a tempo” nelle ricorrenze canoniche, e non certo per cogliere l’occasione per essere finalmente se stessi. È fatto dell’amore, che non resti un fantasma accanto a sé, nel rito affettuoso del caffè del mattino. È fatto di consapevolezza del dolore per le assenze che mortificano, nella loro assordante presenza, e di immaginazione creativa. Quella a cui ci appigliamo per sopravvivere al vuoto, ma al di là del reale, nel mondo dove l’amore è fatto primariamente della donazione di completezza a cui troppi di noi rinunciano. 

Non è fatto di post questo libro, perché i post lei li lascia “alla posta, alla scrittura delle adunanze, dei comitati, delle cordate”. Non è neanche fatto di pezzi questo libro, ma di maglie, di ponti lanciati a chi è ancora alla ricerca del senso, anche se il senso è stato svenduto per un piatto di pubblicità progresso, come la tunica di Gesù. Non è neanche un libro scritto per raccontare l’infanzia, l’adolescenza e la maturità dell’autore, iattura letteraria che prima o poi passerà di moda.

Questo libro è scritto per beffare il destino, ridere della lebbra che ci viene attribuita quando insistiamo nel voler dire ciò che solo “chi vede il re nudo” può comprendere. Un libro di chi sa apprezzare la letteratura di Mario Borghi ne Le cose dell’orologio o di Luca Bernardi in Medusa. Non posso qui nominarli tutti, questi testi meravigliosi, e me ne scuso.

Una donna che sa ridere di sé è rara, chi altro avrebbe potuto scrivere “rido di me e di tutti, in questo luogo che non è un luogo, sono felice di stare con me e di ringraziare gli sconosciuti che da due anni mi leggono qui, in questo regno che proprio non c’è?”

Questo libro ha (è) dunque un ordito fatto di maglie accuratamente tessute con abilità antica, ma non aspettatevi una trama, per carità! La trama non c’è. La trama spetta a ognuno di noi. Questo libro è una rivoluzione praticata, non una annunciata. Questo libro è il romanzo contemporaneo. 

Lidia Popolano

venerdì 12 aprile 2024

Francesca Fiorentin Disinganni Robin Edizione


Disinganni, l'ultima raccolta di poesie di Francesca Fiorentin, ci porta la testimonianza di una vitalità poetica, di un vivere poetico, intendendo il vivere poetico la capacità di dire, di esprimere i disagi esistenziali con immagini ricche di metafore, di similitudini, di figure retoriche come il gorgo, sconfitto dall'arte. La forza che la poesia ha è il seguire l'arte, per riuscire ad attraversare i campi minati dell'infelicità, dell'essenza, della lotta, della rabbia, della siccità, del controllo. Sono divise proprio con questi titoli le poesie raccolte in questo libro, pubblicato da Robin edizione in questo 2024. Poesie dell’infelicità Poesie dell’essenza Poesie della lotta Poesie della rabbia Poesie della siccità Poesia del controllo

Sull'infelicità amicale mi piace riportarvi questi versi, su come possa finire una amicizia, su come si resti per anni a domandarsi il perché sia finita finché poi non si ci pensa più. 

Avevo un’amica spergiurava affetto

dopo non so cosa dopo un’idea

ostile a una mia

che non sono capace di immaginare come importante

pur sforzandomi di capire

finì tutto

e tutte le parole che ho sprecato.

Sono moltissime le poesie sull'infelicità, da una infelicità intima a quella esposta fin nei centri commerciali dove una umanità varia trascorre il suo tempo, mangiando o guardando le vetrine, comprando, senza guardarsi negli occhi. Capisco la domanda del vestirsi bene per chi, per nessuno sarebbe la risposta. 

Le passeggiate ai centri commerciali,

dopo, un pranzo fuori

vestiti bene per chi?

Il tempo la digestione il nipote

i guai comuni gli impegni.

