Da un mio post su Facebook Guardo i visi che mi passano dalle schede di Facebook. Gente che non vorrei mai qui e mi sovviene che anche mio profilo scivolerà come offerta alle Home di costoro. Metto quindi solitari intenti ad innaffiare una scena desertica. Un teatro è
Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo
martedì 7 luglio 2026
sabato 4 luglio 2026
Tiziana Tius scrive su Pezzi dal Regno della Litweb
Pezzi” di Ippolita Luzzo
Cara Ippolita
In volo con parole e distorsioni ti leggo, e nel marasma letterario colgo, raccolgo.
Ho preso appunti sin dall’inizio, dalla prefazione di Bruno Corino che si allaccia a scrittura
«“liquida” nel senso baumaniano del termine» e cita: creatività e vivacità.
Le tue armi sono bianche ma ben affilate, acciambellata come un felino sai quando sferrare gli artigli. C’è dell’autentico in ciò che qui si fa con la parola, volontà di scardinare gli elementi precari dell’esistenza; la vita qui scorre come torrente in piena, anche dove si tenta d’istigare dolcezza la verità punge, dell’amicizia per esempio, qui si esercita, in qualche modo, giustizia. Si scrive del “muro” e de “L’indigenza della spiritualità”; volendo finalmente spalancare gli occhi lo vediamo chiaramente il “Circo Barnum”
Sono con te Ippolita, in lettura, nel limite di tempo a mia disposizione, ti porto con me ovunque per un intero giorno, limitata perché umana e quindi fabbricante di -limiti di tempo-, e altri limiti che forse m’invento. Però sono con te, a “La Teoria del tutto”: qui tento di raccogliere “la penna” e mi allaccio alla tua personale teoria sulla mente che può volare. Volo con te e con le tue parole in “Pezzi” sottobraccio a “San Paolo e Dostoevskij” (Pag.92) col mio cartello muto e cieco, e il mio rifiuto.
Sapersi indignare è una qualità, va esercitata con fermezza ed ironia; qualcuno avrebbe serie difficoltà a mescere sino a ricavarne oralità ben fatta, persino filosofica.
[…] Resterà il gusto di capire se un libro è scritto bene, se è scritto male, se ne sentiamo il suono, il ritmo, se sorridiamo leggendo, se ci fa compagnia, se è un libro onesto e ci libera dal nostro fastidio quotidiano.” […]
“Oh Leggerete! Perché leggere tornerà di moda. (Pag. 98-99)
E io ti leggo, navigo, percorro in toto il tuo cammino.
Di Ippolita Luzzo non posso affermare alcunché, non l’ho mai incontrata, e per addurre servirebbe comunque il tempo necessario di approfondire una qualsivoglia forma di conoscenza: tuttavia dalle parole che uno scrittore sceglie, dalla cadenza musicale che intercorre fra le righe, qualcosa si intercetta. Avverto una bontà genuina e schietta, oltre all’intelligenza e la cultura c’è una vita piena, fatta di ricerca.
“Pezzi” ha ingredienti variegati, non mancano le gioie, ma nemmeno i dolori, e non è affatto banale come sembra, si scrive di autunni poetici:
“L’autunno porta insieme alle foglie rosse degli alberi il crepuscolo, il freddo improvviso, il coprirsi e riflettere con il calore rubato alle piume d’oca.” (pag. 155)
E viene voglia di attraversarlo tutto quest’autunno, c’è spazio per andare oltre e immaginare. Avverto sin dall’inizio una aposiopesi, si aleggia in altra dimensione catturati sin da subito, non si può che leggere d’un fiato e ci si chiede, giunti alla fine, se vi sarà un prosieguo, un “Pezzi” due, o altro che racconti ancora e ancora.
Scorrevolezza e contenuti, uno sguardo dalla finestra, ospiti di una casa nella quale ci accomodiamo fra le righe, viaggiamo su vagoni imbottiti di parole.
È una casa-treno, muove percorsi che si snodano senza fretta ma implacabili trattengono.
