sabato 22 agosto 2026

Roberto Amato Attitudini terrestri

 Roberto Amato Attitudini terrestri in Litweb: Un uovo e un chicco d’uva il suo pasto, leggo nella biografia di Roberto Amato, nei 14 capitoli di Alessandro Trasciatti. Un uovo e un chicco d’uva mi ricorda una estate del 1988, quando io per dire ciò ad una amica l’ho persa per vent’anni, sentitasi offesa da me nelle sue abilità in cucina. Cosa vuoi per cena? Mi chiese lei. Ed io risposi: Per me, Anna, anche un uovo! E su un uovo ritorno indietro ai versi e alla poesia di un uomo delizioso, ironico e giocoso, e nello stesso tempo sfuggente e sconosciuto. Roberto Amato appare e scompare, ritorna e sarà ogni volta diverso nel gioco antico della seduzione attraverso la parola, sempre diversa, sempre una sorpresa. Scrivere per trovare un io, per costruire una identità e scrivendo quell’io verrà distrutto, scrivendo si diventa altro. Ognuno di noi avrà cercato un suo io non trovandolo, lo avrà immaginato e donato ad altri per quella relazione cercata e mai raggiunta con un simile. Attitudini terrestri a sedurre, a immaginare di scrivere una lettera: Poesia è: Lettera ad Elvio. Un frammento da Le Attitudini terrestri. “Darti notizie di me è quasi un motivo ornamentale. La mia vita si svolge come un nome di filo in un fazzoletto. Questo mi sembra plausibile. Eppure ho pensato a te senza smettere mai. Anche se sono qui per nascondere a tutti i miei pensieri ricamati.

E mi viene da piangere a pensare alla bellezza di questa cella ariosa. A come sono fortunato. A come il mondo è perfetto e del tutto cauterizzato (come dice il Dottore) dalla luce che brucia tra le foglie.

Se sono un tiglio o un’allodola nessuno lo sa con certezza. Ma noi, io e te, potremmo essere una cosa sola, un dolore unico e universale, una felicità senza sponde, un suicidio perfettamente calcolato, una malattia incurabile come il raffreddore. E potremmo scaldarci le mani e i piedi in un contatto talmente equinoziale che tutto poi sarebbe irragionevole. Anche il computo ritmico delle stagioni.” Roberto Amato ci ipnotizza con il suono melodioso di una nenia, ci trascina in una abitazione lontana, potremmo essere una cosa sola con lui, noi leggenti e lui accanto a darci universi e angeli carezzanti. Una estate con lui In Litweb un omaggio ad un poeta vero. Le Attitudini Terrestri di Roberto Amato “A volte la felicità mi sfugge. È come se perdessi il controllo di una mano o di un piede. Mi affaccio e vedo gli alberi leggermente mutati. Forse l’estate è troppo inoltrata. E anch’io mi sono inoltrato in un punto della stanza che non avrei dovuto attraversare.

Penso che questi muri dovrebbero oscillare insieme all’aria remigata dagli alberi, e risuonare come lamine di celesta. Invece sono costretto a immaginare un saggio sull’immobilità coatta dei manicomi. E mi viene da piangere continuamente. A chi rivolgere le mie pene saggistiche? Non posso fare affidamento su nessuno. La Cuoca è quasi sempre in cima a un albero del pane, dalla scorza cocciuta e dalle foglie troppo lontane. Il Barbiere sarebbe pieno di dolcezza, ma i ricordi un po’ lo assopiscono, un po’ lo fanno volare via.” A volte la felicità mi sfugge, ma si è felici se ci lasciamo rapire dall’istante, se riconosciamo il dono di un regno, di tanti personaggi accanto, di tante persone simili. Sul nulla del nulla può nascere un fiore oppure altro nulla, chissà! Ipnotizzati e visitati presso un ambulatorio psichiatrico  i pazienti sostano stupefatti. Curati da un dottore. Visitati. Intanto Roberto Amato, bello e impossibile, legge al Festival dei poeti a Rotterdam le sue carezze angeliche. Sì può darsi che lei abbia ragione. Ippolita Luzzo