Chi non legge

ha questo tempo libero

ovverosia non sa che fare del tempo

E dopo chiedersi dove sta l'essenza, dove stia, se anche il lavoro è un luogo dove si è spersonalizzati. L'alienazione ormai istituzionalizzata

"Marzo 22

Il lavoro, talmente spezzato in nodi– monadi, che non puoi dire a chi scende nel baratro perché scende. Vedi solo la tua posizione statica, il tuo gradino. Chi ti comanda manovra te e coloro che tu comandi. Chi ti comanda sa di te e di voi. A cascata, il gradino in alto vede giù, e tu che sei più giù non sai nulla di ciò che sta su. E ciò che sta sopra – solo bugie"

La poesia urla, chiarisce, denuncia, si fa intima e universale, vuole uno spazio fuori dal disinganno, la poesia non vuole più essere ingannata e si affida all'arte, al volo poetico nel quale ogni lettore possa librarsi. Credo sia questo l'intendimento di Francesca Fiorentin e con questa sua forza poetica io vi affido la lettura delle sue poesie


Una sola forza mi trascini, te lo chiedo, non sarà mai gorgo,

è l’arte,

che tutto per sé vuole

completa concentrazione

Ippolita Luzzo 



Francesca Fiorentin

Nasce nel dicembre 1965 a Milano e ha vissuto quasi sempre nell’hinterland milanese. Laureata in filosofia alla statale di Milano, è una appassionata lettrice di narrativa e poesie. Di professione, impiegata nel terziario, part time. Negli ultimi anni si dedica giornalmente alla lettura e alla scrittura di poesie. Nel Dicembre 2016 sono usciti alcuni suoi versi su Nazione Indiana.  

martedì 26 marzo 2024

Vincenzo Reale La fortuna del Greco


Vincenzo Reale (1994), appassionato di letteratura ispano-americana si è laureato in Lettere a Siena. Da Firenze ora vive a Roma e insegna lingua italiana agli stranieri. È autore di libretti d’opera e di racconti

Dal nonno al nipote, una storia orale diventa racconto, viene preservata dalla dimenticanza e affidata alla pagina scritta. Ciò fa Vincenzo Reale raccogliendo e appuntando nel corso degli anni episodi della vita che il nonno gli affidava, fatti più o meno trasfigurati dal ricordo. Un secolo di vita, lo stesso secolo di mia madre, nata nel 1924 ed osservatrice limpida e giudicante  degli avvenimenti fino al capodanno del 2024 quando ha chiuso col secolo nuovo librandosi nell'eternità. Non ha compiuto i cento anni per pochi giorni e leggendo del suo coetaneo, il Greco, li vedo testimoni di un'epoca lunghissima ma terminata in un soffio.  


Il Greco: “Aveva visto svanire più di un’intera generazione. Morire lo imbarazzava e lo faceva imbestialire, perché non poteva accettare che tutto finisse con lui in un letto di ospedale. Non capì mai se Dio esistesse e se fosse malvagio, ma credeva ai santi e agli spiriti e alle maledizioni, perciò si era fatto insegnare da sua madre a togliere il malocchio. Non giocò mai a calcio – lo disprezzava. Costruì da solo la propria casa, mattone su mattone. Impiegò quasi mezzo secolo per terminarla – anche se terminata, per lui, non lo fu mai.” 

"Dov'era finita tutta quella vita che ricordavo? Aveva approfittato di quel corpo, l’aveva logorato e poi abbandonato come un rottame. Quasi un secolo di vita ammassato in uno spazio ristretto e pronto a sgretolarsi e disperdersi. Un simulacro di sabbia.

Mentre eravamo tutti lì intorno alla bara, dalla mano destra del nonno saltò fuori una farfalla. Una piccola farfalla con ali nere screziate di giallo che si librò e rimase a mezz’aria sul nonno, poi fece un giro per la stanza e uscì dalla finestra. I presenti rimasero a bocca aperta.

«E quando è entrata?» disse qualcuno. Solo la nonna, nonostante la meraviglia e dopo un segno di croce, mi sorprese con un tono lapidario.

«Era sua madre» disse."

