sabato 24 settembre 2022

E tu che fai nella vita? Faccio la direttrice artistica

Sarà capitato anche a tanti di fare questa domanda e sentirsi rispondere che la cotale o il cotale fanno di mestiere il direttore o la direttrice artistica di Festival, di rassegne rassegnate, di ogni altra iniziativa che vada sotto il famigerato termine cultura e abbia fondi regionali, comunali, provinciali, nazionali. 

Un mestiere di tutto rispetto che implica dedizione alla causa, ricerca dei talenti da invitare, organizzare bus, cercare alberghi, e fare biglietti, stilare un programma, trovare il pubblico plaudente. 

Senza di loro la carovana letteraria, cinematografica, teatrale e anche gastronomica non va da nessuna parte. Il direttore o la direttrice al timone stanno della nave e vanno vanno vanno da anni vanno.

Ovvio che anche loro dovrebbero rispettare alcune regole ma nessuno si permette di farlo notare nel timore di non essere invitati mai più sia nei festival dove c'è lei che dirige sia nei festival dove a dirigere sono gli amici di lui o di lei 

Poi continuo 

Max Mazzotta Vite di Ginius al Politeama di Catanzaro per Calabria Showcase


Calabria Showcase è una finestra sul teatro calabrese. La finestra sul mondo, molto familiare al Regno della Litweb, mutuando l'espressione da Raffaele La Capria. Calabria Showcase permette l'incontro alle compagnie calabresi, lo scambio, e la visibilità a chi vive di teatro, a chi fruisce il teatro. Addetti ai lavori e pubblico interessato. Fra tante proposte ieri sera riusciamo ad esserci a Vite di Ginius,  opera di Max Mazzotta. 

Siamo sul palcoscenico adibito a platea del Politeama stasera, dietro le pesanti tende anche noi per un pertugio entriamo ed è come oltrepassare la soglia fra l'ufficialità e la segretezza, ci troviamo a sederci senza badare al confort ma con la sensazione di fare un atto per pochi, per privilegiati. Lo spettacolo ha inizio. 

Un monologo lungo novanta minuti, una prova fisica e vocale di grande resistenza, un monologo accompagnato da video, da suoni, da immagini che mi hanno ricordato le opere d'arte di Alberto Biasi, viste al Marca qualche anno fa. In versi e in prosa, in canto e mimica, nello strazio e nel dolore della gente come noi, il mondo non si è fermato mai un momento, e mai un momento si è fermato Max Mazzotta. Un flusso incessante di sensazioni. 

Il viaggio nell'oltretomba ha inizio, c'è la barca di Caronte, l'anima ha lasciato il corpo e va verso il trascendentale, meravigliandosi di ogni novità. Mi trovo a ridacchiare, anzi rido proprio ma nessuno coglie il surreale delle scene, nessuno ride con me e mi ricompongo. Eppure il nostro viaggio nell'al di là  è una tragicommedia ironica e nello stesso tempo affettuosa, violenta e delicata, così come la vita, le vite di Ginius, un'anima che ne racchiude tante. Mi scrivo subito la frase che è lo snodo dello spettacolo: "Essere senziente di tutta e di una sola storia" Essere senziente di tutta e una sola vita. 

L’anima ora sta sulla barca di Caronte, Ginius sente la voce che la aiuta ad andare oltre il tempo e  ricorda l’esperienza di alcune sue vite precedenti. Sapore di sale sapore di mare di Gino Paoli è la colonna sonora della storia d'amore e di codardia fra il venditore di scarpe e la ragazza uccisa dal fratello violento. Una delicatissima storia di impossibilità a fuggire via se nessuno ti apre la porta. Forse la cifra delle vite non sta neppure nel racconto che ognuno poi può fare ma in ciò che resta nella mente di chi ha ascoltato e a fine serata proprio sull'uscio del cancello, cercando le chiavi, l'aggettivo "codardo" ritorna a significare quanto sia difficilissima l'arte di essere capaci di fare azioni dirompenti. 

Ippolita Luzzo 


Produzione di Libero Teatro

scritta e diretta da Max Mazzotta

Max Mazzotta, fondatore e direttore artistico di Libero Teatro, da vent’anni attivo in Calabria con progetti nati in sinergia con l’Università della Calabria, per cui cura laboratori teatrali in collaborazione con il dipartimento di studi umanistici dell’ateneo e allievo di un mostro sacro del teatro come Giorgio Strehler, con il quale ha lavorato all’interno delle sue ultime produzioni, ma anche volto noto per aver interpretato il ruolo di Enrico Fiabeschi nel cult cinematografico “Paz!” (2002).

Vite di Ginius è il suo primo monologo scritto, diretto e interpretato per Libero Teatro.






martedì 20 settembre 2022

Gianfranco Cefalì intervista Ippolita Luzzo su Letto, Riletto, Recensito



Dieci anni della Litweb

Su Letto, Riletto, Recensito

#LoSpeciale

#Le interviste

In occasione del compleanno del “Il regno della Litweb” e in concomitanza con l’uscita del suo nuovo libro dal titolo ”10 anni del Regno Della Litweb – Il primo anno non si scorda mai” per i tipi di Città del Sole Edizioni abbiamo intervistato Ippolita Luzzo.

A cura di Gianfranco Cefalì


 


Ciao Ippolita e grazie per aver accettato il nostro invito. “Il regno della Litweb” compie dieci anni, davvero un bel traguardo. La Parola “regno” mi rimanda sempre alla monarchia, al potere assoluto, a ogni forma antidemocratica… Invece? Cos’è il “Regno della Litweb”?


«Sicuramente è un blog, ma è soprattutto il luogo dell’astrazione, del non essere. Avrebbe potuto non esserci, ed è questa la consapevolezza che io ho, sempre ricordando nel Vangelo la frase: “Il mio regno non è di questo mondo” che rimanda al sacro, al senso ultimo della nostra vicenda umana. Giocando con le parole si può costruire ciò che non c’è. Se lo immagini esiste.»


 


Dicevamo che sono passati dieci anni, e per questo esce un libro che racchiude i “pezzi” scelti dal primo anno di attività. Ma come è nato il blog? E soprattutto perché è nato?


«Sì, nasce l’otto giugno 2012, con il primo pezzo dal titolo “la nutella” una lettera ad uno scrittore che è morto da qualche anno. Ho moltissime mail, all’epoca ci si scriveva moltissimo, cominciarono a nascere i siti letterari, uno dei più famosi è La Recherche ed è su quel sito che ho iniziato a conoscere i tormenti degli scrittori incompresi. Scrivevo anche su Neteditor, piattaforma ormai cancellata dagli amministratori, e su Neteditor fui bannata. Subito però Bruno Corino, professore di filosofia, che aveva contestualizzato il fenomeno della Litweb, già al suo nascere, mi aprì un blog a mio nome. Litweb vuol dire letteratura nata e incontrata sul web, e lui che aveva letto i miei pezzi decise di regalarmi un regno.»     


Questa è la tua terza opera, infatti prima di questo sono usciti due libri, sempre editi da Città del Sole edizioni con il titolo “Pezzi” e “Dareide” entrambi partono sempre dal blog. La tua scrittura, come la tua vita in questi dieci anni sono sicuramente cambiate, ma come è cambiato il tuo approccio e il tuo rapporto con la letteratura e la stessa scrittura?


 «Salgo e scendo con la mia panda dalla periferia al centro della città più volte al giorno, a volte è la sola attività che mi rimane e ridendo mi dico: “Io non ho la peste” me lo ricordo con affabilità, riconoscendo alla scrittura il potere salvifico contro la solitudine e l’isolamento. Sono grata alla Casa Editrice Città Del Sole, ad Antonella Cuzzocrea che si è innamorata dei miei pezzi ed ha voluto pubblicarli. Io come dico in un mio pezzo “Io pubblicherò postuma” non pensavo di pubblicare libri non credendo molto nel mio compito di riuscire a vendere copie. Spiego sempre che io sono situazionista, mi piace creare situazioni, legami, affetti, mi piace riconoscere la bravura degli altri, mi piacerebbe dare senso ai nostri atti quotidiani. Reputo questi dieci anni un regalo della buona sorte, avrebbero potuto non esserci e non mi sarei potuta divertire come in effetti mi succede scrivendo, leggendo, chiacchierando con chi ha i miei simili piaceri, leggendo e incontrando belle persone.»  



Una caratteristica importate del tuo blog è la scelta dei libri, in un mondo, quello letterario, che segue facilmente le mode e solo le case editrici più importanti, tu hai fatto una scelta diversa. Perché?


«Fin da piccola ho letto, ho poi immaginato il mondo, non l’ho vissuto, l’ho immaginato, come se fosse un libro, tutto il mondo un libro. Nel mio incontro con gli scrittori ed editori permesso con l’avvento del computer e di internet, sui siti letterari, vedevo che ormai la letteratura delle grandi case editrici era soprattutto una corsa verso il mercato, per intercettare i gusti e produrre libri senza personalità. Questo in generale, spesso vi erano buoni prodotti ma soffocati fra tanti. Notavo invece quante ottime fossero le proposte di medie e piccole case editrici e ho cominciato a leggere autori stratosferici che vendono poche copie, che sono a volte sconosciuti ma bravissimi. Come forma di resistenza ci resta il compito di leggere bene, per questo poi metto sul podio gli scrittori amati.»


