Dal 9 settembre 2015 I due fratelli del mio papà erano diversissimi. Uno ironico e al limite fra essere e non essere, come se non ci fosse, l'altro composto e preciso, affidabile e tecnico. Morto è il primo da molti anni. Nel suo non esserci si divertiva a scherzare e un anno, per celia, organizzò una finta investitura a sindaco di Falerna Marina, carica inesistente. Insieme ai suoi amici si mise la fascia di sindaco e fecero festa per il villaggio. Quando lo venne a sapere l'altro zio, quello che la politica doveva vederla davvero, si arrabbiò con suo fratello, che, a suo dire, si prestava a giochi stupidi. Da allora è passato tanto tempo e scherzosamente come mio zio Carlo anche io invento giunte comunali inesistenti e sindaci che vorrei e poi guardo la politica vera, anche questa ormai con tante figurine che non contano niente. Meglio zio Carlo quando era sindaco di Falerna marina per semplice divertimento. Ippolita Luzzo
Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo
mercoledì 9 settembre 2026
giovedì 27 agosto 2026
Vivere letteratura
Vivere letteratura non è quel che ossessivamente mi ripetono le pagine di Facebook o quelle più autorevoli della Lettura del Corriere della Sera.
Vivere letteratura non è nemmeno essere invitati a festival, sempre troppo numerosi, perché ci stanno i fondi regionali e i festival sono un lavoro remunerato.
Vivere letteratura non è nemmeno tutto questo sbattimento di video onestamente insulsi che vanno di gran moda, paradossalmente non è nemmeno scrivere libri perché vivere di letteratura è un’altra cosa.
Conservando il commento di Bruno Di Pietro: “Vivere di letteratura è camminare con il piacere di avere in tasca solo le mani, senza fretta, ascoltare tutto quello che ti circonda, riconoscere i venti al solo contatto con il corpo, percepire gli odori dopo la pioggia, dar da mangiare a un cane randagio, cercare i nomi antichi delle cose, salutare tutti, anche gli sconosciuti o i nuovi arrivati, accendere il fuoco nei camini ai primi freddi, e di buon mattino prendere il pane caldo al forno. Se non è questo la letteratura è possedere libri e fermarsi alla copertina.”
Ippolita Luzzo
sabato 22 agosto 2026
Roberto Amato Attitudini terrestri
Roberto Amato Attitudini terrestri in Litweb dal 2018:
Un uovo e un chicco d’uva il suo pasto, leggo nella biografia di Roberto Amato, nei 14 capitoli di Alessandro Trasciatti.
Un uovo e un chicco d’uva mi ricorda una estate del 1988, quando io per dire ciò ad una amica l’ho persa per vent’anni, sentitasi offesa da me nelle sue abilità in cucina. Cosa vuoi per cena? Mi chiese lei. Ed io risposi: Per me, Anna, anche un uovo!
E su un uovo ritorno indietro ai versi e alla poesia di un uomo delizioso, ironico e giocoso, e nello stesso tempo sfuggente e sconosciuto.
Roberto Amato appare e scompare, ritorna e sarà ogni volta diverso nel gioco antico della seduzione attraverso la parola, sempre diversa, sempre una sorpresa. Scrivere per trovare un io, per costruire una identità e scrivendo quell’io verrà distrutto, scrivendo si diventa altro. Ognuno di noi avrà cercato un suo io non trovandolo, lo avrà immaginato e donato ad altri per quella relazione cercata e mai raggiunta con un simile.
Attitudini terrestri a sedurre, a immaginare di scrivere una lettera: Poesia è: Lettera ad Elvio. Un frammento da Le Attitudini terrestri. “Darti notizie di me è quasi un motivo ornamentale. La mia vita si svolge come un nome di filo in un fazzoletto. Questo mi sembra plausibile. Eppure ho pensato a te senza smettere mai. Anche se sono qui per nascondere a tutti i miei pensieri ricamati.
E mi viene da piangere a pensare alla bellezza di questa cella ariosa. A come sono fortunato. A come il mondo è perfetto e del tutto cauterizzato (come dice il Dottore) dalla luce che brucia tra le foglie.