Scomparso il nonno, lo rivediamo vivo e giovane nei racconti del nipote che lo trasfigura, lo fa diventare personaggio letterario, lo eternizza come solo la letteratura sa fare rendendolo universale, facendolo aderire ai luoghi, a quell'Aspromonte, limitato a oriente dal mar Ionio, a occidente dal mar Tirreno, a quel monte dove nel suo cielo durante la Seconda guerra mondiale ci fu, il 4 settembre 1943, uno scontro drammatico tra i piloti italiani della Regia Aeronautica e quelli Alleati e che vide l'epilogo a San Luca. Nell'insensatezza della guerra molti giovani muoiono, il Greco sarà testimone e riesce a  scampare al bombardamento di Napoli, allo scontro tra una truppa Alleata e un manipolo di tedeschi, riesce a scampare e sopravvivere alla storia dei potenti, alla storia che tutto ingloba macinando gli esseri umani come chicchi di grano. Non è solo il Greco, ha un amico, come nelle storie fiabesche c'è sempre il compagno di avventura, ricordiamo Don Chisciotte e Sancio Panza, Phileas Fogg e Passepatout, qui abbiamo due amici, diversi, uno al limite della illegalità, Antonio il Tozzolo,  e l'altro, Antonio Il Greco,  invece responsabile e serio. 

Intorno alla Storia di popoli c'è la microstoria, popolata da donne custodi del focolare, custodi di pratiche magiche, di saperi antichi. 

E facciamo parte della stessa famiglia, di una Calabria, di tante Calabrie, vilipese e dimenticate, dove le case non si finiranno mai più, da dove partire e pur vivendoci riuscire ad astrarsi per afferrare suggestioni e simboli utili a trasformare il nostro vissuto.  


Ora siamo col nonno e nipote sul monte e il nipote lo sa, come noi lo sappiamo, siamo insieme "Ero lì a reggerlo per un braccio, e per un attimo lo vidi diverso. Per un attimo vidi un giovane che non conoscevo, che avevo visto solo in qualche vecchia foto. Fumava una sigaretta e osservava qualcuno corrergli incontro risalendo la montagna. Per un attimo, proprio sotto i miei occhi, quel pianto si trasformò in un grande sorriso."

Nella lettura di un racconto umano offro a Vincenzo Reale un posto preservato Nel Regno Della Litweb

Ippolita Luzzo 

giovedì 21 marzo 2024

Marino Magliani Il bambino e le isole (un sogno di Calvino)

Un romanzo di racconti, una mappa geografica e sentimentale, questo mi sento di scrivere dopo aver letto il libro, sia come romanzo che come racconti, aprendo a caso ogni tappa ferroviaria che il bambino Calvino percorre inseguendo un pallone o addirittura come fa  Walter Benjamin  cercando una lucertola ocellata. 

Nell'estate del 1935 due ragazzini, Duilio e Italo, incontrano il filosofo tedesco in Liguria, dalle parti di Alassio, a capo Mele, a Villa Verde, e nasce la storia amicale fra il bambino Italo Calvino e Benjamin ormai più che quarantenne. 

Conosciamo dalla biografia di Calvino i suoi occhi abituati alle piante esotiche, ai fiori, il padre era un botanico internazionale, qui la risentiamo narrata dal bambino al suo nuovo amico. Poi però Benjamin va via e lascia la valigia di libri con la promessa che si rivedranno. 

Lungo i binari, con Italo, andiamo ad Arma di Taggio, a Diano Marina, dalle parti di Andora. Ogni racconto una tappa, ogni tappa un racconto, e si giunge ad Alassio. E le isole disegnate dall'uomo delle isole, Carlo, il disegnatore delle isole, Italo, l'uomo dei binari, Italo Calvino e Carlo Levi. 

Dopo Albenga "Il mare è appena un'increspatura" da Palomar, e si resta avvinti fra mare e cielo, fra colori e rumori, fra visivo e sensitivo, fra ricordo e presente, nella luce. 

Le stazioni di Calvino " Se c'era una cosa in tutti quegli anni che aveva perso, strada facendo, era il senso del tempo, ed in qualche modo i libri di Calvino avevano rimediato.." così erano passati gli anni e Calvino incontra un traduttore milanese che cerca  cerca sempre i suoi libri da leggere. 