venerdì 21 agosto 2026

Premi

6 Agosto 2015 a casa di Pina Majone Mauro.  La mia amica mi porta nella stanza dei premi ottenuti durante una vita di poesia, di lavorio intellettuale critico e serio. Premi affissi alle pareti, premi poggiati su libreria, su scrivania, su seggiole e per terra. Premi messi in scatoloni. Premi accatastati uno sugli altri a formare piramide instabile di un immaginario unico premio. - Che me ne faccio?- mi sta chiedendo lei, con tristezza. - Cosa mi importa se nel 2000 ebbi premio del geranio e nel 99 premio del garofano? Cosa mi interessa del premio dei premi, di tutti questi premi? Nulla.- La credo. Infatti io credo che i premi non servano se non a fare una bella festa, a far conoscere momentaneamente quel l'autore.  Nella nota canzoncina che faceva così "Premi premi premi, che se premi tu premierò anche io- premere e premiare stessa radice hanno, conveniamo insieme con mia amica

giovedì 13 agosto 2026

Il non amore


 Nove anni fa:Il vero problema sta nel non amore. 

Non amano libri e letteratura coloro che usano libri e letteratura per mettere in piedi premi letterari scemi per premiare i personaggi importanti o il compare più vicino,

 non amano libri e letteratura coloro che presuppongono di essere poeti per due versi scemi e  si nominano scrittori per quattro parole messe in fila. 

Non amano neppure i grandi personaggi della storia morti ammazzati per le loro idee ed ora usati per una battuta di ferragosto qui su Facebook.

 Tristezza totale al tempo del non amore malgrado Tutti i  cuori scemi

Ippolita Luzzo 

giovedì 23 luglio 2026

Nicola Argenti scrive su Pezzi dal Regno della Litweb


 I PEZZI DI UNA MACCHINA DEL TEMPO

Quando ho letto i Pezzi di Ippolita Luzzo sono immediatamente tornato al breve arco dei miei 16-20 anni, periodo nel quale scrivevo in maniera forsennata e affamata. A differenza dell’autrice, viscerale ma chirurgica, quel che veniva fuori al sottoscritto era il ritratto della camera disordinata di un adolescente-giovane uomo. Ma cosa è che scrivevo? Pensieri sparsi, abbozzi immondi di poesia, imbrattamenti vari, e chiamavo tutto questo “i miei pezzi”, non sapendo (o non volendo) dargli già la denominazione certa di “poesie” o “racconti”. Particelle impazzite, elettroni ribelli, protoni malinconici e fotoni adolescenziali, tutti utili a comporre il tessuto temporale della mia piccola esistenza, con un futuro incerto e con una immatura percezione dei pochi anni vissuti.

E anche i Pezzi di Ippolita ricordano il passato, rimandano a tempi nei quali lo scrivere era verace, fluido, un fiume in piena. Una scrittura, la sua, che riesce in modo semplice e diretto a dar voce alle emozioni più intense, alla rabbia, all’incredulità, allo struggimento e – perché no – all’ingannevole senso di felicità.

L’autrice apre visioni quantistiche su una vita scandita da appassionate letture, tradizioni, lunghe e accalorate riflessioni, silenziose conclusioni. Ci sono pagine di piccole storie, racconti, scritti fulminei che passano inosservati e questo libro è, invece, una traccia, una mappatura (termine a me caro e con mille declinazioni), una capsula del tempo: perché qui non c’è solo l’autrice, con le sue istantanee di presente e passato, ci sono moltitudini, intere comunità, uomini e donne con brandelli di attimi vissuti e dimenticati, ferite nascoste, gioie inattese e scatole di cimeli dai quali è impossibile separarsi. Tutto gelosamente conservato in questa capsula che è, al contempo, un manuale per ritrovarsi, per riscoprirsi.