 


In questi anni il mondo letterario è cambiato, secondo te in che modo? In meglio, in peggio?


«Per me è come stare nel paese di Bengodi, ricco di ogni delizia, descritto dal Boccaccio nel Decamerone. Trovo ora una grande effervescenza letteraria, riviste attente, come Crack, Palin, Globus, Indiscreto, Spaghetti Writers, lankenauta, Borderliber, Cabaret Bisanzio, scrivo a memoria e mi sovviene tutto un fervore e una presenza di blog letterari e di riviste inimmaginabili anni fa.»


 


Si può dire che tu hai precorso i tempi, quando ancora nessuno parlava di libri su internet…


«Il fenomeno dei libri che cercavano spazio sui social era stato ben studiato da Massimo Onofri con un suo articolo sull’Avvenire. Articolo di molti anni fa e che io conservai. In quell’articolo Massimo Onofri, critico letterario, docente universitario, e scrittore, analizzava il nascere del fare critica letteraria sui social. Ricordo che citava fra gli altri Giuseppe Giglio, critico letterario siciliano, che mi onora della sua prefazione nella raccolta di pezzi di prossima uscita.»


Nei tuoi libri e anche in quest’ultimo non parli solo di letteratura e poesia, ma parli anche di te, tanto che ne esce anche un ritratto…


 «Come dice mio figlio io in effetti sempre di me parlo, un parlare di cose universali però. Credo che un mio ritratto sia nel pezzo “Dopo una vita di onorato silenzio”. Inizia così:


"Dopo una vita di onorato silenzio mi trovo a parlare soltanto sui tasti

Superando per pochi momenti il pudore e la vergogna di tacere un sapere

Intimo amato come se fosse un amante.

Mettendo in piazza i miei amici fraterni, i libri, gli autori, i miei film, le canzoni.

I pittori, gli artisti, il teatro e le scene, gli atti salienti del mio vissuto.

Mi sembra di averli traditi tutti per una gloria effimera, inutile, vuota

Per avere un click in più in un sito di autori anche loro in cerca di visibilità

Convinta di essere nell’Eldorado, nel giardino incantato del mio eden perduto

Non ho fatto caso a segnali e divieti, non ho fatto caso a meschinerie 

a scaramucce per motivi irrisori.”


 Ma potrai leggerlo tutto sul blog.»



C’è un “pezzo” a cui sei particolarmente affezionata? Il mio è “ Io non sono una donna del sud”.


«Sì, Io non sono una donna del Sud, che tanto faceva irritare mia sorella, mi era richiesto spesso e in tantissime si sono ritrovate. Ne sono molto felice. La letteratura serve a dare voce, chiunque può essere interprete di sentimenti unici ma nello stesso tempo patrimonio di tanti. Forse ho amato tanto il mio pezzo a Dino Campana ma li amo tutti, saranno in tremila i pezzi, veramente difficile scegliere ma  “Dino Campana Il sangue del fanciullo” credo sia il pezzo più adatto a noi due adesso, al tema dell’intervista, finisce così “Campana scappava nei boschi, io camminavo di lato, Campana , beh ora, ora suppongo avrebbe continuato a vivere strano, magari scrivendo per scherzo o davvero su un foglio bianco di un tablet, di un cellulare.


Ripenso che siamo veramente fortunati noi figli di un’epoca nuova, senza catene, senza legami, senza detenzione coatta se scriviamo, se cerchiamo ancora quel solo motivo che dall’infanzia ci portò al domani.

Campana ricorda un verso di Whitman…essi erano tutti stracciati e coperti con il sangue del fanciullo…lo scandalo della vita che si cerca ancora di negare; la sua vita, ovviamente, orridamente scempiata dai familiari, dai vicini, dai concittadini.

A lui non comprarono nemmeno un pc.

Noi, privilegiati, abbiamo incontrato sul nostro vissuto Joan Baez e Dylan, i Rokes e Lucio Battisti e l’infanzia ci aspetta, non ci fa paura.

Una adolescenza da padroni del mondo- una adolescenza lottante urlante caparbia e impegnata ci prese per mano

Noi abbiamo incontrato dopo quel bosco dell’infanzia l’entusiasmo e musiche e cinema, teatro e parole e

Ormai in quel salotto saremmo stati i primi ad entrare, a porger la mano, a chiacchierare, noi, noi che ritorneremo indietro solo per la rincorsa... come gli atleti.»


 


Per le tue mani e i tuoi occhi sono passati tantissimi autori, c’è un libro che ti è rimasto nel cuore?


«Non ti so rispondere. Di volta in volta ho amato moltissimo di Ezio Sinigaglia, Pantarei, libro che è un romanzo anche la sua genesi, ho amato moltissimo di Peppe Millanta Vinpeel degli orizzonti, adesso amo moltissimo di Elena Giorgiana Mirabelli Maizo. Ma sono tre libri che amo per motivi fantastici, figurati che ho uno sperone di Dinterbild il luogo del libro di Peppe Millanta intitolato a me, cioè mi hanno dato cittadinanza ufficiale, Come Regno della Litweb!»


 


Dieci anni sono tanti, tu come altri resisti a un mondo che va sempre più veloce e si fa sempre più superficiale, come si fa? 


«Io ritengo questa esperienza unica e non ripetibile sul domani nulla sappiamo.»


 


Il libro è memoria storica materiale, per quanto deperibile rimane sempre un bel traguardo. Per me è importante che qualcosa di bello venga messo sulla carta. Qual è il tuo rapporto con la scrittura e la pubblicazione?


«Non lo so, viviamo in una epoca di trasformazione epocale, ciò che ora sembra importante non lo sarà più, chi potrà mai sapere dove e come. La scrittura rimarrà certo, anche i libri buoni e veri, mi auguro. Pubblicare non so se sia importante, almeno io non lo so.  So però che al di là del successo o meno di vendite il libro ha già svolto il suo compito: Fare compagnia a chi l’ha scritto.»


 


Grazie Ippolita. Come sempre in chiusura a tutti gli scrittori faccio una domanda abusata ma che ritengo importante. Hai soli tre libri da portare nel “Regno della Litweb” quali sono?


«Oggi metterei L’attrito della vita. Indagine su Renato Caccioppoli matematico napoletano di Lorenza Foschini. Il libro di Anna Vinci su Tina Anselmi Storia di una passione politica e La mente rivelatrice di Massimo Scotti. Genio e passione insieme nel Regno della Litweb. Grazie a te.»



Biografia


Ippolita Luzzo, laureata in filosofia con tesi su Max Stirner, L’Unico e la sua proprietà.

Da giugno 2012 scrive sul blog “Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo” quasi un giornale di cui lei è editorialista, direttrice e cronista. Col suo blog indaga e legge ogni momento letterario ed artistico per lei autentico interpretando in modo originale il senso del testo. Ha vinto il premio Parole Erranti il 5 agosto 2013 a Cropani, nell’ambito dei Poeti a duello, X Festivaletteratura della Calabria. Nel 2016 ha vinto il concorso “Blog e Circoli letterari" indetto da Radio Libri nell’ambito di Più Libri più liberi al Palazzo dei Congressi a Roma. Dal 2017 fa parte della giuria del Premio Brancati. Il 6 ottobre 2018 vince il Premio Comisso #15righe, dedicato alle migliori recensioni dei libri finalisti. Sempre ad ottobre 2018 il suo blog è stato inserito dal sito Correzione di Bozze fra i Lit-blog e le riviste online nazionali che si occupano di letteratura. Fa parte, fin dal primo momento, della giuria scelta per la Classifica di Qualità dalla rivista L’Indiscreto. Dal 2019 Il Regno della Litweb collabora con Il Premio Comisso 15 Righe nella giuria di valutazione delle recensioni sui libri in concorso. Nel 2021 è Presidente di giuria del concorso Sperimentare il Sud. nel 2022 è in giuria nel Premio Malerba. Scrive su giornali e riviste on line e cartacei. Molti suoi pezzi stanno nelle cartellette degli autori che, fidandosi, le mandano i loro scritti. Nella libertà di lettura.


Dal blog http://www.lettorilettorecensito.flazio.com/blog-details/post/164320/?fbclid=IwAR0Zro_sqPMAQmRXb7b_x3bEeQl9JUxCA_l_6Kp5jyJreq7B5Zp4NYp-ffM 

domenica 28 agosto 2022

Patrizia Tocci recensisce Il Primo Pezzo non si scorda mai


 Il Primo Pezzo non si scorda mai, Città del Sole edizioni, 2022


A volte accade che ci si possa incontrare sui sentieri delle parole, in una Koinè culturale strappata, pezzo per pezzo, alla velocità dei social. Accade di ritrovarsi nel percorso apparentemente caotico di un libro che invece contiene tanti fili che tirano, punzecchiano, ricamano. 

La bella copertina del libro realizzata da Domenico Loddo ci avvisa: Ippolita  Luzzo  brandisce in una mano il suo precedente libro "Pezzi" e nell’altra una penna piena di inchiostro. 