Siamo due anime differenti e diverso è stato ed è il nostro percorso; per quale straordinario evento ci siamo incontrate tramite la parola non so, eppure, un refolo alfabetico mi unisce in misura di intenti e sensazioni a questa tua scrittura schietta. Intravedo e avverto, mi emoziono del non-detto, di parole con le quali tratteggi con disinvolta acutezza, tentando con veemenza di spalancare quella finestra a cui fa cenno Raffaele La Capria. E riesci nell’intento.
Gomitoli srotolano, serpeggiano di libro in libro, tessono turbamenti, patimenti, gioie; un volo pindarico.
Ogni orizzonte cattura lo sguardo, ogni sguardo va in una direzione ed ognuno vede a suo modo ciò che guarda, un po’ come il pensiero di cui scrive Ovejero (p.156) , pensiero che forse mai riusciamo a condividere interamente; è questo il senso della condivisione letteraria? camminare una di fianco all’altra in rilassato silenzio, abbandonare ogni fragore e lasciare che il libro racconti da sé ciò che in noi ristagna sottochiave.
©Tiziana Tius
lunedì 29 giugno 2026
Arte e follia a cura di Marcello Sestito
La felicità guarisce, la felicità è arte e follia stasera al Limen di Vibo. La mostra a cura di Marcello Sestito ha un catalogo bellissimo che Antonella Pavia, dolcissima moglie di Marcello e sua collaboratrice, mi porge in visione.
Marcello Sestito ringrazia gli artisti-architetti invitati, e per i testi chiesti esplicitamente per l'occasione: Angela Bubba, Annalisa Insarda, Ippolita Luzzo, Olimpio Talarico e Domenico Dara, e poi lo staff del Museo Limen per aver ospitato i lavori nella prestigiosa sede dal 26 giugno al 26 di luglio 2026. Ringrazia Antonella Pavia, sua moglie, e dice "sostenitrice delle mie-nostre pazzie, perché senza la sua presenza io non sarei qui a parlare di follia.”
E nella quarta di copertina Marcello scrive: ”Sono circa 100e+ gli artisti invitati ad "Arte e follia", alla futura realizzazione di un Museo internazionale alla follia. Dimostrano ancora una volta che l'arte, con generosità, si pone sempre al servizio dell'umano nelle sue diverse sfaccettature. Ancora di più in questo caso, dove le affinità tra ciò che è normale e ciò che non lo è appaiono stringenti. Valgono pertanto le parole del geniale Edgar Allan Poe nel suo Eleonora: «Vengo da una razza nota per la forza della fantasia e l'ardore della passione. Mi hanno chiamato folle, ma non è ancora chiaro se la follia sia o meno il grado più elevato dell'intelletto, se la maggior parte di ciò che è glorioso, se tutto ciò che è profondo non nasca da una malattia della mente, da stati di esaltazione della mente a spese dell'intelletto in generale. Coloro che sognano di giorno sono consapevoli di molte cose che sfuggono a coloro che sognano di notte». Crediamo che coloro i quali hanno aderito con passione a tale progetto possano, a ragione, ritrovarsi nelle parole del poeta."
Nelle opportunità uniche che il mio destino mi ha riservato mi ritrovo, per volere di Marcello, anch'io con un mio pezzo insieme ai cari amici scrittori e voglio riportarlo qui con la grande felicità di esserci anch'io nella follia dell'arte
La risata del folle sobrio
Arte e follia Convinzione di essere di voler essere di poter essere artista, convinzione di essere di voler essere di poter essere poeta e prosatore come e più di tanti, convinzione che arte sarà o follia sarà. Scontrarsi con cosa un volto non ha.
Arte e follia ossessione comune. È arte quando l’ossessione diventa creazione, è follia quando l’ossessione è distruzione. È arte quando l’ossessione viene dominata, è follia quando l’ossessione domina. Il pensiero fisso può prendere il volo se si libera nel gesto, il pensiero fisso può inchiodare al muro se diventa prigione. Su questa dicotomia sta il rapporto tra arte e follia
Come riuscire a parlarne se non con Pirandello, con Shakespeare, con Erasmo da Rotterdam, con le tragedie greche in mano? Tutti sapranno la follia in letteratura, tutti sapranno gli studi della psichiatria, la nascita dei luoghi di contenzione dove curare o nascondere i folli, tutti conoscono i farmaci di cui si fa uso e abuso per lenire il disagio psichico.