Umberto Eco diceva: Chi non legge, a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto 5.000 anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito… Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

Insomma, non lontano dal parlare di una vera e propria Macchina del Tempo.

E qui, tra queste pagine, troviamo le Istruzioni:

  1. Come riportare l’Amore alla sua forma originaria, riscoprirlo negli angoli remoti dello spaziotempo, là dove nessuno lo cerca più:

[…]

Detto così l’amore esiste, è il motore della vita, del nostro essere individui sociali, del nostro credere e combattere per amore.

[…]

dovremmo riprendere in mano, nel particulare la potenza del sentimento si rimpicciolisce e si ingrandisce sui bisogni elementari del singolo: bisogno di essere riconosciuti; bisogno di essere vista bella, bellissima, unica, grande; bisogno di dominare, di possedere, di mangiarsi quasi l’altro e di esserne divorata; bisogno inesausto di stare con l’altro per fonderlo e poi insieme distanziarlo per muoversi.

[…]

Esiste quello che non hai, perché più bello sarà andare a cercare amore nelle pieghe di una tovaglia che ondeggia, nella ballata sul mare salato di Hugo Pratt, che riscritta su un telo si asciuga al sole di una terrazza al caldo vento di Agosto.

****

2. Proiettarsi in un futuro, che è già presente, dove le tradizioni non sono luoghi comuni:

[…]

Io non sono una donna del Sud

Non ho mai fatto la salsa di pomodoro

Le melanzane ripiene, la conserva di peperoni.

[…]

Non vado a matrimoni, battesimi e prime comunioni

Non vado neppure ai funerali.

[…]

Non spedisco barattoli a mio figlio, non stiro le camicie

[…]

Il sud lo porto nel sangue, nel suo colore, nel suo calore

Nella storia, nel presente,

Nel mio viso da bambina

Nel dolore delle mamme,

Delle donne

Sempre attente, sempre pronte

Sempre vigili e custodi

Di una cura sempre eterna.

****

3. La relatività ristretta ci dice che spazio e tempo sono malleabili. Proviamo a modellarli in modo diverso:

[…]

Mi sono riletta te e la fattoria degli animali, mi sono spaventata perché tu e tanti altri profetizzate con favole, con film, con canzoni, l’anno che verrà con dettagli minuziosi.

Profetizzate e ci richiamate a svegliarci.

È Primavera, svegliatevi bambine, alle cascine, che festa di colori…

Possibile che non possiamo svegliarci e impedire un corso della storia pericoloso?

Possibile che il corso delle cose ci trascini come un fiume inarrestabile travolgendo argini e steccati?

Possibile che risucceda, come Vico, corsi e ricorsi, e tutto venga di nuovo a galla?

Razzismo, fascismo, saluto romano, organizzazioni militarizzate, odio sociale, povertà, spregio della cosa pubblica, irrisione, e urla.

Chi urla di più vince?

Fiorirà l’aspidistra in estate, fioriranno altri fiori a primavera e non vogliamo che i nostri fiori si bagnino di sangue.

****

4. Oggi come ieri, come particelle nell’intreccio quantistico, siamo legati ad uno stato ben preciso, indipendentemente dalla distanza che ci separa da quel che è stato:

L’invenzione più innaturale del nostro secolo è stata la famiglia monocellulare: costringere un uomo e una donna a coabitare da soli sotto lo stesso tetto, in una stessa stanza detta stanza matrimoniale, impropriamente.

[…]

Costringere due esseri diversissimi a occuparsi, vita natural durante, di una prole sempre più ridotta all’unità, unico e solo prodotto di un connubio, beh a volte due, a volte tre.

Così sperimentiamo la convivenza fra due individui che nulla hanno in comune se non la diversità. Così elaboriamo comportamenti e tradimenti per sopravvivere a un inferno.

[…]

E su una illusione si sono gettate le basi per un vivere male, infelici, scontenti, separati e perdenti, in una condizione che è solo virtuale, quella del vivere insieme, in un matrimonio che proprio non c’è, che nella storia di tutti i tempi non è mai mai mai, altrimenti dove sarebbe la novità?

