mercoledì 22 luglio 2026

Michele Mari I convitati di pietra

 


Rivadeneyra si abbandonò al sogno di un'ulteriore stretta: un solo premio, tutto il premio, per un unico sopravvissuto…Bastava che fino all'ultimo l'adrenalina scorresse impetuosa, e per questo si doveva alzare ancora l'asticella. Aspettare di essere in tre (ammesso che lui ne facesse parte) per votare l'emendamento era troppo rischioso, perché la prospettiva di mettere le mani sulla propria parte, e subito, dopo decenni di attesa, avrebbe fatto cadere la proposta, Bisognava dunque parlarne con un certo anticipo ma senza scoprire le carte, con accenni discreti e ipotesi buttate là come giochi accademici per far sí che anche gli altri familiarizzassero con l'idea. Certo, non gli sfuggiva l'obiezione per cui i tre vincitori, giunti verosimilmente a un’età fra gli ottanta e i novant'anni, e avendo data prova di una longevità che ne avrebbe potuto fare dei centenari, si sarebbero dovuti sobbarcare l'onere di un'ulteriore, snervante attesa, lasciando finalmente all'unico superstite, ormai una mummia decrepita, ben poco tempo per godersi il premio. Ma era proprio quello il punto, che non c’era nulla da godere! Era nello spirito del gioco, che i vincitori o il vincitore non godessero nulla! li denaro era un pretesto, il vero premio era la vittoria” a pagina 66 mi ritrovo a fermarmi a mettere un foglio, un segnalibro artigianale per fermare il momento in cui alla riffa che la III A fa alla cena della maturità si prevede un emendamento. “ Leggendo Michele Mari arrivo a pagina 78-79 e poi ancora a pagina 86-87 e poi a pagina 125 Rivadeneyra guardava il foglio bianco che avrebbe messo nella busta da sigillare con la ceralacca per allegarla al testamento olografo. Si sorprese a pensare alla beneficenza, un’idea che aveva fortissimamente avversato quando era stata  proposta tanti anni prima: possibile invece che avessero ragione loro, che la riffa avrebbe avuto un senso più alto se avesse implicato un finale all'insegna della generosità? Non era poi così difficile ammetterlo, soprattutto ora  che la vita se ne stava andando e tante cose che avevano avuto un senso non lo avevano più”

22 luglio 2016


Guerre combattute con corpi buttati sulle coste, con corpi esposti nudi e in manette, con corpi ai fili spinati, nei cassoni di camion, in carcere torturati, guerre moderne combattute al tempo di Odissea 2001

domenica 19 luglio 2026

Paolo Lago su Carmilla scrive su Il primo pezzo non si scorda mai

 

di Paolo Lago

Ippolita Luzzo, Il primo pezzo non si scorda mai. 10 anni di Regno della Litweb, Città del sole edizioni, Reggio Calabria, 2022, pp. 96, euro 12,00.

Il primo pezzo non si scorda mai. 10 anni di Regno della Litweb, uscito lo scorso anno, raccoglie alcuni dei pezzi scritti da Ippolita Luzzo nel 2012 e nel 2013 sul blog da lei fondato, appunto, nel 2012, “Il Regno della Litweb”. Si potrebbe cominciare ad analizzare questo libro dalla copertina che ci mostra la stessa Ippolita disegnata in una sorta di caricatura, con in mano un libro e una penna. Il disegno rimanda all’universo della satira, dell’irriverenza, dell’osservazione della società con distacco critico. Come nota lo scrittore e studioso siciliano Giuseppe Giglio nell’introduzione al volume, la parola “regno” ci conduce nell’immaginario della fiaba, ma una fiaba un po’ particolare, in cui “le regine e i re non sono i poeti e gli scrittori ma tutti i lettori”. Si tratta infatti di un regno che non si trova sulla Luna, come nel racconto ariostesco, e non è neppure fatto di marzapane o di pan di zucchero, né tanto meno vi si trovano “omini di burro” come nel “paese dei balocchi”. È un regno fatto di letteratura, ma di letteratura che si interseca e si connette strettamente con la vita di tutti i giorni e con le problematiche sociali quotidiane. Perché – continua Giglio – Ippolita “è un folletto, un arioso, ariostesco folletto di incontenibile curiosità”. E definire Ippolita come “blogger” sarebbe sbagliato perché lei stessa si trasforma in personaggio: lei non scrive “post”, ma “pezzi” nei quali entra lei stessa in prima persona, con il suo corpo e con la sua mente, con le sue gioie e le sue amarezze, ponendosi per certi spetti all’interno del solco tracciato dal personal criticism della critica femminista angloamericana.