Mancanza di adattamento alla realtà sembra che sia la follia, ma più precisamente è la mancanza di una serena convivenza fra l’io e il suo corpo, fra il pensiero e l’azione, fra accettare o non accettare uno squilibrio, una nullità.
Sgombrando però il campo dal patologico e da ciò che è campo della medicina noi qui dobbiamo parlare della follia come creazione, come composizione, come anelito vitale, come musica che vibra, come energia che invade e nello stesso tempo circoscrive l’atto dal fatto, il creatore dalla sua opera, la straordinaria nascita del talento.
Cosa ha costruito dunque la follia nel corso dei secoli se non l’indagine sul continuo ondivagare dell’animo umano, sui sentimenti di ira, invidia e vendetta, e nello stesso tempo erigendo costruzioni altissime che sfidassero il tempo, il nulla, statue e templi, dipinti e arazzi, musica e balli.
Siamo tutti folli e non lo siamo, in questa accezione però, del creare, del sentire la possibilità di dire la verità, anche se per convenzioni sociali dire la verità è segno di pazzia.
Siamo solo alcuni i folli, nel senso dello svelamento, della fiaba I vestiti nuovi dell’imperatore di Andersen, dove un bambino, ma avrebbe potuto essere un folle, addita l’imperatore e dice alla folla plaudente per i bei vestiti che lui in effetti non indossava ”Il re è nudo”
Sono sempre del parere che ora il bimbo sarebbe stato affidato ai servizi sociali ed è questa la vera follia odierna, la follia del conformismo, del volere imporre a tutti la stessa realtà
Nella disperazione del sentirsi folle, l’artista tenta spesso di adeguarsi e in quel momento perde ciò che era suo, nella disperazione di sentirsi incompresi alcuni hanno smesso di creare, hanno addirittura messo fine alla vita, e nella disperazione moltissime opere sono andate perdute, bruciate.
Arte e follia insieme come binomio vincente noi invece vogliamo, proprio in sfida ai tempi, ai rituali, alle convenzioni, arte e follia da regalare, solo un pizzico, un po’ a tutti, a tanti, a chi voglia colorare la realtà, a chi voglia rendere allegra la realtà con la risata del folle sobrio, del poeta.
Ippolita Luzzo
Opera di Marcello Sestito, architetto, artista critico e storico, Marcello è autore di circa 30 monografie dalla forte influenza sul piano dell'estetica, come vuole Franco Purini che lo definisce architetto scienziato, professore ordinario in Progettazione Architettonica e Urbana alla Mediterranea di Reggio Calabria. Ha tenuto conferenze in tutto il mondo dal Brasile alla Cina, dalla Spagna alla Siria. I suoi lavori si muovono prevalentemente nel rapporto tra arte e architettura, convinto, come sosteneva circa 30 anni addietro che le future architetture assomiglieranno alle sinapsi. Redattore con Pierre Restany nella rivista internazionale D'Ars a Milano, dirige la collana Eutopia a Roma per Timía edizioni. Si aggiudica il secondo posto per il waterfront di Reggio Calabria, concorso vinto da Zaha Hadid. Partecipa alla Biennale di Venezia e in due occasioni alla Triennale di Milano Ha esposto le sue opere a New York, Londra, Damasco, Seul, Arcosanti, e in molte sedi italiane. Premio alla carriera nel 2020.