Fermiamoci  alla stazione di Arenzano e subito dopo al momento in cui muore la madre di Calvino, nel 1978. Rimane negli eredi la grande preoccupazione di cosa fare di Villa Meridiana, si sfoglia la corrispondenza, si trova un refuso su una ristampa, nell'elenco dei partigiani in Epopea dell'esercito scalzo il nome di Calvino è scritto Caldino. E poi La Spezia, Oneglia, Sanremo, continuo a mettere segni, a infilare fogli nel libro, ma posso solo dire che ritroviamo in questo libro un amore grande verso Calvino, viaggiante nei luoghi che poi lascia, dove poi ritorna non trovandoli più perché la cementificazione da lui profetizzata si era abbattuta sulla costa come una tempesta ineluttabile. 

"Marino Magliani sa di cosa stiamo parlando, lui che vive in Olanda, quasi esiliato sulle rive di un plat pays che però gli consente di scrivere. Pellegrino e camminatore malinconico in Liguria – la malinconia è la cifra della poesia – Magliani interroga l’Assoluto attraverso collane di ragni d’inchiostro, ben sapendo che non risponderà e che bisogna continuare a cercarlo." ho letto su Marino Magliani cosa hanno scritto Claudio Morandini, Marco Rovelli, Laura Guglielmi, sulle testate nazionali, quindi io posso solo testimoniare la mia ammirazione verso un letterato vero, verso uno scrittore da portare con noi, un classico da leggere. 

Ippolita Luzzo  

Marino Magliani è nato in Val Prino, nell'entroterra di Imperia, nel 1960. Ha vissuto per anni tra Spagna e America Latina e alla fine del secolo scorso si è stabilito in Olanda, sulla costa, dove scrive e traduce. 

 Da Wikipedia: Tra le sue prime opere pubblicate: Quattro giorni per non morire, ambientato tra il Sud America e la Liguria; Il collezionista di tempo (Sironi 2007), diviso in quattro parti, infanzia, gioventù ed esilio di uno scrittore nei Paesi Bassi. 

In seguito, ha pubblicato per l'editore Longanesi Quella notte a Dolcedo (2008) e La tana degli Alberibelli (2009)[1]. Nel 2011 esce per Instar Libri il romanzo La spiaggia dei cani romantici, pubblicato anche in olandese dall'editore Prometheus con il titolo Het strand van de romantische honden[2] e in spagnolo da Iliada con il titolo di La playa de los perros románticos.


Nel 2010 con il romanzo La tana degli Alberibelli ambientato nelle terre del ponente ligure ha vinto il Premio Frontiere - Biamonti, Pagine sulla Liguria.


Suoi racconti ed estratti dei suoi lavori sono usciti sulla rivista Nuovi argomenti e sono stati pubblicati anche in inglese, tedesco e olandese. Ha partecipato a varie antologie, fra cui Delitti in provincia (Guanda, 2008), e Uscita Operai! (No Reply, 2008). Ha curato il dossier Scritture di Ponente (Atti Impuri, 2011) e il romanzo di Elio Lanteri La ballata della piccola piazza (Transeuropa, 2009). Ha curato inoltre la raccolta di fiabe liguri C'era (quasi) una volta in Liguria (Zem edizioni 2011), e le fiabe italiane C'era (quasi) una volta (Senzapatria, 2011).


Nel 2012 ha ricevuto il premio LericiPea alla carriera, nella categoria "Liguri nel mondo". Nel 2017 ha ricevuto un premio alla carriera dal Comune di Olivetta San Michele[8] e ha vinto il Premio Frontiere-Grenzen.


Il 30 agosto 2018 è uscito nella collana "Altrove" di Chiarelettere il suo romanzo Prima che te lo dicano altri, che si è aggiudicato il Premio Selezione Bancarella 2019, è finalista al Premio Alassio Centolibri - Un autore per l'Europa e ha vinto la XX edizione del Premio Augusto Monti.


Nel settembre 2019 gli è stato assegnato il Premio Mario Novaro - "La Riviera Ligure", giunto alla XXVIII edizione.


Nel maggio 2021 viene pubblicato il romanzo storico Il cannocchiale del tenente Dumont (L'Orma editore), che è inserito fra i 12 candidati al Premio Strega 2022.