La destinazione di questo viaggio nelle pieghe del tempo, ora, appare chiara. Siamo noi stessi. Legati indissolubilmente al nostro passato, con infinite possibilità di cambiamento. Basta avere la volontà.

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Non bastasse questo, Ippolita ha il potere del creare sinergie e connessioni, e non solo tra persone. Con questi Pezziè in grado di farci immedesimare nelle sue storie, di farci entrare dentro, sentirci tutti un po’ parte di questa grande narrazione. Sembra banale, forse lo è, ma rifletteteci bene: ci ritroviamo azzeccati in uno spazio troppo stretto, “tutti stipati” (diceva un poveraccio…), ma è con la vicinanza che si comprende l’altro, che si riesce ad attaccar bottone, è quando ci si trova costretti faccia a faccia – mentre i corpi, compressi, si riscaldano – che ci si decide a parlare. E insomma, Ippolita ci afferra, ci catapulta in un viaggio in metro nell’ora di punta, in un’infernale bolgia di Capodanno in piazza, e ci costringe a parlare, a, a confrontarci, a chiederci come va, guarda che nuvoloni oggi e poi, all’improvviso, che ne pensi dell’Amore?

Eh? Come? Ma non parlavamo del tempo?

A Ippolita importa poco. Il meteo, l’amore, le assenze, le tradizioni, il Sud, la pasta, il sugo, gli uffici postali, tutto insieme, tutti “pezzi” di qualcosa che chiamiamo vita, ed è inutile disperarsi: l’amore conta come il QR code dello SPID che non funziona. Anzi, se ci pensate, entrambe le cose fanno soffrire parecchio.

E la riprova di questo suo potere è l’enorme comunità che ha saputo creare.

Pezzo dopo Pezzo.

Perché mille auguri, tanti auguri? Uno solo non basta?” https://tabaccofreddo.it/pezzi-dal-regno-della-litweb-ippolita-luzzo/

mercoledì 22 luglio 2026

Michele Mari I convitati di pietra

 

Ai titoli di coda mi sono commossa e ho quasi pianto per questo bellissimo racconto di Michele Mari I convitati di pietra, che ha vinto con merito Il Premio Strega 2026.
Un libro delizioso, divertente e pur nelle aberrazioni compiute dai compagni di classe rimane un libro dove la bontà rimane, dove il bene vince e il male perde, come diceva un personaggio di Verdone in suo film.
Un libro dove il cinema è protagonista con battute celebri, con elenchi di titoli, con attore amatissimo tale Gene Hackman.
Un libro dove i fumetti sono amati, amatissimi e io vi ho trovato i miei cari Superman, i disegni di Jacovitti sul mio diario della III A al liceo Classico Francesco Fiorentino di Lamezia Terme stesso anno dei protagonisti del libro. 
Vi ritroverete nelle strade di Milano, qui, nelle chiese di Milano, faremo poi un pellegrinaggio per quelle chiese citando quei compagni di classe al loro ultimo saluto, e ameremo immaginarli quei compagni di classe nella loro scommessa alla vita. Un libro che svela inganni e quindi un libro prestigioso:Prestigioso, dall’etimo sinistro, pagina 41, ha origini latine molto particolari. "Prestigioso" deriva da praestigiosus (da praestigiae, "illusioni") e indicava l'inganno. Michele Mari I convitati di pietra a pagina 41
Un plauso al Premio per aver doppiamente premiato un libro che è riuscito dopo tempo a tenermi incollata alla lettura e ora me lo rileggo
Ippolita Luzzo