Se sono un tiglio o un’allodola nessuno lo sa con certezza. Ma noi, io e te, potremmo essere una cosa sola, un dolore unico e universale, una felicità senza sponde, un suicidio perfettamente calcolato, una malattia incurabile come il raffreddore. E potremmo scaldarci le mani e i piedi in un contatto talmente equinoziale che tutto poi sarebbe irragionevole. Anche il computo ritmico delle stagioni.” Roberto Amato ci ipnotizza con il suono melodioso di una nenia, ci trascina in una abitazione lontana, potremmo essere una cosa sola con lui, noi leggenti e lui accanto a darci universi e angeli carezzanti. Una estate con lui In Litweb un omaggio ad un poeta vero. Le Attitudini Terrestri di Roberto Amato “A volte la felicità mi sfugge. È come se perdessi il controllo di una mano o di un piede. Mi affaccio e vedo gli alberi leggermente mutati. Forse l’estate è troppo inoltrata. E anch’io mi sono inoltrato in un punto della stanza che non avrei dovuto attraversare.
Penso che questi muri dovrebbero oscillare insieme all’aria remigata dagli alberi, e risuonare come lamine di celesta. Invece sono costretto a immaginare un saggio sull’immobilità coatta dei manicomi. E mi viene da piangere continuamente. A chi rivolgere le mie pene saggistiche? Non posso fare affidamento su nessuno. La Cuoca è quasi sempre in cima a un albero del pane, dalla scorza cocciuta e dalle foglie troppo lontane. Il Barbiere sarebbe pieno di dolcezza, ma i ricordi un po’ lo assopiscono, un po’ lo fanno volare via.” A volte la felicità mi sfugge, ma si è felici se ci lasciamo rapire dall’istante, se riconosciamo il dono di un regno, di tanti personaggi accanto, di tante persone simili. Sul nulla del nulla può nascere un fiore oppure altro nulla, chissà! Ipnotizzati e visitati presso un ambulatorio psichiatrico i pazienti sostano stupefatti. Curati da un dottore. Visitati.
Intanto Roberto Amato, bello e impossibile, legge al Festival dei poeti a Rotterdam le sue carezze angeliche.
Sì può darsi che lei abbia ragione.
Ippolita Luzzo
venerdì 21 agosto 2026
Premi
6 Agosto 2015 a casa di Pina Majone Mauro. La mia amica mi porta nella stanza dei premi ottenuti durante una vita di poesia, di lavorio intellettuale critico e serio. Premi affissi alle pareti, premi poggiati su libreria, su scrivania, su seggiole e per terra. Premi messi in scatoloni. Premi accatastati uno sugli altri a formare piramide instabile di un immaginario unico premio. - Che me ne faccio?- mi sta chiedendo lei, con tristezza. - Cosa mi importa se nel 2000 ebbi premio del geranio e nel 99 premio del garofano? Cosa mi interessa del premio dei premi, di tutti questi premi? Nulla.- La credo. Infatti io credo che i premi non servano se non a fare una bella festa, a far conoscere momentaneamente quel l'autore. Nella nota canzoncina che faceva così "Premi premi premi, che se premi tu premierò anche io- premere e premiare stessa radice hanno, conveniamo insieme con mia amica
giovedì 13 agosto 2026
Il non amore
Nove anni fa:Il vero problema sta nel non amore.
Non amano libri e letteratura coloro che usano libri e letteratura per mettere in piedi premi letterari scemi per premiare i personaggi importanti o il compare più vicino,
non amano libri e letteratura coloro che presuppongono di essere poeti per due versi scemi e si nominano scrittori per quattro parole messe in fila.
Non amano neppure i grandi personaggi della storia morti ammazzati per le loro idee ed ora usati per una battuta di ferragosto qui su Facebook.