Ad aprile del 2023, nell'anno del centenario della nascita dello scrittore Italo Calvino, Magliani pubblica il romanzo Il bambino e le isole (un sogno di Calvino), per l'editore 66thand2nd.


Nel giugno 2023 la casa editrice Exòrma pubblica il saggio Calvino, Biamonti, Magliani. Il racconto del paesaggio, lo sguardo, la luce a cura di Luigi Marfè, Claudio Panella, Luigi Preziosi, Fabrizio Scrivano, che mette in relazione i tre scrittori liguri.


Sue opere sono tradotte in inglese, francese, tedesco, olandese, rumeno, polacco, spagnolo, danese.


domenica 10 marzo 2024

Daniela Matronola dal Premio Malerba al Premio Strega


Daniela Matronola
è stata candidata al Premio Strega con il romanzo In piena luce pubblicato a febbraio del 2023 da  Les Flâneurs Edizioni, precedentemente aveva vinto Il Premio Malerba, di cui io faccio parte come giurata, con i racconti Le porte del cielo. Il Premio Malerba è dedicato allo scrittore Luigi Malerba scomparso nel 2008 ed è presieduto da Anna Lapenna, moglie dello scrittore. Già nel leggere i racconti di Daniela noi giurati avevamo colto l'originalità e lo stile personale della scrittrice, e quindi ritrovarla candidata al Premio Strega è stata una piacevole conferma. 

Nei racconti vi erano idee e situazioni che saranno sviluppate nel romanzo. Che cos'è in fondo un racconto? un racconto contiene una storia, conclusa in breve e lasciata al lettore nel suo farsi. Il romanzo è la continuità della storia, entrambi però sono un atto linguistico come un atto linguistico è il primo atto vitale, ci dice Daniela nel suo romanzo.

 " C’è chi dice che il neonato vuole nascere. Collabora al parto spingendosi fuori e questo meccanismo espulsivo in cui il feto è attivo è un chiaro atto di volontà. Sta di fatto che l’uscita al mondo dal grembo materno consiste in un grido: Lucetta lo scoprirà decenni dopo, per una sua inclinazione per la parola, ma il primo atto di ogni nuovo nato è un atto linguistico."  

Lei stessa, in una intervista a Paolo Restuccia afferma che "questo romanzo la cui idea risala al 1995  era nato come una serie di racconti ciascuno intitolato col nome del/la protagonista e la raccolta si sarebbe intitolata (pensavo) NOMI, o NOMI DI PERSONE. Quindi l’idea era di scrivere un racconto: lo scopo era raccontare l’infanzia vessata, misera, di una bambina sfruttata da tutti, pure dai genitori, che in cuor suo scambiava queste vessazioni palesi per segnali di una condizione privilegiata. Una condizione che non illumina solo l’infanzia ma illumina la vita di tutti noi – cominciare bene nascendo sotto una buona stella, e tenendosela stretta."

L'infanzia ci viene incontro e ci riporta indietro, scrissi un tempo io, ed è ciò che vediamo leggendo la storia di Lucetta che poi diventa adulta ma "Lucetta non sarebbe mai stata in grado di fare partacce. Neppure di fare fare la parte. Proprio  non era capace di barare, Lucetta." 

Con Lucetta mi ritrovo nel detestare di travestirmi, nel non essermi mascherata per Carnevale, nel darmi tristezza i carri di carnevale, nel fantasticare su Mery Poppins e canticchiare la canzoncina del film. Siamo nel giugno del 1967e siamo in prima elementare, suor Melania dà uno schiaffo sulle mani a Lucetta per distoglierla da scrivere con la sinistra...il lato del diavolo, Tesoro!

Scorre la storia e scorrono gli anni, scorrono i film. Tutti a casa, con Alberto Sordi, un film amatissimo sull'otto settembre del 1943, l'armistizio. Ci accorgiamo che i ricordi sono simili, le letture dei libri nella nostra infanzia, e poi il libro che ci dirà come si nasce e a pagina 348 troviamo l'atto linguistico di cui vi dicevo prima. 

Un romanzo che riguarda l'infanzia ma che riguarda gli adulti che siamo diventati fra letture, film, canzoni, giochi e dispetti. 

