Orazio Labbate a Lamezia e da allora con lui sto.
Ora copio da Il premio Strega 2026 le motivazioni per il suo romanzo proposto da Alberto Casadei Chianafera:”In una Sicilia in bianco e nero, un uomo fugge da Butera, la sua città, e approda nel manicomio della Madonna della Catena. Si chiama Orazio Labbate: è ferito, è quasi cieco, e non ricorda quale impulso o dramma lo abbia spinto laggiù. Nel manicomio, l’ambiguo custode Zino, e il falegname stracquadanio, gli rivelano
l’esistenza del diario maledetto — eredità familiare che diventa creatura viva, capace di divorare i ricordi e restituirli deformati. Orazio capisce di avere una missione: annientare la famiglia, eterna generatrice di cicli sempre uguali, di simboli e riti pensati per intrappolare il pensiero e il sogno. In un viaggio febbrile all’interno del diario, Orazio fugge dal manicomio e torna verso la casa della sua infanzia: lungo la strada lo attende la sfinge, alla fine di essa l’ultimo doppio: il suo.”
Io intanto credo di avere qui in casa da qualche parte un suo primo libro e intanto raccolgo “In Chianafera (NN) Labbate, che dirige la collana Interzona di Polidoro e scrive per La Lettura, riprende il tono onirico ed epico presente anche nel suo secondo romanzo, Suttaterra (Tunuè), per portare lettrici e lettori in un dramma familiare che somiglia a un viaggio negli inferi della memoria e dell’infanzia.”
Molto si è parlato durante la sua presentazione a Lamezia Terme dello Spirdu (Italo Svevo Edizioni, nella collana “Incursioni” diretta da Dario De Cristofaro, progetto grafico di Maurizio Ceccato), romanzo antecedente con cui Orazio Labbate porta a compimento un horror filosofico che si ispira alla metafisica di William T. Vollmann e alla “letteratura del disgusto” di Thomas Bernhard, dove italiano e siciliano si cesellano in una lingua mistica, fitta di neologismi. Molto si è parlato di letteratura durante la sua presenza nella Libreria Ubik Lamezia poche sere fa. Finalmente eravamo in compagnia di Sciascia, di Bufalino, di Bernhard, di Occhiato, calabrese, eravamo abitanti di Comiso, di Racalmuto, di Butera. E Butera è una bara ci disse e scrisse Orazio Labbate. Una Sicilia di paesi piccoli, di periferie estreme, una Sicilia lontana, difficile da raggiungere ancora ora. Nella mia testa tutto scritto sta, sta l’aridità del paesaggio, sta il mito e la maschera, sta la via crucis, le tante stazioni che vengono percorse ancora e ancora come prove di un videogame moderno.
Nella mia testa sta il “fiorire dell’immaginazione” che Orazio ha creato sia scrivendo e sia parlando provocando quel fenomeno della levitazione che nasce quando il corpo sta sospeso in aria sorretto da un evento paranormale. La letteratura come elemento disturbante, come dice lui, o innalzante come dico io, una letteratura di libertà. Tanto potrei ancora dire ma il piacere vuole anche la brevità per lasciare il languore di rileggere tutti i libri di Orazio e i racconti Stelle ossee” LiberAria Editrice, altra casa editrice amatissima diretta da Giorgia Antonelli.
Ippolita Luzzo