Per mezzo del suo “regno”, Ippolita Luzzo spalanca una finestra sul mondo e lo guarda dalla sua ottica eccentrica, distaccata ma fino a un certo punto, come nella migliore tradizione dell’antica satira menippea, quel genere che si fa risalire alle opere perdute di Menippo di Gàdara (III sec. a.C.) e che fa sentire il suo influsso nelle opere di Luciano di Samosata, nell’Apokolokynthosis di Seneca e nel Satyricon di Petronio. Una critica che sì, fa sorridere ma che, in fin dei conti, appare venata di una certa amarezza. Come nel constatare, nel pezzo datato 10 agosto 2012, che “siamo un popolo di guardoni”, ormai preda di una ‘vetrinizzazione’ senza precedenti a causa di una “trasparenza” insita nei meccanismi autoimposti dei social. Una società – si potrebbe aggiungere – non troppo diversa da quella affrescata da Petronio nella cena Trimalchionis del suo Satyricon per la quale, come scrisse il fine latinista Marino Barchiesi, “la teatralità è divenuta un modo di esistenza” e in cui “l’individuo (quello che conta o che vuole contare) vive per vedersi vivere ed essere veduto”. L’autrice si scaglia poi contro l’omologazione socio-culturale nel pezzo intitolato Nel migliore dei mondi possibili, in cui il rimando al Candido di Voltaire si trasforma in una denuncia della società contemporanea rigidamente omologante: infatti, “nel migliore dei mondi possibili non è facile essere una donna, un uomo pensante”. Il pensiero mette in moto il meccanismo del dubbio, del “forse”, difficilmente rintracciabile in una società ‘vetrinizzata’ come quella contemporanea.

Ci si può ritrovare, allora, “spiaggiati sulle rive del web dopo la mareggiata”, come Ippolita scrive nel pezzo datato 31 ottobre 2012. Però, nelle parole dell’autrice non c’è soltanto disperazione, disillusione, rinuncia ad agire; risuona in esse, invece, la possibilità di fare qualcosa per rendere più ‘umane’ le nostre vite digitalizzate, anche e soprattutto “per i ragazzi che sono nati già qui spiaggiati, già qui da soli abbandonati con una bottiglia, con una lattina, con un cellulare”. Sempre all’alienazione provocata da un uso eccessivo del web e dei social è dedicato il pezzo dal titolo Dirlo a tutti per non dirlo a nessuno, al cui centro vi è la comunicazione dei sentimenti – anche quelli più intimi e privati – tramite i social a degli “amici” virtuali la cui durata è quanto mai effimera. Anche il dolore più terribile “lo urliamo nell’etere opaco del web” e si trasforma in “fotina”, in “messaggino”, in “mail”, in “Url da trascinare, da saper ricopiare nella frammentazione dei rapporti retati”.