"Rivadeneyra si abbandonò al sogno di un'ulteriore stretta: un solo premio, tutto il premio, per un unico sopravvissuto…Bastava che fino all'ultimo l'adrenalina scorresse impetuosa, e per questo si doveva alzare ancora l'asticella. Aspettare di essere in tre (ammesso che lui ne facesse parte) per votare l'emendamento era troppo rischioso, perché la prospettiva di mettere le mani sulla propria parte, e subito, dopo decenni di attesa, avrebbe fatto cadere la proposta, Bisognava dunque parlarne con un certo anticipo ma senza scoprire le carte, con accenni discreti e ipotesi buttate là come giochi accademici per far sí che anche gli altri familiarizzassero con l'idea. Certo, non gli sfuggiva l'obiezione per cui i tre vincitori, giunti verosimilmente a un’età fra gli ottanta e i novant'anni, e avendo data prova di una longevità che ne avrebbe potuto fare dei centenari, si sarebbero dovuti sobbarcare l'onere di un'ulteriore, snervante attesa, lasciando finalmente all'unico superstite, ormai una mummia decrepita, ben poco tempo per godersi il premio. Ma era proprio quello il punto, che non c’era nulla da godere! Era nello spirito del gioco, che i vincitori o il vincitore non godessero nulla! li denaro era un pretesto, il vero premio era la vittoria” a pagina 66 mi ritrovo a fermarmi a mettere un foglio, un segnalibro artigianale per fermare il momento in cui alla riffa che la III A fa alla cena della maturità si prevede un emendamento. “ 
Leggendo Michele Mari arrivo a pagina 78-79 e poi ancora a pagina 86-87 e poi a pagina 125 Rivadeneyra guardava il foglio bianco che avrebbe messo nella busta da sigillare con la ceralacca per allegarla al testamento olografo. Si sorprese a pensare alla beneficenza, un’idea che aveva fortissimamente avversato quando era stata  proposta tanti anni prima: possibile invece che avessero ragione loro, che la riffa avrebbe avuto un senso più alto se avesse implicato un finale all'insegna della generosità? Non era poi così difficile ammetterlo, soprattutto ora  che la vita se ne stava andando e tante cose che avevano avuto un senso non lo avevano più”

22 luglio 2016


Guerre combattute con corpi buttati sulle coste, con corpi esposti nudi e in manette, con corpi ai fili spinati, nei cassoni di camion, in carcere torturati, guerre moderne combattute al tempo di Odissea 2001

domenica 19 luglio 2026

Paolo Lago su Carmilla scrive su Il primo pezzo non si scorda mai

 

di Paolo Lago

Ippolita Luzzo, Il primo pezzo non si scorda mai. 10 anni di Regno della Litweb, Città del sole edizioni, Reggio Calabria, 2022, pp. 96, euro 12,00.

Il primo pezzo non si scorda mai. 10 anni di Regno della Litweb, uscito lo scorso anno, raccoglie alcuni dei pezzi scritti da Ippolita Luzzo nel 2012 e nel 2013 sul blog da lei fondato, appunto, nel 2012, “Il Regno della Litweb”. Si potrebbe cominciare ad analizzare questo libro dalla copertina che ci mostra la stessa Ippolita disegnata in una sorta di caricatura, con in mano un libro e una penna. Il disegno rimanda all’universo della satira, dell’irriverenza, dell’osservazione della società con distacco critico. Come nota lo scrittore e studioso siciliano Giuseppe Giglio nell’introduzione al volume, la parola “regno” ci conduce nell’immaginario della fiaba, ma una fiaba un po’ particolare, in cui “le regine e i re non sono i poeti e gli scrittori ma tutti i lettori”. Si tratta infatti di un regno che non si trova sulla Luna, come nel racconto ariostesco, e non è neppure fatto di marzapane o di pan di zucchero, né tanto meno vi si trovano “omini di burro” come nel “paese dei balocchi”. È un regno fatto di letteratura, ma di letteratura che si interseca e si connette strettamente con la vita di tutti i giorni e con le problematiche sociali quotidiane. Perché – continua Giglio – Ippolita “è un folletto, un arioso, ariostesco folletto di incontenibile curiosità”. E definire Ippolita come “blogger” sarebbe sbagliato perché lei stessa si trasforma in personaggio: lei non scrive “post”, ma “pezzi” nei quali entra lei stessa in prima persona, con il suo corpo e con la sua mente, con le sue gioie e le sue amarezze, ponendosi per certi spetti all’interno del solco tracciato dal personal criticism della critica femminista angloamericana.