Gli auguri del Regno della Litweb a Daniela Matronola 

Ippolita Luzzo  


 


D

mercoledì 6 marzo 2024

Sacha Naspini da Le nostre assenze a Errore 404


Le nostre assenze di Sacha Naspini è stato ripubblicato da e&o edizioni nel 2022.          La precedente edizione è del 2012 per Elliot. Nei dieci anni Sacha ha scritto molto altro e le sue opere sono state tradotte in vari paesi del mondo, dagli Stati Uniti all’Egitto. 
In tutti i continenti. 
Questo per dire la diffusione e la bravura di un autore che inchioda il lettore sul personaggio narrante e fa male, fa molto male ma insieme attrae.                                 Il male che attrae, chissà perché. Sarà forse il ritmo impresso alla narrazione e ai fatti che accadono.                 
Le nostre assenze narra la storia di un mostro, un mostro bambino, un bambino narrante mostruosità, almeno per me sono mostruosità il vivere da anaffettivi, il disprezzo verso l’amico e compagno di gioco più povero, mostruosità quei legami anaffettivi con la mamma, con il nonno che muore. Proprio col funerale del nonno inizia la composizione dei legami familiari e le reazioni.
Capisco che i funerali siano delle macabre sceneggiature e i ragazzini reagiscano con azioni prive di collegamento emotivo. Ci troviamo da subito nella famiglia alla elaborazione del lutto. La storia poi prende la strada della scoperta di altre tombe, le tombe etrusche a volte orrendamente scempiate dai tombaroli. Storie vere. Nelle tombe che diventano ancora una volta tombe e seppelliscono la fiducia e l’amicizia, e seppelliscono ogni sentire affettivo, sta la chiave del racconto che non può essere chiuso se non una volta terminato di leggere tanto è la tensione che tiene e trattiene.

 Terribili tutti. Adulti e bambini. Una umanità che guardiamo pensando ossessivamente che noi non siamo in quel modo. C’è uno sguardo da entomologo proprio perché distante, proprio perché si guarda e non si interviene. Nel deserto dell’affettività

Un racconto ipnotizzante


Scritto nel maggio del 2023 ora lo ripropongo qui nel Regno della Litweb in attesa di leggere Errore 404 il libro del 2024 di Sacha Naspini

Ippolita Luzzo 

"Con tanti romanzi all’attivo (Villa del seminario, Le Case del malcontento, Nives, Ossigeno e altri ancora), Sacha Naspini (Grosseto, 1976) è ormai considerato uno degli autori italiani più originali e più letterariamente dotati della sua generazione. Tradotto in ventisei paesi, vincitore di numerosi premi, Naspini è uno scrittore poliedrico, che eccelle nella creazione di bellissime storie legate al territorio della Maremma così come nell’invenzione di mondi distopici e sorprendenti. Il suo stile di scrittura è unico: immaginifico e preciso al tempo stesso, inventivo, efficace"

domenica 3 marzo 2024

Stefania Nardini L'ultimo treno da Kiev Les Flâneurs Edizioni


 Stefania Nardini candidata al Premio Strega per L'ultimo treno da Kiev, credo sia questa la notizia più interessante nelle candidature al Premio Strega nel 2024. Non perché non vi siano moltissime proposte valide ma per l'inusualità del tema.                                                       Un romanzo civile, lo chiamo io, questo di Stefania Nardini, giornalista pubblicista dal 1980, che ha lavorato per il quotidiano «Paese Sera» e il settimanale «L'Europeo».     Poi da giornalista professionista  per il giornale, «Il Mattino», si è occupata di inchieste nelle terre di camorra e di temi sociali. 

Stefania Nardini in questo suo romanzo, scritto in prima persona,  narra la vicenda di una badante ucraina, nel suo paese insegnante di lettere non più pagata da tempo dallo Stato per le vicende storiche del post comunismo. Nel disfacimento dell'impero russo e dopo il crollo del muro di Berlino vedremo arrivare in Italia moltissime donne, soprattutto donne, per cercare un lavoro e una paga che per quanto misera a volte era sempre con maggiore valore di quella percepita o non percepita affatto nel loro paese. 