Teodolinda Coltellaro scrive sui Pezzi
29 giugno 2019 Sui Pezzi scrive Teodolinda Coltellaro:
“Io l’ho letto con la fertile curiosità della scoperta, del "vediamo cosa propone la pagina dopo", dell’indovinarne il sorriso caustico nascosto tra le righe, insieme a tutti gli aspetti linguistici dirompenti di una scrittura modulata per il web: creativa, breve, immediata che si offre ad una lettura altrettanto veloce da consumarsi nel giro di pochi minuti e in quella brevità incidere, graffiare, restare, ritornare, scavare, lentamente e in profondità. E, leggendo, ho scoperto come, gioiosamente e con "grazia", ogni pezzo evidenzi i limiti e i parossismi di un contesto ( “il testo ha bisogno di un contesto in cui enunciarsi” -E. Morin) fatto di complessità in cui si tessono, si intrecciano relazioni spesso segnate dal "minima moralia" dei nostri tempi, “dall’indigenza della spiritualità” o, più semplicemente, dall’aridità o fecondità di valori che il singolo contesto comporta, laddove ci si può sfiorare senza incontrarsi, ciascuno perso nell’ insignificanza del proprio destino o nella solitudine di luoghi e cammini individuali. Ho letto, nella consapevolezza che il libro si possa, dopo una prima lettura, assumere anche per monodosi, soffermandomi di più su alcuni testi, rileggendoli dunque, nella densità ed efficacia stilistica del linguaggio, per meglio assaporarne la vena ironica, dissacrante, l'analisi, a volte tagliente e senza mediazioni, del reale, del quotidiano con le aberrazioni e le discrasie che solo può cogliere e sagacemente restituire chi nella parola scritta coltiva il pensiero libero, non asservito ad alcun potere, la libertà di interpretare il mondo affacciandovisi, come ad una finestra, da un blog che traduce la transitorietà e la frammentarietà di un universo in costante mutazione, liquido, come è, per sua stessa natura, quello del web. E il suo blog, da cui il libro è, appunto, una ben articolata restituzione, è proprio una finestra sul mondo- come dalla citazione di Raffaele La Capria- “ è un’identità forte , capace di includere in sé tutte le altre” . Così, ogni pezzo del libro di Ippolita può essere assimilato al singolo punto di un ologramma ognuno dei quali contiene il tutto - il mondo- di cui fa parte e, nello stesso tempo, il tutto, ossia il mondo, fa parte di ognuno di essi. Ne consegue che “ si deve ricomporre il tutto per conoscere le parti” e “una finestra aperta sul mondo” permette di farlo, nei singoli frammenti, nei singolo “pezzi” che lo contengono. Il libro, quindi, è un territorio semantico in cui le parole, i pezzi raccontano, dicono dei destini individuali e collettivi, della bellezza di un quadro, dell’armonia di un testo poetico e della dolorosa poesia del vivere, dell'emozione di un libro, di uno spettacolo, di un evento. Il libro sottrae i pezzi scritti da Ippolita alla dispersione del tempo, all'esasperante velocizzazione dell'esistente, li preserva così dai perversi meccanismi di fagocitazione bulimica, di consumo senza memoria, imposti dal divenire incessante del mondo globalizzato. I suoi pezzi vanno oltre la dimensione liquida dell'eterno presente, sollecitando il pensiero a percorsi interpretativi più profondi che non si esauriscono nel "qui ed ora". È per questo che, laddove Ippolita ne promette la pubblicazione postuma, la traduzione cartacea dei suoi "Pezzi", il suo libro insomma, diventa non già l'apparente nemesi dei suoi intenti contraddetti, ma la possibilità preziosa di ripensare il presente e il contesto e di riflettere sul nostro futuro che si annuncia più povero e fragile allorché il nostro vissuto si dissolve nella dimensione virtuale dell'esistere.”
già pubblicata qui il 26 giugno 2019
sabato 20 giugno 2026
Orazio Labbate in Litweb
Orazio Labbate a Lamezia e da allora con lui sto.