E infatti da quell’inchiostro è nato "Il primo pezzo non si scorda mai" Città del Sole edizioni 2022. 

Questo volume conferma ancora una volta la capacità di fare storia del proprio quotidiano: sfilano le amiche, il pollaio, temi difficilissimi come le violenze e il femminicidio, riflessioni sui social o su situazioni contingenti che però grazie alla scrittura arguta e ironica, sorridente ed amara di Ippolita si condensano in  battute epigrammatiche, chiose fulminee. Persino i libri  di altri  su cui Ippolita riflette, facendoli suoi, diventano anche per noi finestre che  invitano alla lettura. Sono finestre sempre aperte per i lettori del suo profilo e del suo blog. Così puoi accadere che anche un social possa costruire ponti tra persone lontanissime, selezionando attorno agli  argomenti altri lettori o scrittori, formando così, grazie ad Ippolita Luzzo, un circuito virtuale ma reale. Persino i brani  di canzoni che entrano nelle citazioni finiscono per creare uno spazio condiviso. Anche le poesie arricchiscono questo nuovo manufatto di Ippolita Luzzo: c’è un nerbo di scrittura notevole che tiene legati tutti i pezzi, abbatte con decisione le barriere architettoniche tra prosa, poesia e scompiglia i generi consueti. 

È una bella singolare contaminazione di scrittura e di scritture. C’è  infatti una profonda fede, nonostante tutto, nell’esperienza  della scrittura.  Leggiamo  a pag.75:"un libro è per tutti un libro che va oltre la violenza e la cattiveria, oltre il disgusto e la rabbia, oltre l’impotenza. Un libro può."

 Mi torna in mente, per una sottile associazione di idee che l’autrice ha provocato, il bel titolo del libro di Roland Barthes, Frammenti di un discorso amoroso: Forse, oggi, un libro non si può scrivere che a frammenti, a pezzi, appunto. Ma c’è sempre  anche qui – ed è forte – l’amore per la scrittura.

Patrizia Tocci


 Patrizia Tocci è nata nel 1959, a Verrecchie (AQ). Laureata in Filosofia all’Università La Sapienza di Roma, ha vissuto all’Aquila fino al 2015. Ora vive e lavora a Pescara, dove insegna materie letterarie negli istituti secondari superiori. Studiosa di Eugenio Montale, di Laudomia Bonanni e più in generale del Novecento, i suoi articoli e saggi sono stati pubblicati su numerosi periodici e riviste specializzate tra cui “Il caffè Michelangiolo”, “Leggere Donna”, “Oggi e domani”, “Abruzzo letterario”, “Rivista Abruzzese” “Il convivio” Collabora da molti anni con il quotidiano abruzzese regionale “Il Centro”.

Il suo ultimo romanzo, Nero è il cuore del papavero, con la presentazione di Paolo Rumiz, ha ricevuto il primo Premio internazionale Vittoriano Esposito

Ha pubblicato, nel 2019 una raccolta di brevi testi in prosa: Carboncini, sguardi e parole (Tabula fati).

Nel 2021 ha pubblicato Alfabeti: le parole di Dante (Tabula fati), un testo in prosa interamente dedicato alla rilettura della Commedia con cui ha vinto il prestigioso premio Città del Galateo Antonio Ferraris per la saggistica ed è stata finalista al Premio dell’Editoria Abruzzese.

Nel 2022 ha pubblicato la nuova silloge poetica I semi del silenzio (Tabula fati) con la presentazione di Giovanni D’Alessandro; e ha ideato, creato e realizzato insieme al compositore Giuseppe della Pia aka DJ Brahms il progetto “Diacromie”: un viaggio sonoro e poetico tra i colori, emozioni e parole.






sabato 27 agosto 2022

"Turning" di Alessandro Sciarroni ad Armonie d'Arte Festival


Catanzaro, 26 agosto 2022 Teatro Politeama Armonie d'Arte Festival, con la direzione artistica di Chiara Giordano, "Turning" di Alessandro Sciarroni, una creazione per 5 danzatori

"Piroetta – nel dressage di alta scuola, è il movimento circolare di raggio uguale alla sua lunghezza, imperniato su una sola delle gambe posteriori"

Gira il mondo gira nello spazio senza fine, il mondo, soltanto adesso io ti guardo, mi ritrovo a canticchiare pensando stamattina allo stratosferico spettacolo che ho avuto modo di applaudire ieri sera. Riprendo in mano i pochi appunti ed entriamo nel Teatro Politeama di Catanzaro. 

Sulla scena ci sono già i ballerini, nessuno li presenta, nel silenzio noi ci accorgiamo che lo spettacolo è in fieri. I ballerini seduti fanno qualche lento esercizio di riscaldamento, una preparazione alla prova, mentre suoni impercettibili cominciano a vibrare nello spazio quell'unica nota che man mano aumenterà l'intensità durante la performance. 

Ricordando il gioco ripetuto dell'infanzia, i ballerini si alzano, fanno un giro, ne fanno un altro, fanno il giro intorno a se stessi più volte. Muovono un braccio e il braccio fa spazio fuori dal corpo, poi le due braccia. I piedi ora si allungano in fuori e la musica sorge dalla base dei suoni. Con le scarpette da ballo dei danzatori di musica classica i cinque danzatori ora sulle punte fanno il giro, girando girando su se stessi. Intanto cambia tutto, cambia senza interruzioni, cambia la frequenza del suono e la modalità dei gesti, pur nella plasticità del movimento. L'unica nota batte il ritmo, ora aumenta l'intensità. 

Come le ballerine nel carillon i cinque artisti ballano ora vorticosamente, come se la musica creata dalle vibrazioni sonore di sottili lamelle metalliche li muovesse.

Poi all'improvviso si fermano e ritornano lentamente a girare. Tutti fermi ora nella pausa del ritorno, dalla velocità alla lentezza, dal movimento alla quiete. 

La musica diventa un ballo e, nel girare, lo stesso girare è un ballo dolce, ipnotico. La musica tace e i ballerini continuano a girare per inerzia, continuano a girare per poi fermarsi. 

Una circolarità che ci ammalia, movimenti perfetti, il corpo come una matita disegna lo spazio, allarga e chiude, crea la forma scenica come un compasso. Il corpo un compasso? 

Unisco con questo compasso coppie di concetti affiancate ad altre: iterazione, conta/interruzione, pausa; crescendo/accelerazione; stanchezza, sofferenza/riposo; adesione/giudizio.

Come una costellazione di punti, ognuno dei quali si unisce in sintonia con la drammaturgia musicale dell’opera dei Telemann Rec., che curano le musiche.

Nei punti anche noi del pubblico, pur rarefatto ma partecipe, nei punti noi del pubblico giriamo e giriamo con loro, con tutto il mondo che gira intorno a noi.

Ippolita Luzzo 





Fotografie di Angelo Maggio

TURNING_Orlando’s version

invenzione Alessandro Sciarroni

con Maria Cargnelli, Francesco Saverio Cavaliere, Lucrezia Gabrieli, Sofia Magnani, Roberta Racis

musica Aurora Bauza & Pere Jou (Telemann Rec.)


martedì 23 agosto 2022

Una città a misura d'uomo. Consuelo Nava

Una città a misura d’uomo- Con_testi sostenibili  18 Novembre 2014

(Il dispendio di Bataille)

Gli uomini sono mossi da un bisogno di perdita e di dono, di depense, e il principio classico dell’utilità sembra non esistere.  Non si spiegherebbe altrimenti come, ben consci di cosa voglia dire città, si sia costruito in modo totalmente difforme ai principi basilari dello sviluppo di un agglomerato urbano. Dagli anni sessanta in poi, il sacco di Palermo, mi diceva con le lacrime agli occhi una guida, sulla conca d’oro, ormai grigia, una bruttura di palazzi dove sua madre fu trasferita dalla sua umile casetta per finire i suoi giorni nel buio di stanze senza sole.

Una vera catastrofe umana 

Con_testi sostenibili. Una visione per la città metropolitana di Reggio Calabria, il libro di Consuelo Nava e Vincenzo Gioffrè invade il mio immaginario.

Ricordo le mie lezioni di geografia e di storia, a modo mio, su cosa significa vivere in una città, intorno a quali punti di riferimento si fossero sviluppate nel corso dei secoli, dalla città greca a quella romana, ai comuni medioevali, alle mura, alle città del cinquecento, ai falansteri idealizzati nelle città industriali, per arrivare infine alle città metropolitane dei giorni a venire.

Erano lezioni con ragazzini, ognuno di loro disegnava la casa dove abitavano, con i servizi di cui bisognava, acqua, luce, telefono, fogne e smaltimento rifiuti,   la strada che percorrevano per arrivare a scuola, se venivano con mezzi pubblici o con macchina dei genitori, disegnavano il quartiere dove avrebbero giocato… ma già a quel punto mi accorgevo che il quartiere, per molti, non esisteva più, che loro non erano autonomi, non potevano venire a piedi a scuola o in palestra, non potevano incontrarsi con i compagni se non accompagnati.