Come possiamo capire da quanto detto finora, Il primo pezzo non si scorda mainon raccoglie solo e soltanto ‘banali’ recensioni di libri ma “pezzi” che, configurandosi positivamente come veri e propri outsider, come dialoghi aperti ai lettori che prendono le mosse dall’opera letteraria presa in esame, valicano i confini dei generi (alcune sono vere e proprie prose poetiche) e percorrono le vie del web in modo antitetico alle frasi e ai pensieri lasciati sugli alienanti social: se la parola “Litweb” rimanda all’universo della letteratura, quest’ultima si apre appunto come un universo, un mondo che racchiude in sé ogni singola sfaccettatura dell’esistenza, inclusi gli aspetti di tipo sociale, politico ed economico. Ed è così che fra i “pezzi” di Ippolita ne incontriamo anche uno intitolato La Beirut di questi anni che racconta come la sua città, Lamezia Terme, sia stata devastata non da una guerra sanguinosa, come è successo in passato a Beirut, ma da sventramenti, demolizioni che hanno lasciato spazio a nuove costruzioni e pavimentazioni ‘ultramoderne’ del centro storico, a blocchi di cemento che vorrebbero essere case costruiti su un lungomare dalla costa erosa di fronte a un mare violentato e inquinato. E allora si potrebbe pensare a quante “Beirut dei nostri anni” ci sono in Italia, centri storici deturpati, nuove costruzioni nate accanto a edifici medievali (come già denunciò Pasolini nel documentario La forma della città del 1974, in cui il poeta e regista inquadra con la macchina da presa un caseggiato cubico degli anni Settanta che svetta a pochi metri dalla silhouette storica del paese di Orte), vecchi palazzi abbattuti quando invece si sarebbe potuto restaurarli. Tutto in nome di uno sviluppo capitalista che non guarda in faccia a niente e a nessuno. Non posso allora non pensare a quanto è accaduto nella mia città, Livorno, dove i palazzi che non sono stati distrutti dai bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale (particolarmente intensi e micidiali sulla città) sono stati abbattuti dalle amministrazioni comunali, scelta certo più facile, dettata dalla rapidità consumistica imposta dal boom economico, piuttosto che procedere a un’attenta messa in sicurezza e al restauro. E, in tempi più recenti, con rammarico e rabbia, penso ai cinema – anche edifici di indubbio valore artistico e culturale – abbattuti per far spazio a parcheggi e palestre. Cinema frequentati nella mia infanzia e nella mia adolescenza, cinema dove ho visto film importanti per la mia formazione: abbattendoli, hanno inesorabilmente portato via per sempre anche delle parti di me.

Le stesse recensioni, nel volume di Luzzo, si trasformano in denuncia militante, come in quella che prende in esame Scrivere polvere, romanzo di Daniele Semeraro che affresca la condizione di un Sud Italia abbandonato a sé stesso o, meglio, abbandonato a un sistema che lo sfrutta solamente in funzione del consumo; un Sud che ancora continua a palpitare della sua anima semplice e gentile “sotto la coltre del consumo, dei centri commerciali, dell’arroganza del potere”. Parlando di recensioni e di letteratura, l’arroganza del potere è poi anche quella dei “giornalisti affermati”, quei Catoni superciliosi che dispiegano le loro idee e opinioni (non per nulla si parla di ‘opinionisti’) dalle colonne dei giornali cartacei (e delle loro rubriche di letteratura, vere e proprie inarrivabili cattedrali aperte solo a baroni e baronetti accademici) e che si pensano superiori a chi scrive sul web. Perché, nota Ippolita, “noi, gli altri, possiamo scrivere come voi esattamente come voi, giornalisti affermati. Possiamo scrivere di tutto, anche di cazzate, esattamente come voi, meglio di voi, quanto voi. Ecco perché, carta stampata, non è vero che non ti amo più, … Ti amo e ti odio… come Catullo”.

Infine, a decretarne l’aspetto comunicativo e anche comunitario, in chiusura del volume incontriamo una “Postfazione con voi tutti”, in cui Ippolita dà voce ai suoi lettori che le hanno inviato un contributo. Ricordo qui quello scritto da Giuseppe Torchia, che definisce Ippolita Luzzo come “il Grillo Parlante di Lamezia Terme” così continuando: “‘Loro’ fanno finta di nulla… ma tu ‘ci sei’ più di loro”; una frase dai toni epigrammatici che mi fa pensare proprio a un epigramma di Pasolini, indirizzato “Ai nobili del circolo della caccia” che così suona: “Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini: / ora un po’ esistete perché un po’ esiste Pasolini”. Ecco, allora potremmo pensare che nel fiabesco Regno della Litweb, fra le altre cose, si possa trovare anche una pozione magica, un antidoto per resistere a tanti “vecchi pecoroni papalini” dei giorni nostri.

mercoledì 15 luglio 2026

Romano A. Fiocchi scrive sulla Dareide


 L’ex insegnante Ippolita Luzzo è un'infaticabile e originale divulgatrice di libri e promotrice della lettura. Lei per prima lettrice accanita. Ma anche critico militante attraverso un blog (il Regno della Litweb) che è nato quasi per caso nel 2012 e ha ormai invaso anche i social. Ippolita ha pubblicato le sue note di lettura nella raccolta "Pezzi", uscita per Città del Sole Edizioni. Ora, con lo stesso editore, esce una sorta di integrazione: "Dareide", che sarebbero “pezzi” su un unico autore, ossia Domenico Dara. Ippolita Luzzo è fatta così. Se non fosse che ci siamo scritti più volte (e con piacere reciproco), mi verrebbe da pensare che sia un personaggio uscito da qualche libro straordinario, tipo Il piccolo libraio di Archangelsk. O direttamente da Alice nel paese delle meraviglie.