Ora copio da Il premio Strega 2026 le motivazioni per il suo romanzo proposto da Alberto Casadei Chianafera:”In una Sicilia in bianco e nero, un uomo fugge da Butera, la sua città, e approda nel manicomio della Madonna della Catena. Si chiama Orazio Labbate: è ferito, è quasi cieco, e non ricorda quale impulso o dramma lo abbia spinto laggiù. Nel manicomio, l’ambiguo custode Zino, e il falegname stracquadanio, gli rivelano
l’esistenza del diario maledetto — eredità familiare che diventa creatura viva, capace di divorare i ricordi e restituirli deformati. Orazio capisce di avere una missione: annientare la famiglia, eterna generatrice di cicli sempre uguali, di simboli e riti pensati per intrappolare il pensiero e il sogno. In un viaggio febbrile all’interno del diario, Orazio fugge dal manicomio e torna verso la casa della sua infanzia: lungo la strada lo attende la sfinge, alla fine di essa l’ultimo doppio: il suo.”
Io intanto credo di avere qui in casa da qualche parte un suo primo libro e intanto raccolgo “In Chianafera (NN) Labbate, che dirige la collana Interzona di Polidoro e scrive per La Lettura, riprende il tono onirico ed epico presente anche nel suo secondo romanzo, Suttaterra (Tunuè), per portare lettrici e lettori in un dramma familiare che somiglia a un viaggio negli inferi della memoria e dell’infanzia.”
Molto si è parlato durante la sua presentazione a Lamezia Terme dello Spirdu (Italo Svevo Edizioni, nella collana “Incursioni” diretta da Dario De Cristofaro, progetto grafico di Maurizio Ceccato), romanzo antecedente con cui Orazio Labbate porta a compimento un horror filosofico che si ispira alla metafisica di William T. Vollmann e alla “letteratura del disgusto” di Thomas Bernhard, dove italiano e siciliano si cesellano in una lingua mistica, fitta di neologismi. Molto si è parlato di letteratura durante la sua presenza nella Libreria Ubik Lamezia poche sere fa. Finalmente eravamo in compagnia di Sciascia, di Bufalino, di Bernhard, di Occhiato, calabrese, eravamo abitanti di Comiso, di Racalmuto, di Butera. E Butera è una bara ci disse e scrisse Orazio Labbate. Una Sicilia di paesi piccoli, di periferie estreme, una Sicilia lontana, difficile da raggiungere ancora ora. Nella mia testa tutto scritto sta, sta l’aridità del paesaggio, sta il mito e la maschera, sta la via crucis, le tante stazioni che vengono percorse ancora e ancora come prove di un videogame moderno.
Nella mia testa sta il “fiorire dell’immaginazione” che Orazio ha creato sia scrivendo e sia parlando provocando quel fenomeno della levitazione che nasce quando il corpo sta sospeso in aria sorretto da un evento paranormale. La letteratura come elemento disturbante, come dice lui, o innalzante come dico io, una letteratura di libertà. Tanto potrei ancora dire ma il piacere vuole anche la brevità per lasciare il languore di rileggere tutti i libri di Orazio e i racconti Stelle ossee” LiberAria Editrice, altra casa editrice amatissima diretta da Giorgia Antonelli.
Ippolita Luzzo
lunedì 15 giugno 2026
Con Pina Majone all’Uniter
Conoscevo Pina Majone Mauro già nel 1974 ma non ci eravamo frequentati perché allora stavo in una specie di carcere medievale per cui a casa prima del tramonto e senza altro da fare se non leggere e studiare.