Perso il quartiere, perché a che serve un quartiere? persa l’autonomia. La depense. 

Con questi pensieri in testa, tornata da Reggio Calabria, ho cercato il volume che mi ha accompagnato per anni, non era un testo scolastico, era un libro mio, a me carissimo, con fotografie di città, espansione di città, e poi utopistiche città a passo d’uomo, città percorribili con sguardo e con respiro e non prigioni del viver male.

Ho cercato sui tre piani, inutili, su cui si sviluppa la mia casa a schiera, ho cercato per giorni. Non ho trovato nulla di quello che pur ho conservato gelosamente per anni.

Ho perso memoria di dove l’abbia messo, non so dove cercare, come succede a tutti quando conserviamo male, senza un metodo, ciò che dovremmo conservare. Lo avrò buttato per fare spazio? Mi domando con terrore. E guardo con rabbia tutte le carte inutili che ho conservato, giornali, libri, ricevute, analisi di tiroide che non ho più dal duemila, guardo sconsolata e continuo a buttare ora. Conservando inutili cose.

Lo stesso è successo nell’architettura, nei sogni e nei progetti di una architettura nata per umanizzare spazi, creare incontro, conservare con cura quello che doveva essere conservato e fronteggiare il vile e selvaggio sacco di città e campagne.

Hanno invece molti conservato l’inutile e buttato la guida, il metodo, il criterio base del nostro vivere in un luogo.

Sopraffatti da cartacce, da ricevute, bolli, burocrazia.

Un dispendio 

Dobbiamo imparare comunque a perdere, ricordando che sciupiamo veramente se dimentichiamo 

Con_testi sostenibili, le parole di Consuelo Nava sono un monito e una proposta. La scrittura della città può essere indecifrabile, danneggiata. Ma ciò non significa che non ci sia una scrittura; può darsi che ci sia un nuovo analfabetismo, una nuova cecità. In una sorta di Atlante dei luoghi, l’attività svolta da 150 studenti di architettura,  ha rimesso in funzione l’abecedario dei luoghi, per un vivere sostenibile.  Ce lo auguriamo vivamente. Sostenibile vuol dire che si può sostenere. Responsabile autonomia da regalare come un dono.

Ippolita Luzzo 


sabato 20 agosto 2022

Il vitello d'oro


 Ed eccoci con la Bibbia in mano per riderci su di minuzie e dimenticanze, di esodo e non esodo, di strade di periferia, in canto ampio verso le tante strade percorribili. 

Se anche Dio, che era Dio, ebbe bisogno di chiamare sul monte Sinai Mosè per dettare i Dieci Comandamenti, se anche Dio fu dimenticato dal popolo ebraico che innalzò a dio un vitello  per poterlo adorare  (Esodo 32:1 - allora tutto si tiene "Facci un dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto" 

Gli Ebrei, mentre Mosè era in missione sul Monte Sinai in video chiamata con Dio,  chiesero ad Aronne di creare un idolo e lui raccolse i loro gioielli d'oro e fondendoli forgiò una statua aurea raffigurante un vitello, ed essi la adorarono dichiarando: "Ecco il tuo Dio, o Israele, colui che ti ha fatto uscire dal paese d'Egitto!" (Esodo 32:4).

L'ira di Dio fu terribile e incaricò Mosè di vendicarlo, ma Mosè intercedendo per il suo popolo blandì in un primo momento quel gesto, salvo ripensarci, quando ritornato presso gli Ebrei e vedendoli offrire sacrifici al vitello d'oro li ammonì severamente facendo una scelta fra chi salvare e chi eliminare. 

Mosè bruciò il vitello nel fuoco, lo ridusse in polvere, lo sparse nell'acqua e costrinse gli israeliti a bere. Infine si mise alla porta dell'accampamento e disse: "Chi sta con il Signore, venga da me!". Gli si raccolsero intorno tutti i figli di Levi. Gridò loro: "Dice il Signore, il Dio d'Israele: Ciascuno di voi tenga la spada al fianco. Passate e ripassate nell'accampamento da una porta all'altra: uccida ognuno il proprio fratello, ognuno il proprio amico, ognuno il proprio parente". I figli di Levi agirono secondo il comando di Mosè e in quel giorno perirono circa tremila uomini del popolo.   ( Esodo 32:26-28

E questa la Bibbia stamattina che mi sovviene allegramente per una sintonia immediata con Dio e con Mosè. 

Capita a tutti essere dimenticati, capita anche troppo che vitelli d'oro vengano innalzati e a loro  vengano fatte offerte, e ciò è nell'ordine delle cose umane che confuse e incerte animano il brulichio del mondo tutto. L'ira funesta del Pelide Achille  che tanti lutti addusse agli achei prende un po' tutti nelle simili situazioni ma...

Per non essere e non fare come Mosè e come Dio però Il Regno della Litweb guarda benevolo dimenticanze e nuovi idoli innalzati allontanandosi sorridente e già in viaggio verso la terra promessa. 

Ippolita Luzzo 

lunedì 15 agosto 2022

Metti giudizio secondo Kant

 -Metti giudizio - 

La critica del giudizio secondo Kant   4 marzo 2012

Le nostre nonne ce lo dicevano sempre un tempo  -Metti  giudizio bambina mia  non essere precipitosa  irruenta, controllo e disciplina  discernimento e prudenza-

La Prudenza

Una volta ci dicevano così ed una mia zia  aggiungeva -Come vi vedono muovere ridere  gesticolare così verrete giudicate perché solo così gli altri vedono noi, quindi bambine -perché  allora  eravamo  bambine  fino a tredici anni- comportatevi con compostezza senza schiamazzi senza risate sguaiate, controllate il tono della voce, non urlate, parlate senza parolacce, senza volgarità e lasciate parlare anche gli altri.

Poi aggiungeva- Quell’impressione, la prima, che noi abbiamo dato, si fermerà nella mente degli altri e noi saremo per sempre legati a quel giudizio su un solo momento  di conoscenza-

Una volta, caro Kant, esisteva il giudizio riflettente ed anche le zie  le nonne lo possedevano, anche mia mamma, ma lei lavorava troppo e non aveva tempo per parlare ma sicuramente era lei la più giudiziosa.

Secondo Kant l’intelletto riflette come uno specchio la realtà interiore su quella esterna e poi collega  il mondo naturale e il mondo della volontà  e associa e crea altro  il bello  l’agire  il sublime il teologico.

É l’uomo ad attribuire le qualità agli oggetti col giudizio

-qual è il tuo giudizio?-

Ve l’avranno chiesto e ce lo saremmo chiesti e ce lo chiediamo in continuazione anche qui sul web

Ci giudichiamo  ci mostriamo  riflettiamo e poi associamo  ed elaboriamo altri giudizi

Kant aveva speso molto del suo tempo a dirci che il dominio della natura, della necessità, determinata dalle leggi causa-effetto,  e la libertà della azione umana, la libera scelta  si sarebbero conciliate

Concilia?

C’è una conciliazione fra libertà e necessità?

Secondo Kant l’accordo fra i due mondi  è dato dal giudizio riflettente  un ponte  fra ciò che è e ciò che si vuole

Fra ciò che siamo e ciò che appariamo

Un ponte- come quello di Messina?-

Mi auguro di no

Il giudizio è meno costoso  del ponte di Messina ma richiede una disciplina  un pensare prima di agire  un accordo fra l’oggetto che noi percepiamo e l’esigenza di libertà che tutti abbiamo.

Un accordo.

Va da sé che disprezzare  imprecare  sottovalutare  ridicolizzare  non siano verbi che Kant usò per definire  il giudizio che, sempre secondo lui, avrebbe riconosciuto il bello nell’oggetto   un sentimento  disinteressato  puro  universale  e necessario per una normalità senza norma in grado di educare   perché è con la bellezza   con il giudizio teologico- il fine, vuol dire teologico- che scopriamo nella natura e negli altri, un fine uno scopo  e scoprendolo negli altro e nel mondo lo scopriamo anche per noi.

Ippolita Luzzo 


domenica 14 agosto 2022

Omaggio a Lucio Dalla con Dario De Luca Daniele Moraca e Sasà Calabrese


Siamo ad Aiello Calabro, stupendo paese dell'entroterra cosentino, abbiamo lasciato Piazza Plebiscito e scendiamo giù verso Piazza del Popolo, guardando i palazzi del settecento, il secolo dei lumi. Un paese ci vuole, ricordiamo e nel mentre le mie amiche esprimono il desiderio di poter vivere in un piccolo paese così curato come Aiello noi scendiamo. Scendiamo fino a Piazza Del Popolo dove nella bomboniera naturale dello spazio creato dalle mura ci sta il palco che ospiterà i tre artisti, grandi artisti. Un trio composto per affinità e sintonie, per amicizia e stima, un trio che si completa e si diverte, pur nelle differenze di ognuno di loro. 