Per mezzo del suo “regno”, Ippolita Luzzo spalanca una finestra sul mondo e lo guarda dalla sua ottica eccentrica, distaccata ma fino a un certo punto, come nella migliore tradizione dell’antica satira menippea, quel genere che si fa risalire alle opere perdute di Menippo di Gàdara (III sec. a.C.) e che fa sentire il suo influsso nelle opere di Luciano di Samosata, nell’Apokolokynthosis di Seneca e nel Satyricon di Petronio. Una critica che sì, fa sorridere ma che, in fin dei conti, appare venata di una certa amarezza. Come nel constatare, nel pezzo datato 10 agosto 2012, che “siamo un popolo di guardoni”, ormai preda di una ‘vetrinizzazione’ senza precedenti a causa di una “trasparenza” insita nei meccanismi autoimposti dei social. Una società – si potrebbe aggiungere – non troppo diversa da quella affrescata da Petronio nella cena Trimalchionis del suo Satyricon per la quale, come scrisse il fine latinista Marino Barchiesi, “la teatralità è divenuta un modo di esistenza” e in cui “l’individuo (quello che conta o che vuole contare) vive per vedersi vivere ed essere veduto”. L’autrice si scaglia poi contro l’omologazione socio-culturale nel pezzo intitolato Nel migliore dei mondi possibili, in cui il rimando al Candido di Voltaire si trasforma in una denuncia della società contemporanea rigidamente omologante: infatti, “nel migliore dei mondi possibili non è facile essere una donna, un uomo pensante”. Il pensiero mette in moto il meccanismo del dubbio, del “forse”, difficilmente rintracciabile in una società ‘vetrinizzata’ come quella contemporanea.

Ci si può ritrovare, allora, “spiaggiati sulle rive del web dopo la mareggiata”, come Ippolita scrive nel pezzo datato 31 ottobre 2012. Però, nelle parole dell’autrice non c’è soltanto disperazione, disillusione, rinuncia ad agire; risuona in esse, invece, la possibilità di fare qualcosa per rendere più ‘umane’ le nostre vite digitalizzate, anche e soprattutto “per i ragazzi che sono nati già qui spiaggiati, già qui da soli abbandonati con una bottiglia, con una lattina, con un cellulare”. Sempre all’alienazione provocata da un uso eccessivo del web e dei social è dedicato il pezzo dal titolo Dirlo a tutti per non dirlo a nessuno, al cui centro vi è la comunicazione dei sentimenti – anche quelli più intimi e privati – tramite i social a degli “amici” virtuali la cui durata è quanto mai effimera. Anche il dolore più terribile “lo urliamo nell’etere opaco del web” e si trasforma in “fotina”, in “messaggino”, in “mail”, in “Url da trascinare, da saper ricopiare nella frammentazione dei rapporti retati”.