Ho rivisto Pina Majone Mauro ai funerali del marito, Albino Mauro, e da subito lei al momento delle condoglianze mi disse:-Vieni a trovarmi.- Ora eravamo entrambe in pensione, entrambe vivevamo da sole e benché lei di quasi venticinque anni più adulta divenne la mia amica più cara. Ogni giorno per ben due ore io salivo nella sua bellissima casa e parlavamo tantissimo di libri io le leggevo ciò che avevo appena scritto, lei mi leggeva le sue poesie, i racconti i saggi. Dal 2013 per anni ho poi presentato con lei Frontiera, ho portato Frontiera, le sue canzoni alla Calabria nelle scuole, ho presentato e organizzato eventi con lei, poi la terribile tragedia della morte di Carlo, il bellissimo e amatissimo figlio, uno degli uomini più gentili che io abbia conosciuto. A nulla valse per lei l’amicizia con Villari che la telefonava, a nulla valse la poesia, lei voleva morire per andare da Carlo. Scrisse Il portico della luna dedicandolo a Carlo e insieme lo abbiamo presentato ad una libreria che non c’è più e nemmeno Savina la libraiac’è più. Sono stata al suo compleanno proprio prima del Covid e lei benché ormai non più a casa sua ma in una struttura mi chiese se i suoi libri erano in Libreria Tavella. Amava moltissimo i suoi libri li amava perché era lei nei suoi libri con la grande ricchezza intellettuale. Di lei voglio farvi conoscere un suo testamento che lèggevamo e commentavamo spesso io ridendo con la mia risata benevolente verso i miserabili e lei con lo sberleffo verso ciò di cui non aveva stima.Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo
DOMENICA 2 NOVEMBRE 2014
Frontiera di Pina Majone Mauro.-Miscellanea a cura di Ippolita Luzzo
Frontiera di Pina Majone
Miscellanea a cura di Ippolita Luzzo
Per lungo tempo appagati e felici pag121
Bagnammo nel miele il pane dell’esilio
Oggi però remiamo all'incontrario
Nel mare della nostra indifferenza
Per ritornare dove abbiamo lasciato
Appese al muro le nostre chitarre
…
Non è ricca la pesca ma stasera pag122
Dopo una mensa odorosa di mare
Possiamo riaprire le finestre
Ad una notte da reinventare
Ad un mattino che s’indora di sole
Mentre io comincio con l’intitolare
Al vostro ritorno l’ultimo mio canto
…
Solo tornando s’impara a non partire
…
Ognuno ha il suo tempo e la sua storia pag33
Ma noi del sud non nascemmo vincenti
…
Se la storia non ignora se stessa pag34
Mai più saliremo sui treni dell’esilio
...
Il ritorno è un circuito della mente pag73
Che ripassa per vie dimenticate
E s’incatena al canto notturno
Di chi grida al cielo sottovoce
Un nome mai scordato che si perde
…
Mare via di sale per anime in fuga pag159
Dal proprio nome dalla propria fame
...
Bentornati alla casa alla foce pag74
Bentornati al fiume della vita
...
Torniamo insieme meglio se siamo in tanti pag145
Al mare alla casa al campo che lasciammo
…
Nell'asfittico spazio del destino pag185
Ritorno cavalcando la speranza pag230
Mare unico celeste paradiso pag231
In questo sud oscuro come l’inferno
Mare solcato dagli scafi insanguinati
Là dove il fato sbarrò la tua strada
Là io ti attendo in anima e dolore pag 231
anima che non sa dove cercarsi pag 232
Ippolita Luzzo
sabato 6 giugno 2026
Orribile e terribile
Il 26 giugno un mio pezzo sarà al Museo della Follia grazie a Marcello Sestito. Qui invece vi riporto al passato
Da un mio post del 6 giugno 2024.
Orribile e terribile, sono i due aggettivi che uso più di frequente da qualche tempo
. Sono due aggettivi per qualificare il matrimonio vip del miliardario indiano sul panfilo ormeggiato accanto ai poveri migranti che sbarcano e affrontano il mare a rischio della vita.
Orribile e terribile mi servono per manifestare tutto il mio sconforto e la mia impotenza stasera al sentire le parole di Santoro a Lamezia Terme anche lui oppresso da queste guerre di cui nessuno vuole la responsabilità ma tutti alimentano.
Orribile e terribile la testimonianza di una madre a cui la mafia ha ucciso il figlio, una testimonianza straziante da una zona, il Vibonese, di grande violenza e intimidazione sui singoli cittadini inermi.
Orribile e terribile questo osceno capitalismo che a forbice sempre più divarica il profitto verso pochi e allarga a dismisura gli indigenti. Una indigenza orribile e terribile: economica, spirituale, culturale, una indigenza di affetti, di relazioni umane.
Orribile e terribile la nostra stessa impotenza a poter manifestare contro questa privazione a vivere in un mondo pulito, in un luogo pulito, vivere semplicemente senza più usare questi due aggettivi qualificativi.
Ippolita Luzzo