Dario De Luca è la voce recitante, e nello stesso tempo il gesto del porgere la cantata, il gioco su livelli diversi, passare dal suscitare il riso sfrenato sul Disperato erotico stomp alla canzone scritta a Berlino da Lucio Dalla contro la guerra. Sasà Calabrese è l'arrangiatore delle musiche, è il sorriso della sua stessa passione, Daniele Moraca è voce e chitarra, trascinante voce in perfetta simbiosi con Lucio Dalla. Omaggio a Lucio Dalla presente anch'esso sul palco, nel video in alto, con spezzoni di lui fin dal suo esordio al Festival di Sanremo, ancora prima quando si esibiva col clarinetto nelle band jazzistiche, a cominciare dalla band dove suonava Pupi Avati, che fu da Lucio rimpiazzato. 

Scelgono di commemorare Luigi Tenco con un lungo pezzo, con l'intervista a Lucio Dalla sulla scelta di Luigi Tenco, una drammatica scelta vietata da Lucio. 

 "È vietato morire per una canzone" dice Lucio ma è quasi un divieto universale fatto a tutti gli artisti che poggiano il loro significato a vivere sul riconoscimento altrui. Un divieto assoluto. Non possono essere dei politici, dei festival, delle classifiche di vendita a decidere se un artista debba vivere o no.  

Lo spazio sta nella nostra immaginazione ci suonano cantano e recitano stasera tre artisti altrettanto grandi, che conoscono le difficoltà per portare la loro arte nelle piazze e nei teatri, "nei vicoli e palazzi" fin a noi, fino a tutti. Le canzoni scelte dialogano con noi, noi le canticchiamo a voce bassa finché non veniamo chiamati al coro di "A modo mio quel che ho fatto l'ho voluto io" 

Com'è profondo il mare, Anna e Marco, Bisogna saper perdere, Maria, La casa in riva al mare "e sognò la libertà, e sognò di andare via" Cara " Conosco un posto nel mio cuore dove tira sempre il vento" Chissà se lo sai, Futura, Piazza Grande, Caruso, Se io fossi un angelo, Caro amico ti scrivo, me ne sfuggono sicuramente altre. Intanto il pubblico applaude chiede il bis e continueremo a cantare con loro nella testa, nelle labbra, negli abbracci e nella gioia della gente come noi. Una immensità che appartiene a chi la merita.

Grazie a voi dal Regno della Litweb 

Ippolita Luzzo 

Dal comunicato stampa del Peperoncino Jazz Festival     "Il primo atto dell’incursione del festival musicale più piccante d’Italia sulla costa occidentale della Calabria sarà l’evento in programma stasera (sabato 13 agosto) alle ore 22 in Piazza del Popolo ad Aiello Calabro: l’interessantissimo reading/concerto “Aspettiamo senza aver paura, domani” ideato e realizzato da tre grandi artisti calabresi - Sasà Calabrese (cantante e autore, musicista, poli-strumentista), Dario De Luca (regista, autore e attore teatrale) e Daniele Moraca (musicista e cantautore) - per omaggiare l’indimenticabile Lucio Dalla.

Giocando con l’arte di teatralizzare la musica, tipica dello stile di Dalla, questo consolidato trio, reduce da una trionfale tournée nei teatri più prestigiosi d’Italia, cercherà di ricreare uno spettacolo dove le canzoni del genio bolognese arrivino sotto forma di racconto, proponendo un vero e proprio viaggio alla scoperta della musica, della profondità dei testi, dei significati nascosti nell’opera del grande artista, riproponendo tutti i suoi più grandi successi.

giovedì 21 luglio 2022

Le surrealiste

27 luglio 2011                                                                                                                                                                                                   


Le surrealiste- ovvero le amiche di mia sorella

Le amiche di mia sorella non sono donne normali. 

Sono una specie umana a parte. 

La specie vitale. 

Dovrebbero andare in tutte le scuole perché loro, meglio di un testo universitario, potrebbero dare ai ragazzi una lezione di vita sferzante e reale. Le amiche di mia sorella sono donne cinquantenni, all’apparenza simili alle altre donne, sono mamme, una è già nonna, sono state mogli, sono state figlie. 

Mogli ora non più, chi per il dolore della morte fisica, chi per il  dolore della separazione. Figlie lo sono ancora e partecipano con affetto alle vicende dei loro cari. Lavorano tutte e tre. Si sono inventate il lavoro.  Tardi, presto, lo hanno fatto, rifatto, fanno più lavori. 

Saprebbero fare qualsiasi lavoro. Ma quel che le accomuna, oltre alla capacità e alla intelligenza, è il piglio decisivo con il quale affrontano qualsiasi tsunami capiti loro. Difficoltà, malattie, tragedie, che avrebbero piegato uomini forti e nerboruti, vengono affrontate senza cedimenti, rafforzandole e incredibilmente arricchendole.  

Teresa è sempre stata una manager, sin da piccola, una donna progettuale. Ha creato dal nulla cooperative, assistenza ai tossicodipendenti, accoglienza ai primi curdi che arrivavano in città, un grande progetto ed ha poi lasciato tutto in mano all’uomo che aveva amato, per ricominciare a progettare un po’ più in là. Riprese gli studi dopo una travagliata separazione, si è laureata, ha affrontato la malattia, la cura, ha riaffrontato la malattia e mentre era di nuovo in cura lei si è candidata alla Regione Calabria. Comizi, convegni, voti, riconoscimenti. Ora è un fiume in piena, chissà dove la porterà!

Rosetta ha una storia medio-orientale, quasi. Sposa bambina un uomo più grande, che lei non ha scelto. Figli subito, senza essere consultata.  Ma dopo aver accettato questo come un destino ineludibile, lei decide di studiare, di lavorare, di insegnare. Costi quel che costi. Riuscirà con grandi sacrifici. E dopo aver insegnato, o appena prima, la fuga da un mondo che non le appartiene. Le tragedie dei suoi cari, le minacce, la morte dei familiari non la fermano. Lavora sempre, continua a studiare, si laurea, fa un master, affronta la malattia del figlio, il difficile intervento, la convalescenza,sempre con la ferrea volontà di farcela. Ed ora l’aspetta il concorso per la dirigenza scolastica, che sarà sicuramente una formalità, visto i suoi titoli ed il punteggio.

Rita, la compagna di scuola di mia sorella, è sempre stata una alunna diligente e studiosa. Ha fatto tanti lavori. La ricordo alle prese delle terrecotte, per un progetto archeologico che perseguiva l’allora mamma del suo amore adolescenziale. Quando finì l’amore finì il lavoro. 

In seguito si sposò, diventò mamma di due ragazzi e all’improvviso è svanito tutto, in un lampo, e si è ritrovata di nuovo sola. Il suo compagno non c’era più. Sola. Senza un effettivo lavoro. Anche per lei tutto ha preso un altro significato. Lavora nelle poste, il lavoro del marito. Lei lo svolge con competenza, i colleghi le chiedono chiarimenti, ha ripreso gli studi di Giurisprudenza, ha già superato qualche esame tosto, si laureerà, ne sono sicura.

Nel plasmare gli avvenimenti alle loro sensibilità hanno agito come i surrealisti, hanno creato una surrealtà, facendo aderire il sogno alla realtà, con impegno, con il fare, con la decisione.

Ed il sogno si è dispiegato in una realtà sfaccettata ed impervia ed ha preso i colori della possibilità rendendo vero tutto.

Nello slancio di unire una realtà ostile ad una insopprimibile esigenza vitale, loro sono andate oltre, scavalcando gli ostacoli. Come i cavalli negli ippodromi, eleganti, mai scomposti, veloci.

E’ stato così possibile che Teresa si sia trovata nell’arena dello stretto in un convegno sulla progettualità nel volontariato organizzato dalla regione Calabria a parlare davanti ad un mondo in ascolto. Le luci dello stretto di Messina, il lungomare di Reggio Calabria, il più bel chilometro d’Italia, il fascino della magna Grecia. 

Le donne dell’antichità Antigone, Lisistrata, Arianna porgevano a lei il filo del cammino. Un cammino dignitoso in un mondo che ha bisogno di noi e noi abbiamo fame di esserci.

Ippolita Luzzo 

La bacchetta magica del Regno della Litweb con loro


mercoledì 20 luglio 2022

Intervista a Vins Gallico su A Marsiglia con Jean-Claude Izzo


 Vins Gallico risponde alle domande di Ippolita Luzzo 

Esce per Giulio Perrone editore nella collana Passaggi di dogana, il 14 Luglio 2022

A Marsiglia con Jean-Claude Izzo

 Quattro domande a Vins Gallico 

Iniziamo subito dalla città. 

Vins Gallico, l’autore, sceglie di visitare Marsiglia con le parole di Jean-Claude Izzo, e con negli occhi la sua città, Reggio Calabria: “Passo indietro: sono cresciuto in riva al mare, in Calabria. Reggio è una città che si trova in un punto assurdo del Mediterraneo. Per chi non lo ha mai visto, lo Stretto di Messina è uno spettacolo: la Sicilia e la Calabria arrivano a sfiorarsi, in un misto di poesia e terrore.”  