Come possiamo capire da quanto detto finora, Il primo pezzo non si scorda mainon raccoglie solo e soltanto ‘banali’ recensioni di libri ma “pezzi” che, configurandosi positivamente come veri e propri outsider, come dialoghi aperti ai lettori che prendono le mosse dall’opera letteraria presa in esame, valicano i confini dei generi (alcune sono vere e proprie prose poetiche) e percorrono le vie del web in modo antitetico alle frasi e ai pensieri lasciati sugli alienanti social: se la parola “Litweb” rimanda all’universo della letteratura, quest’ultima si apre appunto come un universo, un mondo che racchiude in sé ogni singola sfaccettatura dell’esistenza, inclusi gli aspetti di tipo sociale, politico ed economico. Ed è così che fra i “pezzi” di Ippolita ne incontriamo anche uno intitolato La Beirut di questi anni che racconta come la sua città, Lamezia Terme, sia stata devastata non da una guerra sanguinosa, come è successo in passato a Beirut, ma da sventramenti, demolizioni che hanno lasciato spazio a nuove costruzioni e pavimentazioni ‘ultramoderne’ del centro storico, a blocchi di cemento che vorrebbero essere case costruiti su un lungomare dalla costa erosa di fronte a un mare violentato e inquinato. E allora si potrebbe pensare a quante “Beirut dei nostri anni” ci sono in Italia, centri storici deturpati, nuove costruzioni nate accanto a edifici medievali (come già denunciò Pasolini nel documentario La forma della città del 1974, in cui il poeta e regista inquadra con la macchina da presa un caseggiato cubico degli anni Settanta che svetta a pochi metri dalla silhouette storica del paese di Orte), vecchi palazzi abbattuti quando invece si sarebbe potuto restaurarli. Tutto in nome di uno sviluppo capitalista che non guarda in faccia a niente e a nessuno. Non posso allora non pensare a quanto è accaduto nella mia città, Livorno, dove i palazzi che non sono stati distrutti dai bombardamenti alleati della seconda guerra mondiale (particolarmente intensi e micidiali sulla città) sono stati abbattuti dalle amministrazioni comunali, scelta certo più facile, dettata dalla rapidità consumistica imposta dal boom economico, piuttosto che procedere a un’attenta messa in sicurezza e al restauro. E, in tempi più recenti, con rammarico e rabbia, penso ai cinema – anche edifici di indubbio valore artistico e culturale – abbattuti per far spazio a parcheggi e palestre. Cinema frequentati nella mia infanzia e nella mia adolescenza, cinema dove ho visto film importanti per la mia formazione: abbattendoli, hanno inesorabilmente portato via per sempre anche delle parti di me.

Le stesse recensioni, nel volume di Luzzo, si trasformano in denuncia militante, come in quella che prende in esame Scrivere polvere, romanzo di Daniele Semeraro che affresca la condizione di un Sud Italia abbandonato a sé stesso o, meglio, abbandonato a un sistema che lo sfrutta solamente in funzione del consumo; un Sud che ancora continua a palpitare della sua anima semplice e gentile “sotto la coltre del consumo, dei centri commerciali, dell’arroganza del potere”. Parlando di recensioni e di letteratura, l’arroganza del potere è poi anche quella dei “giornalisti affermati”, quei Catoni superciliosi che dispiegano le loro idee e opinioni (non per nulla si parla di ‘opinionisti’) dalle colonne dei giornali cartacei (e delle loro rubriche di letteratura, vere e proprie inarrivabili cattedrali aperte solo a baroni e baronetti accademici) e che si pensano superiori a chi scrive sul web. Perché, nota Ippolita, “noi, gli altri, possiamo scrivere come voi esattamente come voi, giornalisti affermati. Possiamo scrivere di tutto, anche di cazzate, esattamente come voi, meglio di voi, quanto voi. Ecco perché, carta stampata, non è vero che non ti amo più, … Ti amo e ti odio… come Catullo”.

Infine, a decretarne l’aspetto comunicativo e anche comunitario, in chiusura del volume incontriamo una “Postfazione con voi tutti”, in cui Ippolita dà voce ai suoi lettori che le hanno inviato un contributo. Ricordo qui quello scritto da Giuseppe Torchia, che definisce Ippolita Luzzo come “il Grillo Parlante di Lamezia Terme” così continuando: “‘Loro’ fanno finta di nulla… ma tu ‘ci sei’ più di loro”; una frase dai toni epigrammatici che mi fa pensare proprio a un epigramma di Pasolini, indirizzato “Ai nobili del circolo della caccia” che così suona: “Non siete mai esistiti, vecchi pecoroni papalini: / ora un po’ esistete perché un po’ esiste Pasolini”. Ecco, allora potremmo pensare che nel fiabesco Regno della Litweb, fra le altre cose, si possa trovare anche una pozione magica, un antidoto per resistere a tanti “vecchi pecoroni papalini” dei giorni nostri.