Pezzi” di Ippolita Luzzo
Cara Ippolita
In volo con parole e distorsioni ti leggo, e nel marasma letterario colgo, raccolgo.
Ho preso appunti sin dall’inizio, dalla prefazione di Bruno Corino che si allaccia a scrittura
«“liquida” nel senso baumaniano del termine» e cita: creatività e vivacità.
Le tue armi sono bianche ma ben affilate, acciambellata come un felino sai quando sferrare gli artigli. C’è dell’autentico in ciò che qui si fa con la parola, volontà di scardinare gli elementi precari dell’esistenza; la vita qui scorre come torrente in piena, anche dove si tenta d’istigare dolcezza la verità punge, dell’amicizia per esempio, qui si esercita, in qualche modo, giustizia. Si scrive del “muro” e de “L’indigenza della spiritualità”; volendo finalmente spalancare gli occhi lo vediamo chiaramente il “Circo Barnum”
Sono con te Ippolita, in lettura, nel limite di tempo a mia disposizione, ti porto con me ovunque per un intero giorno, limitata perché umana e quindi fabbricante di -limiti di tempo-, e altri limiti che forse m’invento. Però sono con te, a “La Teoria del tutto”: qui tento di raccogliere “la penna” e mi allaccio alla tua personale teoria sulla mente che può volare. Volo con te e con le tue parole in “Pezzi” sottobraccio a “San Paolo e Dostoevskij” (Pag.92) col mio cartello muto e cieco, e il mio rifiuto.
Sapersi indignare è una qualità, va esercitata con fermezza ed ironia; qualcuno avrebbe serie difficoltà a mescere sino a ricavarne oralità ben fatta, persino filosofica.
[…] Resterà il gusto di capire se un libro è scritto bene, se è scritto male, se ne sentiamo il suono, il ritmo, se sorridiamo leggendo, se ci fa compagnia, se è un libro onesto e ci libera dal nostro fastidio quotidiano.” […]
“Oh Leggerete! Perché leggere tornerà di moda. (Pag. 98-99)
E io ti leggo, navigo, percorro in toto il tuo cammino.
Di Ippolita Luzzo non posso affermare alcunché, non l’ho mai incontrata, e per addurre servirebbe comunque il tempo necessario di approfondire una qualsivoglia forma di conoscenza: tuttavia dalle parole che uno scrittore sceglie, dalla cadenza musicale che intercorre fra le righe, qualcosa si intercetta. Avverto una bontà genuina e schietta, oltre all’intelligenza e la cultura c’è una vita piena, fatta di ricerca.
“Pezzi” ha ingredienti variegati, non mancano le gioie, ma nemmeno i dolori, e non è affatto banale come sembra, si scrive di autunni poetici:
“L’autunno porta insieme alle foglie rosse degli alberi il crepuscolo, il freddo improvviso, il coprirsi e riflettere con il calore rubato alle piume d’oca.” (pag. 155)
E viene voglia di attraversarlo tutto quest’autunno, c’è spazio per andare oltre e immaginare. Avverto sin dall’inizio una aposiopesi, si aleggia in altra dimensione catturati sin da subito, non si può che leggere d’un fiato e ci si chiede, giunti alla fine, se vi sarà un prosieguo, un “Pezzi” due, o altro che racconti ancora e ancora.
Scorrevolezza e contenuti, uno sguardo dalla finestra, ospiti di una casa nella quale ci accomodiamo fra le righe, viaggiamo su vagoni imbottiti di parole.
È una casa-treno, muove percorsi che si snodano senza fretta ma implacabili trattengono.
Siamo due anime differenti e diverso è stato ed è il nostro percorso; per quale straordinario evento ci siamo incontrate tramite la parola non so, eppure, un refolo alfabetico mi unisce in misura di intenti e sensazioni a questa tua scrittura schietta. Intravedo e avverto, mi emoziono del non-detto, di parole con le quali tratteggi con disinvolta acutezza, tentando con veemenza di spalancare quella finestra a cui fa cenno Raffaele La Capria. E riesci nell’intento.
Gomitoli srotolano, serpeggiano di libro in libro, tessono turbamenti, patimenti, gioie; un volo pindarico.
Ogni orizzonte cattura lo sguardo, ogni sguardo va in una direzione ed ognuno vede a suo modo ciò che guarda, un po’ come il pensiero di cui scrive Ovejero (p.156) , pensiero che forse mai riusciamo a condividere interamente; è questo il senso della condivisione letteraria? camminare una di fianco all’altra in rilassato silenzio, abbandonare ogni fragore e lasciare che il libro racconti da sé ciò che in noi ristagna sottochiave.
©Tiziana Tius