1) Si può fare di Reggio Calabria e di Marsiglia quasi la stessa dichiarazione? “Marsiglia non è una città per turisti. Non c’è niente da vedere. La sua bellezza non si fotografa. Si condivide. Qui, bisogna schierarsi. Appassionarsi. Essere per, essere contro. Essere, violentemente. Solo allora, ciò̀ che c’è da vedere si lascia vedere”. Così come scrive Izzo in Casino Totale


Vins Gallico: Purtroppo per Reggio Calabria non si può fare questa dichiarazione.

Per vari motivi: uno perché Reggio non ha un mito fondativo come quello di Marsiglia, che è un mito di abbraccio, dove un migrante e un’autoctona si incontrano e si innamorano.

Reggio invece ha fra le sue etimologie il senso dello spezzare, reghnumi era il verbo che indica la divisione in due, cioè lo stretto di Messina.

E poi Reggio non ha avuto narrazioni di accoglienza, di sincretismo. 

In più Reggio è una città per turisti, la politica abbastanza miope di alcuni anni fa l’ha resa una specie di parcogiochi. Invece di esaltare le parti di bellezza e umanità si è puntato sulla chirurgia estetica e sul profitto. La bellezza di Reggio, che c’è, che potrebbe essere abbacinante, è diventata una roba da filtro IG. Dove difficilmente le persone si schierano. Anzi a Reggio per molto tempo vigeva la legge del “fatti i cazzi tuoi che campi cent’anni”. Magari è vero, è meno rischioso, campi cent’anni, ma li campi male.



Ippolita Luzzo: Continuo a leggere la storia di Jean-Claude Izzo e facendocelo conoscere Vins riesce a fare la storia dei movimenti migratori, Izzo nacque a Marsiglia, nel giugno del 1945, figlio di Gennaro Izzo, un immigrato italiano originario di Castel San Giorgio (in provincia di Salerno), e di Isabelle, una casalinga francese, figlia a sua volta di immigrati spagnoli.

” Mio padre mi aveva detto: “Non dimenticarlo. Quando arrivammo qui, con i miei fratelli, non sapevamo se, a pranzo, avremmo avuto da mangiare, e poi si mangiava comunque”. Questa era la storia di Marsiglia. La sua eternità. Un’utopia. L’unica utopia del mondo. Un luogo dove chiunque, di qualsiasi  colore, poteva scendere da una barca o da un treno, con una valigia in mano, senza un soldo in tasca, e mescolarsi al flusso degli altri. Una città dove, appena posato il piede a terra, quella persona poteva dire: “Ci sono. È casa mia”. Marsiglia appartiene a chi ci vive.

[Casino totale, p. 202]

Sono le parole di Fabio Montale, il grande protagonista dei tre libri più noti di Jean-Claude Izzo nonché suo alter ego. Fra le tante somiglianze fra autore e personaggio, il loro albero genealogico: lo sbirro Montale ha un padre italiano, così come Jean-Claude, che è figlio di Gennaro Izzo.”

2)C’è sicuramente la stessa tensione, lo stesso sentire fra chi decide di andare a vivere da un’altra parte del mondo, in una città che potrà diventare la nuova terra su cui poter trascorrere gli anni sentendola propria? 


Vins Gallico: Sono tanti i motivi che ci spingono a lasciare le nostre terre, dalla disperazione alla curiosità. Il problema principale è che tutte e tutti noi non proveniamo da terre differenti, ma dallo stesso pianeta: la Terra per l’appunto.

E lo dimentichiamo troppo spesso, tirando su muri e trattandolo male questo nostro pianeta. Quando sento robe tipo: prima gli italiani, mi chiedo: ma perché? Perché tu hai più diritto di un altro di vivere o semplicemente sopravvivere sulla semplice base del caso che ti ha fatto nascere a una latitudine differente?


Ippolita Luzzo: Nel parlare di Marsiglia conosciamo la città, la sua storia, conosciamo lo scrittore che tanto l’ha amata e conosciamo la vita dello scrittore, una vita difficile, mi viene da dire, ricordando il titolo di un film da e molto amato. Una vita difficile di Dino Risi. 3)Lo sguardo dalla città, dallo scrittore Izzo e in simultanea lo sguardo di chi sta scrivendo, un triplice sguardo mi sembra Vins. Non sembra anche a te che tutto è una commistione? 


Vins Gallico: Ma il purismo non esiste da nessuna parte. Non esiste nel DNA, non esiste nell’aria che respiriamo, non esiste neppure nella copertina di questo libro. Bianchissima. E dopo dieci minuti è già spiegazzata, macchiata, ingrigita. Tutto è commistione, hai assolutamente ragione Ippolita. Io sono i miei anni, i miei amici, le cose che ho visto, gli amori che ho vissuto, le liti che ho affrontato, i dolori che ho patito. Non c’è niente di me che possa essere considerato vergine, intonso, illeso. E non lo vorrei neppure.


Ippolita Luzzo: 4)Ed insieme la storia dei migranti, di questo peregrinare umano che ha ripreso con truce realtà spostando e disagiando interi popoli. Stranamente a me sembra che il tuo libro diventi uno dei più attenti saggi sull’emigrazione. Non lo è ma io lo percepisco così, con dentro la stessa tensione di Alessandro Leogrande in Frontiera. Non è così?


Vins Gallico: Alessandro Leogrande è stato uno degli scrittori più intelligenti e acuti e sensibili della nostra generazione. Un esempio umano e letterario per molti di noi. Credo che avrebbe sottoscritto il sottotitolo del libro: essere per, essere contro.

Direi che in generale mi ritrovavo quasi sempre dalla parte di Leogrande. Manca molto a tutte e tutti noi.

E purtroppo, senza falsa modestia, no, non c’è la stessa tensione de La Frontiera. Perché là dentro Alessandro ci ha messo la ricerca, il corpo, la prima persona. Io a Marsiglia ci vado da privilegiato occidentale e con gli occhi di un poeta, Jean-Claude Izzo, che mi aiutano a filtrare e capire.

Ippolita Luzzo

Nel ringraziare lo scrittore Vins Gallico aggiungo alcune note biografiche sull'autore 

Vins Gallico è nato a Melito Porto Salvo (RC) nel 1976. Ha pubblicato Portami Rispetto (Rizzoli 2010) e  Final cut (Fandango libri 2015) e ha lavorato come consulente e traduttore editoriale. Dirige attualmente la libreria “Fandango Incontro” e fa parte del consiglio direttivo dei Piccoli Maestri.



mercoledì 6 luglio 2022

Michele Zatta Forse un altro


“Aveva una tuta a righe oro e avorio”
credo sia questo personaggio il filo conduttore ma lascio a voi decidere. Le invenzioni si susseguono  e ci ritroviamo a sorriderne. La torcia della verità, il raggio della torcia, la batteria scaduta e la verità resta al buio.

Forse un altro

 Michele Zatta non è su Facebook ma su Google campeggia la sua foto simpaticissima come il suo romanzo dedicato alla madre. "Alla bambina sola e luminosa che è stata mia madre" e lei è questo libro. La domanda iniziale ci chiede cosa sia l'esistenza e già ci risponde. Un viaggio molto breve e assai pericoloso in una vettura di seconda mano guidata a folle velocità da un autista sconosciuto e folle.

Forse un altro 

L’effetto collaterale di aver visto troppe volte Casablanca. <Come diceva quello scrittore? “L’amore sorvola sul male. La speranza di intravedere un senso, dietro a tutto il caos che ci inonda, è data solo da coloro che mantengono inalterata la capacità di amare...” Mike, il protagonista di questo divertente racconto, sta implorando la donna amata mentre lui in effetti sta inginocchiato davanti un divano vuoto. Esisterà questa Chrissie? Sta in un sogno? Intanto Mike vive di illusioni e il sogno diventa ossessione. Scisso fra realtà e sogno Mike incontra Lisbeth, sua vicina di casa.

Ma Mike è ormai volato oltre la finestra ed è morto e noi stiamo a veder parlare il suo spirito. Ecco in sommi capi l’incipit di Forse un altro di Michele Zatta, con queste premesse il libro è divertente, molto divertente. 

Diciamo che è martedì e poi c’è la descrizione della stanza di Mike come se il testo fosse una sceneggiatura teatrale e lo è. È un po’ tante cose questo racconto e già seguire l’iter fatto per arrivare ad Arkadia Editore è esso stesso un romanzo

I capitoli sono undici, e lui ci chiede " Stai ancora qua? non dirmi che non ti ho avvertito" Ed entriamo nelle invenzioni di Michele Zatta, felici di salire sull'ottovolante che gira e gira e ci sorprende perché le cose non vanno mai come ci si aspetta. Metto orecchiette in alto e in basso per riportare ma non potrò farvi rendere conto di quanto vi divertirete a leggerlo, ad un certo punto si parla anche del destino di un manoscritto, gettato nella spazzatura e ritrovato da una lei che lo ripulisce dai resti dell'opossum alla vaccinara e ha un tuffo al cuore leggendolo. La storia di un ragazzo che chiede una seconda chance e poi la ottiene trovando la ragazza dei suoi sogni. 

Forse un altro

Racconto nel racconto. Mentre noi partecipiamo ridiamo, almeno io ho riso molto

Avrà una seconda chance? per quel che mi riguarda avrà tutte le chances che vuole nel Regno della Litweb

Ippolita Luzzo 

giovedì 30 giugno 2022

Cirano... Nasone di Bergerac Teatro Instabile a Lamezia


 Don Giovanni e Zerlina: Vorrei e non vorrei/mi trema un poco il cor.