Irina arriva in Italia da clandestina, e la sua fortuna sarà incontrare Rosa, una giornalista che sarà la sua datrice di lavoro, ed in Rosa quasi io ho immaginato di vedere Stefania a raccogliere la testimonianza di Irina. 

Un romanzo verità. Leggo accanto a mia madre, allora in vita, leggo accanto alla gentile Rodrica che le fa compagnia ogni pomeriggio, e Rodrica, mi ascolta raccontare le vicende di Irina e le mescola con le sue. Hanno lasciato entrambe la loro casa, entrambe hanno lasciato una figlia, e hanno affrontato l'incerto per garantire un futuro certo alle loro figlie. Irina va a Kiev da una agenzia che si occupa di organizzare questi viaggi in Italia ma ben presto si accorgerà di quanto siano imbrogliate e trattate come merce dai componenti di queste organizzazioni mafiose.

Rodrica mi racconta storie orribili, mi racconta di solitudine assoluta in un paese senza conoscere la lingua, in un albergo recluse, lei e le  altre, senza poter bere un caffè, senza poter scendere al bar, in attesa di chi le avrebbe poi portate dove avrebbero lavorato. 

Una storia traumatizzante, una storia che lascia queste donne ferite per sempre, ricordo perfettamente le parole di Rodrica dirmi:- Dopo aver attraversato tutto questo non sono più quella che ero prima. - ed in effetti non si può, anche se lei poi ha incontrato un uomo buonissimo, si è sposata, ma il trauma ha portato una trasformazione irreversibile. 

Capiranno dunque i giurati del Premio Strega di non avere il solito romanzo che racconta una malattia individuale per quanto dolorosa  ma una malattia storica che riguarda tutti su come la storia universale trasforma e sconvolge i destini dei singoli? 

Vorrei riportare la motivazione di Gianni Maritati a proporre il libro: "Con uno stile aderente alla crudezza della realtà raccontata, il romanzo ricostruisce in modo doloroso la fuga di tante donne ucraine dalla fame e dalla guerra. Con gli occhi di Irina, la protagonista costretta a lasciare il suo Paese per cercare in Italia un nuovo futuro insieme a sua figlia, possiamo vedere le piaghe dell’immigrazione clandestina, lo strapotere delle mafie, le scosse terribili dello sradicamento culturale. Un viaggio, quello di Irina, verso la libertà e l’emancipazione. I personaggi sono memorabili. Da sottolineare la partecipazione affettuosa ma mai invadente dell’autrice a un grande dramma del nostro tempo."

Intanto il libro sta qui nel Regno della Litweb con gli auguri più cari e con il desiderio di vederlo come libro utile per conoscere questi anni così grevi che dalla caduta del muro di Berlino continuarono a cadere nell'abiezione più profonda di guerre senza fine.         Nell'anno di Gaza, del genocidio di un popolo, L'ultimo treno da Kiev è la storia che si fa nei nostri destini. 

Ippolita Luzzo      

venerdì 1 marzo 2024

Sillabario all'incontrario di Ezio Sinigaglia

 

Sillabario all'incontrario inizia con
Z zoo Emergenza che tende a imporsi come modo di vita, così leggiamo sulla copertina con illustrazione creata da Francesco Dezio per la Casa editrice TerraRossa.

 Il libro di Ezio Sinigaglia comincia all'incontrario e va dalla Zeta alla Q per descrivere il presente, poi dalla P alla H per i ricordi d'infanzia e dalla G il narratore prende coscienza dei limiti della sua indagine. Dalla lettera E alla lettera A si investiga sulla morte, sull'erotismo, sull'etica.

Sarà una autobiografia, un saggio, senza però averne la disciplina, scritto nel periodo dal 1996 al 1997 come una medicina, in un periodo in cui l'autore era in convalescenza, ed a settembre il ritorno alla normalità sembrava lontano. Il medico quindi consiglia proprio di iniziare a scriverne, e dunque noi lo leggeremo come medicina. 