Tristezza totale al tempo del non amore malgrado Tutti i cuori scemi
Ippolita Luzzo
giovedì 23 luglio 2026
Nicola Argenti scrive su Pezzi dal Regno della Litweb
I PEZZI DI UNA MACCHINA DEL TEMPO
Quando ho letto i Pezzi di Ippolita Luzzo sono immediatamente tornato al breve arco dei miei 16-20 anni, periodo nel quale scrivevo in maniera forsennata e affamata. A differenza dell’autrice, viscerale ma chirurgica, quel che veniva fuori al sottoscritto era il ritratto della camera disordinata di un adolescente-giovane uomo. Ma cosa è che scrivevo? Pensieri sparsi, abbozzi immondi di poesia, imbrattamenti vari, e chiamavo tutto questo “i miei pezzi”, non sapendo (o non volendo) dargli già la denominazione certa di “poesie” o “racconti”. Particelle impazzite, elettroni ribelli, protoni malinconici e fotoni adolescenziali, tutti utili a comporre il tessuto temporale della mia piccola esistenza, con un futuro incerto e con una immatura percezione dei pochi anni vissuti.
E anche i Pezzi di Ippolita ricordano il passato, rimandano a tempi nei quali lo scrivere era verace, fluido, un fiume in piena. Una scrittura, la sua, che riesce in modo semplice e diretto a dar voce alle emozioni più intense, alla rabbia, all’incredulità, allo struggimento e – perché no – all’ingannevole senso di felicità.
L’autrice apre visioni quantistiche su una vita scandita da appassionate letture, tradizioni, lunghe e accalorate riflessioni, silenziose conclusioni. Ci sono pagine di piccole storie, racconti, scritti fulminei che passano inosservati e questo libro è, invece, una traccia, una mappatura (termine a me caro e con mille declinazioni), una capsula del tempo: perché qui non c’è solo l’autrice, con le sue istantanee di presente e passato, ci sono moltitudini, intere comunità, uomini e donne con brandelli di attimi vissuti e dimenticati, ferite nascoste, gioie inattese e scatole di cimeli dai quali è impossibile separarsi. Tutto gelosamente conservato in questa capsula che è, al contempo, un manuale per ritrovarsi, per riscoprirsi.
Umberto Eco diceva: Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.
Insomma, non lontano dal parlare di una vera e propria Macchina del Tempo.
E qui, tra queste pagine, troviamo le Istruzioni:
- Come riportare l’Amore alla sua forma originaria, riscoprirlo negli angoli remoti dello spaziotempo, là dove nessuno lo cerca più:
[…]
“Detto così l’amore esiste, è il motore della vita, del nostro essere individui sociali, del nostro credere e combattere per amore.
[…]
dovremmo riprendere in mano, nel particulare la potenza del sentimento si rimpicciolisce e si ingrandisce sui bisogni elementari del singolo: bisogno di essere riconosciuti; bisogno di essere vista bella, bellissima, unica, grande; bisogno di dominare, di possedere, di mangiarsi quasi l’altro e di esserne divorata; bisogno inesausto di stare con l’altro per fonderlo e poi insieme distanziarlo per muoversi.
[…]
Esiste quello che non hai, perché più bello sarà andare a cercare amore nelle pieghe di una tovaglia che ondeggia, nella ballata sul mare salato di Hugo Pratt, che riscritta su un telo si asciuga al sole di una terrazza al caldo vento di Agosto.
****
2. Proiettarsi in un futuro, che è già presente, dove le tradizioni non sono luoghi comuni:
[…]
Io non sono una donna del Sud
Non ho mai fatto la salsa di pomodoro
Le melanzane ripiene, la conserva di peperoni.
[…]
Non vado a matrimoni, battesimi e prime comunioni
Non vado neppure ai funerali.
[…]
Non spedisco barattoli a mio figlio, non stiro le camicie
[…]
Il sud lo porto nel sangue, nel suo colore, nel suo calore
Nella storia, nel presente,
Nel mio viso da bambina
Nel dolore delle mamme,
Delle donne
Sempre attente, sempre pronte
Sempre vigili e custodi
Di una cura sempre eterna.
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3. La relatività ristretta ci dice che spazio e tempo sono malleabili. Proviamo a modellarli in modo diverso:
[…]
Mi sono riletta te e la fattoria degli animali, mi sono spaventata perché tu e tanti altri profetizzate con favole, con film, con canzoni, l’anno che verrà con dettagli minuziosi.