Felice, è ver, sarei,/ma può burlarmi ancor.

Paolo e Francesca: Amor, ch'a nullo amato amar perdona

Uno Spettacolo che parla d'amore, uno spettacolo profondo, molto profondo: Cirano... Nasone di Bergerac di Edmond Rostand in scena con il Teatro Instabile di Paulilatino (Oristano).

Cominciano così immaginando di vedere sul palco una compagnia itinerante dei primi del secolo in cui gli attori, girovaghi, alla maniera della "commedia dell'arte" ci raccontano, partendo da tutte le altre storie d'amore celebri, la storia di Rossana amata da Cirano.

Scaramucce quindi fra attori e capocomico, lazzi e scherzi fra gli attori e pubblico, nel caso di ieri sera bimbetti divertiti ospiti al Civico Trame e di Pierpaolo Bonaccurso, Compagnia Teatrop, per  #FestivalSUDdiVISIONI  nell'ambito del progetto #TeatroRagazzi_unacittàinfesta 

La spada è rotta, dice il capocomico, e intanto spiega che faranno una storia francese. Gli attori si ricordano di citare il monologo di Giulietta e Romeo: Oh Romeo Romeo, che cos'è un Montecchi? Romeo, perché ti chiami Romeo? Cambia il tuo nome. In fondo, che cos'è un nome? Quella che noi chiamiamo una rosa, con qualsiasi altro nome, profumerebbe altrettanto dolcemente"

Il capocomico riporta all'ordine gli attori la storia inizia: Cirano ama Rossana ma lei non lo sa. Alle sette di sera ci sarà l'incontro fra Rossana e lui in una pasticceria. Lui le scrive una lettera: Pur di vederti sorridere darei in voto la mia felicità.

Rossana invece è innamorata di un baronetto, Cristiano, e chiede proprio a Cirano di proteggerlo in battaglia, essendo lui il capo dei cadetti di Guascogna. Lui, pur affranto, accetta, e non rivela il suo di amore, anzi presta le sue parole a Cristiano per affascinare Rossana. 

Le parole di Cristiano infiammano Rossana, ma quelle parole sono di Cirano. Lui davanti e l'altro dietro, ciò elettrizza molto i poeti, il potere del verso, della poesia.

ma la battaglia incombe e muore Cristiano, Rossana si ritira in convento, passano 14 anni e ferito a morte Cirano va da Rossana per leggerle l'ultima lettera e incautamente si svela. Poi muore, ma è solo finzione e si ritorna in scena con "io non c'ero e se c'ero dormivo" fra gli applausi e i sorrisi dei bimbi.

Ippolita Luzzo 



Sbirciano dal carrettino insieme a noi gli attori che ci hanno divertito. 






mercoledì 22 giugno 2022

14 Settembre 2011 Il dolore


 Stendhal e Sciascia - Il dolore   14 settembre 2011

Quasi tutti i martiri sottoposti alle torture più atroci sono più o meno in uno stato di estasi. 

Stendhal pensa che quei martiri non hanno mai sentito dolore, perché annegati nello spirito, nella proiezione della luce divina, pura anima, hanno abbandonato il corpo ai loro carnefici.

 Succede così anche  nella sfera del fanatismo che lo infligge e del fanatismo che lo soffre, anche lì il dolore non esiste perché il dolore è un'invenzione della ragione, un'invenzione suscitata dall'idea della libertà ed ad essa legata, un'invenzione nata dall’idea di giustizia.

Il dolore esiste però veramente là dove il fanatismo, il potere la tirannia ce lo infliggono, esiste nelle cose che non amiamo e che siamo costretti a fare .

Sartre:-Il dolore è dove ce lo infligge la cosa, tutto quel che è fuori di noi, che su di noi si abbatte.

Dolore fisico che si mescola  al dolore esistenziale.

La più atroce immagine del dolore è quella del dolore che colui che non pensa, che coloro che non pensano infliggono a colui che pensa, a coloro che pensano.

Un dolore gratuito, sciocco, senza senso, per gioco, per divertimento, per cattiveria.

Lascia l’altro a chiedersi –perché -a chiedere invano un motivo, a chiedere invano una giustizia che già sa le verrà negata.

Un dolore storico:-I tanti massacri, inutili, le tanti stragi, i tanti stupri, le tante violenze.

Un dolore sociale:-L’ingiustizia profonda di un’eguaglianza  irrisa, di povertà beffeggiata, di popoli assetati, affamati, dati in pasto ai pesci.

Un dolore esistenziale: privato, solitario, di ragazzi ubriacati di birre, di soldi, di offerte, ma senza educazione, rispetto, sacrificio.

Un dolore immenso per il vuoto di motivazioni grandi che ci facciano accettare, che ci facciano diventare migliori di quel che siamo.

Ippolita Luzzo 

martedì 21 giugno 2022

Intimo Paradiso


 Intimo Paradiso Poesie di Domenico Conoscenti e Fotografie di Angelo Di Garbo per Edizioni del Laboratorio Poetico di Palermo finito di stampare nel mese di febbraio 2022 e giunto a maggio nel Regno della Litweb è un gioiello luminoso, versi in duplice versione italiano e francese

Mi sento fortunata di poter aver tra le mani un libro dal formato inusuale, curatissimo, profumato e stampato su carta lucida, tipo seta, al tatto è seta, un libro foto-poetico. Mi sento anche impreparata a parlarne, ma oggi pur chiedendo venia per la mia imperizia mi cimenterò. 

La seta rimanda all'intimo, l'intimo rimanda al sacro, in un gioco di rimandi io leggo la premessa ed è ciò che si abbraccia insieme nella libertà del vedere, del capire. Tutto nasce dall'osservare le "punzonature" sugli sfondi dorati delle tavole dei dipinti medievali. Dettagli. Dettagli che un mio amico pittore astrae e dipinge a sua volta nella ragione dell'informale. Dettagli che ci ricordano segni e tessiture del sacro. Dettagli che ingranditi regalano un godimento estetico. Sacro e profano, Arte colta e Arte di massa, spirito e corpo, intimo e visibile, dualità che affascinano. "La parte per il tutto" 

"racchiusa nel bozzolo/di ordito e di trama/palpita la carne/vulnerabile e inerme /inerme e invulnerabile/come l'ostrica un tempo/racchiusa tra le valve" Immagine che ricorda Emily Dickinson nella sua celebre "L'anima si sceglie il proprio compagno/ Per poi sigillare come fossero pietra/le valve della sua attenzione."

E noi rimaniamo ammirati a guardare "un tempo tarsie di vetri piombati/o punzonature sull'orlo del manto./Le sfilacciature del sacro/per il superuomo di massa."

Nel leggere e nel perdersi fra i dettagli fotografati nel bianco e nero ricchissimo di sfumature e veramente ci perdiamo in un paradisiaco bagno in acque sensuali. 

Adorazione spontanea: versi conosciuti e assaporati qui, fotografie accarezzate. Poi trovo alcuni versi a me familiari sul mutare, "Tutto quello che muta" scrissi in un pezzo e qui il verso "mutare le cose che si devono mutare" fino ad appendere insieme ad un filo i minuti trascorsi.

Raffinatissima composizione visiva tattile e poetica che dovrebbe essere conosciuta, che dovrebbe attraversare gli occhi di moltissimi lettori estasiati dal sublime e dalla meraviglia. 

Ippolita Luzzo 

Domenico Conoscenti (Palermo, 1958) è autore del romanzo La stanza dei lumini rossi, ( e/o 1997) il Palindromo 2015, della raccolta di racconti Quando mi apparve amore, Mesogea 2016, e del saggio I Neoplatonici di Luigi Settembrini, e Qui nessuno dice niente. Un anno di scuola fra i carcerati, Il Palindromo 2021

Angelo Di Garbo, artista visivo, fotografo, ha pubblicato diversi libri foto-poetici e la collaborazione con Domenico Conoscenti mi  ha ricordato la collaborazione di Mario Giacomelli e Francesco Permunian

mercoledì 8 giugno 2022

Salvatore D'Elia per i dieci anni del Regno della Litweb

 Auguri per i dieci anni del blog

Nella prefazione a un libro, uscito nel 2010, che ho utilizzato per la tesi del master in “Media Relation e Comunicazione d’impresa”, il giornalista Enrico Pedemonte scriveva: “quello della carta stampata è un vecchio mondo che muore… Muore il giornale nella forma che ha avuto negli ultimi decenni: un manufatto di carta, con molte decine di pagine articolate in una molteplicità di sezioni, con circa la metà dello spazio occupato da inserzioni pubblicitarie e diverse pagine, in fondo, dedicate alla piccola pubblicità. Questo modello sta declinando. Il declino della stampa tradizionale, con l’irruzione sulla scena di Internet, rimette in gioco il ruolo dei cittadini e apre la strada a nuove forme di partecipazione”.