A dir la verità il libro di Ezio Sinigaglia abita a casa mia dalla sua pubblicazione, anche prima, dal febbraio 2023, ma solo ora, dopo che l'ho visto aspettarmi paziente sulla poltrona della camera da letto per mesi, ho deciso di portarlo qui nel blog come compagnia. Se qualcuno mi domandasse il motivo per cui io mi siedo e scrivo qui sul blog io risponderei che scrivo per farmi compagnia, per chiacchierare con il libro, con il suo autore come se fosse a casa mia, ed ora Ezio Sinigaglia qui abita. Con le sue lettere. 

Trovo le orecchiette messe al libro da tempo e vi parlerò della lettera H come Humour. La più amata. 

Ciò che ci accomuna è che dall'infanzia fino all'età adulta il silenzio e l'ironia ci riuscivano spontanei. Se ognuno di noi ricorda come abbiamo iniziato a percepire il nostro io in tutti è nato il desiderio che il nostro corpo sia riconoscibile e "da quel momento si comincia a desiderare di essere notati e riconosciuti per quel che siamo:io:  se ciò non accade, se ne resta perplessi ancor prima che frustrati" 

L'umorismo nasce non già dalle armonie ma dalle stonature, non dalle conferme ma dalle smentite, e così tutto il creato appare spiegabile e perfetto e il vero rischio rimane domandarsi che cosa diavolo ci stessi a fare io, si chiede l'autore e ci siamo chiesti un po' tutti e poi troviamo un nostro ricordo dell'infanzia, almeno della mia infanzia: osservare le formiche. 

Abbiamo guardato per anni, per estati intere le formiche e però nessuno come Ezio ci darà ora quella formica con la sua briciola sul dorso, troppo pesante per la costituzione della formica, come se un uomo si fosse messo sulle spalle un cavallo. 

Bambini: Sillabario all’incontrario di Ezio Sinigaglia sulla terribile infanzia della inadeguatezza, della crudeltà. Inadeguati a fare cose che si impareranno poi ci si ritrova a 15 anni a fare lo scherzo crudele a Pietro Rana. Con Carlo due Ezio afferra Pietro, il ragazzo che si fidava di lui, e lo lanciano in acqua con tutti i vestiti. Pietro non dirà alla madre chi gli ha fatto lo scherzo perché per lui l’amicizia è fatta di silenzio. Saper star zitto quando l’amico ti tira proprio un tiro mancino. Proprio il suo silenzio sarà la punizione per Ezio che non farà più scherzi crudeli. Intanto Carlo due muore annegato alle Egadi qualche tempo dopo. Resto di sasso

ed ora vi parlo della D, ho dilazionato a lungo a scrivere questo post, perché "vivevo di giorno in giorno con affaticata neghittosità" e da tutto questo poi sono stata trascinata fin quassù dai tormenti e dai patimenti di Ezio che con il suo stile sempre divertito, incuriosito, osserva il suo corpo raffreddarsi, il suo cuore battere velocemente, mentre si chiede il da farsi a Parigi in una stanza sconosciuta. 

Ho messo orecchiette alla lettera M come Mare, Non si potrebbe stare senza il mare, si vive col mare, io lo  intravedo da casa, vivo sul golfo di sant'Eufemia, ed Ezio vive sul mare, a pochi passi. Il mare è paesaggio, e spazio, colore, il mare è vivo. il mare respira. "Il mare come presenza , come vicinanza. Poi c'è il mare come distanza, come assenza. L'oltremare. Il mare che ho messo fra me e il mondo: fra me e me." 

Ed è con la lettera L Lontano che vi lascio, con la lettera del congedo. Leggendo Ezio Sinigaglia sembra di sentire un parlottio fra noi, come se fossero i nostri stessi pensieri, tanto è simile il ragionare fra noi tutti dotati di umorismo, di ironia, di distanza. Nel ciò che ci accomuna sentiamo l'universale, sentiamo il tempo che rimane, sentiamo una scrittura che diventa classico, cioè che resta, oltre il tempo, senza scadenza,  

Leggiamo dunque il Sillabario all'incontrario scoprendo tutte le lettere e ogni volta con un sorriso nuovo ci troveremo. 

Ippolita Luzzo