martedì 14 luglio 2026

Alessandro Chidichimo 14 luglio 2024

 


Ci siamo tutti in questo libro, ci sono anche i nostri genitori, il papà di Emilio, mia madre, il papà di Alessandro che non riconosce più la moglie e chiede intorno a lui chi lei fosse ed appena saputolo con grande gioia l’abbraccia e la bacia. Ci siamo tutti in questo soffio che è la vita, in una delle conversazioni con mia madre che mancando pochi giorni al compimento dei suoi cento anni mi disse: La vita è un soffio.- La vita, istruzioni per l’uso di George Perec mi ritorna come titolo, la vita che vorremmo, era invece il titolo di un mio post, vita amatissima che muta, si trasforma in un continuo avvicendarsi. Sono già stata qui, sono tornata, tornerò, nei tre tempi che scandiscono il nostro passaggio e insieme il nostro mutare.        Pagine viventi ha scritto Alessandro Chidichimo, pagine che ci riguardano, in una lettura di pensiero, di distanza, di partecipazione.                      


Durante l’assistenza a mia madre, proprio ad agosto, un anno fa, recitavamo con lei @insieme X Agosto di Pascoli. Non abbiamo nemmeno un video della sua recita ed ora io e mia sorella ce ne rammarichiamo. Ritornava una rondine al tetto, ci sembra di sentirla, e non ci sembra possibile chiudere la sua casa. Non siamo mai pronti pur dicendoci che lo saremo.                 Ogni frammento di questo libro è nostro, sono nostri i gesti, nel leggere ricordo le mani del padre di Emilio, coetaneo di mia madre, un secolo di storia e cerchiamo di afferrare le parole con queste mani. Alessandro ci dice l’indicibile, ciò che si tace. Una volta il momento del commiato veniva colorato di nero, di un lutto che durava tre giorni, di un lutto a casa. Io ricordo bambina le cassate, le granite, i caffè che arrivarono a casa nel luglio del ‘74 alla morte di mio nonno. Ora invece i parenti nemmeno salirono in casa di mamma. Ci si saluta e via. Dove siamo rimasti? Dove ci troviamo? Dopo sei mesi io entro a casa di lei e la chiamo:- Mamma, sei qui?- ecco la gioia, sentirla qui con me, con noi, ora sarebbe molto felice, felicissima di sentire che parlo di lei, di noi, con voi.                                           Alessandro dà voce a tutto ciò che noi proviamo e abbiamo provato quando un nostro genitore caro va via, dà voce a loro e rimane una bellissima gioia sentirli felici questi nostri cari, felici di essere vivi in noi. La gioia.         Ippolita Luzzo

lunedì 13 luglio 2026

Toni Servillo al Liff


 13 luglio 2022 Provo a raccontarvi per fissare alcuni punti della stratosferica testimonianza di ascolto stasera delle parole ma soprattutto del ragionamento di #ToniServillo sul teatro. Il teatro casa, il teatro luogo che dovrebbe essere sempre aperto al popolo, il teatro luogo di formazione e di rappresentazione, luogo di verità. Il teatro luogo di civiltà e con una funzione civile, il teatro pieno in tempo di guerra, il teatro che ci dona una idea di stare al mondo. E nel teatro gli attori, il regista, lo sceneggiatore, una compagnia da prendere per mano, da tenersi per mano per tutto il tempo che durerà la messa in scena, l’atto teatrale. Ad ognuno compiti diversi e l’attore ha quello di essere un tramite fra il

Testo e il pubblico, dovrà farsi strumento ma nello stesso tempo immaginare, inventare il personaggio vivente, vero. Ha detto moltissimi altri stupendi e superbì pensieri stasera ma vado a memoria e posso solo affidare a Toni Servillo lo scettro de Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo

martedì 7 luglio 2026

7 luglio 2015


 Da un mio post su Facebook                                           

Guardo i visi che mi passano dalle schede di Facebook. 

Gente che non vorrei mai qui e mi sovviene che anche mio profilo scivolerà come offerta alle Home di costoro.


 Metto quindi solitari intenti ad


innaffiare una scena desertica.

 Un teatro è

Ippolita Luzzo