Riprendo in mano, dopo dodici anni, questo libro per fare gli auguri a Ippolita per il decennale del suo blog, che ho avuto modo di accompagnare negli ultimi nove anni, in particolare a partire dal “mazzo di fiori profumatissimi” e da una bellissima serata carica di pàthos tra i ruderi dell’Abbazia Benedettina di Terina. Vengono i brividi! Quel mondo di cui Pedemonte, con l’acuta analisi di un giornalista di razza capace di mettersi in discussione, intravedeva le prime tendenze di medio periodo, attingendo soprattutto a quanto avveniva negli Stati Uniti, poi è improvvisamente diventata la rivoluzione copernicana del mondo dell’informazione e della comunicazione in tutto il mondo. Oggi è la realtà! Con la triste eccezione di tanti Stati dove i blog e l’informazione sulla rete sono soggetti alla censura e i blogger continuano a finire nelle patrie galere, mettendo a rischio la propria vita in nome della libertà di espressione del pensiero.

Dieci anni del blog di Ippolita, dieci anni nel corso dei quali è cambiato il mondo!  Si è capovolto il mondo che conoscevamo, due anni fa la pandemia ha stravolto tutto e, come avviene ogni qualvolta il corpo è chiamato ad attivare il proprio sistema immunitario, tutto si è rigenerato a vita nuova. Che tipo di vita e che tipo di mondo, lo scopriremo solo vivendo. Per citare Battisti e Mogol, con il pensiero a quella sera in cui il grande paroliere fu rapito nelle stanze del municipio lametino.

Per tornare a noi. Dieci anni del blog di Ippolita sono un’occasione per riflettere sugli stravolgimenti della comunicazione e dell’informazione negli ultimi dieci anni. Sugli stravolgimenti dei costumi, della società, delle nostre stesse vite. Qui ci limitiamo a prendere atto di questo cambiamento epocale, in altre sedi si potrà fare una riflessione approfondita sulla qualità del cambiamento.

Resta il fatto che il mondo immaginato da Pedemonte nel 2010 ora è realtà e Ippolita con il suo blog ne è, al tempo stesso, espressione e promotrice: del bisogno di riscoprire spazi di libertà e di abitarli, di partecipare alla costruzione della narrazione, di ritrovare punti di incontro e condivisione oltre logiche di mercato e politiche chiuse ed escludenti. Il blog, è vero, non è soggetto a quelle regole deontologiche e di etica professionale cui ogni giornalista iscritto all’ordine e ogni testata registrata al tribunale è tenuta ad aderire. Proprio per questo porta con sé la sfida affascinante dell’autonomia e della libertà di pensiero responsabile che richiede un esercizio tanto più complesso quanto meno autoreferenziale e preimpostato è lo scritto. L’esercizio, estremamente complicato dove è molto facile sbagliare, di colpire il peccato e non il peccatore, di salvaguardare la propria libertà di pensiero e di tutelare l’altro nella sua dignità, anche quando si manifesta una critica o una riserva.

Ippolita ha iniziato a raccontare “per pezzi” prima che la narrazione quotidiana venisse frammentata a colpi di post e di tweet, a raccontare per immagini prima dell’avvento di Instagram, a intercettare un bisogno urgente di libertà che guai a noi dare per scontata o acquisita per sempre.

Auguri a Ippolita, per cento anni ancora di libertà responsabile e di autonomia di pensiero

Salvatore D’Elia

Lorenza Foschini L'attrito della vita Indagine su Renato Caccioppoli

 



Napoli, I quartieri Spagnoli, l'Università, l'impermeabile logoro, il bere, gli studenti, le lezioni, e poi di nuovo Napoli. 

Con una scrittura limpida Lorenza Foschini ci regala un uomo, una città, un suo parente, con la bellissima fiducia in una scrittura rigorosa  e nello stesso tempo affettuosa.


“Si dice che in certi luoghi aleggino le presenze di chi li ha abitati. Io non credo; penso piuttosto che queste presenze siano dentro di noi, che cerchiamo di dar loro forma e sostanza ripercorrendo i luoghi dove hanno vissuto. Possono assumere una certa consistenza una volta che ci troviamo tra le pareti dove vissero, illudendoci che finalmente la nostra ricerca si sia conclusa. Ma non è così semplice.”


 Il risultato di tanto lavoro e lunghissime ricerche, il frutto delle  ricerche accurate di Lorenza Foschini, però sembra un romanzo tanto ci trascina quello che viene raccontato. In questo senso io impropriamente avrei scritto biografia romanzata. 


Nulla di inventato vi è nel libro sulla vita e sul genio di Renato Caccioppoli ma lo sembra tanto la sua vita è un mistero.


Mentre lo leggevo anche Luciano De Crescenzo approvava e applaudiva, Lorenza. Io ho  queste visioni.  Sarebbe piaciuto moltissimo questo tuo libro a De Crescenzo. Lui era stato suo alunno e ne parlava sempre in televisione e da lui abbiamo iniziato a conoscerlo tutti e io leggo e rileggo il tuo libro su di lui e ne sono affascinata.


Già nel 1992 usciva il film Morte di un matematico napoletano di Mario Martone. Ultimi giorni nella vita di Renato Caccioppoli, matematico insigne, protagonista della vita culturale di Napoli, dandy alcolista che finì suicida. Ha vinto un premio ai Nastri d'Argento, ha vinto un premio ai David di Donatello, Il film è stato premiato al Festival di Venezia. Gli ultimi giorni. 

Nel libro di Lorenza tutta la vita.

In libreria esce  oggi, una vicenda umana e familiare, sociale e individuale, tratteggiata con la vicinanza affettiva e parentale, una vicenda dal suo nascere che ci rapirà. 


Napoli, primi del 900.  Il nonno dell’autrice, Lorenzo, va ad abitare nel villino di Capodimonte dove un suo lontano zio, Giuseppe Caccioppoli, grande chirurgo, vive con la moglie Sofia Bakunin e il figlio appena nato, Renato. Lorenzo, avrebbe dovuto laurearsi in medicina, per obbedire alle ultime volontà del padre ma alla vista del sangue sviene.  Lo zio, che sente di non poter esaudire la promessa fatta al cugino morente, lo allontana da casa e non si parleranno più.


"Il professore, che era un uomo mite e ragionevole, lo interruppe con inattesa violenza, tuonando: “Ho giurato sul letto di morte di tuo padre che avrei fatto di te un medico. Con che coraggio mi chiedi di diventare uno spergiuro? Fuori di qui e non farti mai più rivedere!” Dopo il tumultuoso colloquio con lo zio, Lorenzo uscì dalla villa sapendo che non sarebbe tornato mai più e che mai più avrebbe rivisto i suoi abitanti, il chirurgo dalla lunga barba fluente, l’esotica moglie e i loro due bambini, Renato e il più piccolo, Ugo, nato l’anno successivo. Col passare del tempo, mio nonno diventò un affermato ingegnere, specializzato in questioni energetiche, anche lui a suo modo geniale. Il ricordo di Giuseppe Caccioppoli e della sua famiglia si sbiadì, ma rimase per sempre un sottile rimpianto per quei legami recisi in modo così violento. "


Lorenzo, avrà  il rimpianto di quel legame interrotto per sempre e nella sua famiglia rimane il desiderio di conoscere Renato, il cugino, un genio della matematica.


 "Rimpianto che addirittura si tramandò alle figlie e poi a noi nipoti quando si seppe che il primogenito dello zio Peppino, Renato, era diventato un grande matematico circonfuso dall’aura fascinosa del suo avo russo e anarchico e che a Napoli lo chiamavano o’ Genio."


Lorenza Foschini  avrà sentito tante e tante volte i racconti di famiglia, ma ha poi fatto accurate ricerche negli archivi e raccolto testimonianze per ricostruire la figura di Renato che, dopo la sua morte, soprattutto a Napoli, è diventata leggendaria.


Caccioppoli è uno dei più grandi geni matematici del suo tempo. 


Afflitto da quello che la scrittrice Paola Masino, sua carissima amica, definirá “L’attrito della vita”,  il 9 maggio 1959 Renato Caccioppoli pone fine alla sua esistenza sparandosi un colpo di pistola alla nuca. Alla notizia tutti sconvolti e la sua figura entrerà nel mito.

Una lettura entusiasmante, una conoscenza arricchente, 

il libro sta nel podio del Regno Della Litweb 


Ippolita Luzzo 








 




Lorenza Foschini Vive a Roma dove lavora alla Rai. Giornalista, autrice, e conduttrice di programmi televisivi di successo come "Misteri" e "Il filo d'Arianna", è stata anchorwoman delle principali edizioni del TG2. Vaticanista, sempre per il telegiornale, ha seguito i viaggi di Giovanni Paolo II in tutto il mondo. Attualmente è vicedirettore di Rai Notte. Per le edizioni Studio Tesi ha tradotto dal francese "Ritorno a Guermantes", raccolta di inediti proustiani, e per Rizzoli ha scritto "Inchiesta sui misteri di fine millennio" (Premio Scanno). Per Mondadori ha curato il saggio del grande politologo Giovanni Sartori, "La democrazia in trenta lezioni", tratto da una delle sue trasmissioni televisive.