Profetizzate e ci richiamate a svegliarci.
È Primavera, svegliatevi bambine, alle cascine, che festa di colori…
Possibile che non possiamo svegliarci e impedire un corso della storia pericoloso?
Possibile che il corso delle cose ci trascini come un fiume inarrestabile travolgendo argini e steccati?
Possibile che risucceda, come Vico, corsi e ricorsi, e tutto venga di nuovo a galla?
Razzismo, fascismo, saluto romano, organizzazioni militarizzate, odio sociale, povertà, spregio della cosa pubblica, irrisione, e urla.
Chi urla di più vince?
Fiorirà l’aspidistra in estate, fioriranno altri fiori a primavera e non vogliamo che i nostri fiori si bagnino di sangue.
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4. Oggi come ieri, come particelle nell’intreccio quantistico, siamo legati ad uno stato ben preciso, indipendentemente dalla distanza che ci separa da quel che è stato:
L’invenzione più innaturale del nostro secolo è stata la famiglia monocellulare: costringere un uomo e una donna a coabitare da soli sotto lo stesso tetto, in una stessa stanza detta stanza matrimoniale, impropriamente.
[…]
Costringere due esseri diversissimi a occuparsi, vita natural durante, di una prole sempre più ridotta all’unità, unico e solo prodotto di un connubio, beh a volte due, a volte tre.
Così sperimentiamo la convivenza fra due individui che nulla hanno in comune se non la diversità. Così elaboriamo comportamenti e tradimenti per sopravvivere a un inferno.
[…]
E su una illusione si sono gettate le basi per un vivere male, infelici, scontenti, separati e perdenti, in una condizione che è solo virtuale, quella del vivere insieme, in un matrimonio che proprio non c’è, che nella storia di tutti i tempi non è mai mai mai, altrimenti dove sarebbe la novità?
La destinazione di questo viaggio nelle pieghe del tempo, ora, appare chiara. Siamo noi stessi. Legati indissolubilmente al nostro passato, con infinite possibilità di cambiamento. Basta avere la volontà.
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Non bastasse questo, Ippolita ha il potere del creare sinergie e connessioni, e non solo tra persone. Con questi Pezziè in grado di farci immedesimare nelle sue storie, di farci entrare dentro, sentirci tutti un po’ parte di questa grande narrazione. Sembra banale, forse lo è, ma rifletteteci bene: ci ritroviamo azzeccati in uno spazio troppo stretto, “tutti stipati” (diceva un poveraccio…), ma è con la vicinanza che si comprende l’altro, che si riesce ad attaccar bottone, è quando ci si trova costretti faccia a faccia – mentre i corpi, compressi, si riscaldano – che ci si decide a parlare. E insomma, Ippolita ci afferra, ci catapulta in un viaggio in metro nell’ora di punta, in un’infernale bolgia di Capodanno in piazza, e ci costringe a parlare, a, a confrontarci, a chiederci come va, guarda che nuvoloni oggi e poi, all’improvviso, che ne pensi dell’Amore?
Eh? Come? Ma non parlavamo del tempo?
A Ippolita importa poco. Il meteo, l’amore, le assenze, le tradizioni, il Sud, la pasta, il sugo, gli uffici postali, tutto insieme, tutti “pezzi” di qualcosa che chiamiamo vita, ed è inutile disperarsi: l’amore conta come il QR code dello SPID che non funziona. Anzi, se ci pensate, entrambe le cose fanno soffrire parecchio.
E la riprova di questo suo potere è l’enorme comunità che ha saputo creare.
Pezzo dopo Pezzo.
“Perché mille auguri, tanti auguri? Uno solo non basta?” https://tabaccofreddo.it/pezzi-dal-regno-della-litweb-ippolita-luzzo/
mercoledì 22 luglio 2026
Michele Mari I convitati di pietra
Ai titoli di coda mi sono commossa e ho quasi pianto per questo bellissimo racconto di Michele Mari I convitati di pietra, che ha vinto con merito Il Premio Strega 2026.