lunedì 29 aprile 2024

Gilda Policastro La ragnatela


Per hopefulmonster editore, nella collana diretta da Dario Voltolini
Gilda Policastro nel libro La ragnatela ci racconta attraverso il ballo qualche passaggio della sua infanzia, dell'adolescenza, la storia di quegli anni, ballando ballando, pestando con i piedi la pizzica di San Vito. La taranta; cosa voglia significare poi non è certo, ci sono tanti testi della tradizione e benché si cerchi quando si vuole riscriverli sono tutti diversi, ci dice la scrittrice. Il ballo rimane per lei un momento vitale, lei lo sente fin da piccolissima, e sente che attraverso il ballo si può guarire anche dal mal d'amore.

Nell’autointervista che Gilda Policastro si fa scopriamo cos’è la pizzica: “La pizzica alle sue origini è effetto del morso della taranta, il ragno. A quel punto non puoi fermarti, devi ballare. Ballare, poi. Devi letteralmente pestare il pavimento, come fossero tini.” Noi intanto aspettiamo La ragnatela in arrivo a maggio e al Salone del libro a Torino in questa settimana, ma di cosa parla La ragnatela?

Con un ritmo molto trascinante, simile al ballo evocato ecco apparire le poetesse che si suicidano sorprese prima di ammazzarsi in attività usuali. Incontriamo Bachmann in Puglia con una sua poesia tradotta proprio per questo libro da un amico di Gilda.

Ho letto con la musica in testa, trascinata dalla sua danza:"Ùn due tre ùn due tre ùn due tre, cento battiti al minuto, come ci fosse una festa non intorno ma dentro, perché il ritmo accelera e discioglie la malincunia o il brutto pasticcio dell’amore non corrisposto che a quel punto si srotola come una serpentella, come il nastro delle ginnaste, il giro di campo di un calciatore all’ultima partita, nel tripudio generale. In verità attorno a me ci sono le stesse facce spente (e del Sud), un po’ accaldate e istupidite dall’eccesso di cibo. Nun te fermare, nun te fermare, addu t’ha pizzicato, la taranta"

Non vi siete messi a ballare pure voi ed ora per farvi partecipare a questo rito ecco un altro passo di Gilda:

"Le donne del Salento ballano composte, con lunghe gonne che sfiorano il pavimento e scarpe molto basse, piede in vista (oggi infradito, ieri scalze).

A me piace ballare scalza, il piede aderisce alla terra, si ferisce. La ferita è la finestra del dolore, la ferita è la parte che sanguina, e mentre sanguina, guarisce. Guarisce quando sta sanguinando, certo, comincia proprio allora, a guarire. Quando stai male cominci a capire che devi guarire, devi provare a uscire dal dolore, trovare qualcuno che ti tiri per i capelli o tirarti tu come Münchausen. Quando ero in ospedale non pensavo mai al ballo, non ricordavo più che in una vita precedente io avessi ballato in tanti posti. Che lo avessi sognato, desiderato, che avessi dato spettacolo. Quando ero in ospedale, riuscivo a pensare a una cosa sola: com’è successo? In un libro di tanti anni fa avevo scritto che il cervello è una sfoglia di cipolla: anche questo lo diceva Sabellina, o forse zia Maria, detta Ziam"

Dario Voltolini nella postfazione scrive: un unico organismo. “La ragnatela” si produce tramite il ritmo e la musica della pizzica, il ballo delle tarantolate. La puntura di un ragno che appartiene a chissà quale livello della realtà, o della fantasia, o del mito; il pizzico da cui non c’è scampo e devi ballare, ballare, ballare, pestare con i piedi il pavimento, saltare, sfinirti, non pensare, parossisticamente vivere ed esistere.” E sulla scrittura di Gilda Policastro: "Pochissimi possono vantare una padronanza così completa della lingua italiana come Gilda Policastro. Poligrafa di grande talento (a suo completo agio tanto nella saggistica accademica quanto in quella militante, nella poesia, nella teoria della poesia, nel- la narrativa, nelle chat, in rete, nell’intervento social e così via), qui compone una sfavillante incursione nel territorio vivo, pulsante e corporale della crescita ed evoluzione personale."

Non è mia abitudine riportare molti stralci dei libri ma questo mi ha un po' preso la mano e si è imposto "pestando i piedi" con la bravura della scena.

Un affettuoso omaggio a Gilda Policastro da tutta la Litweb che balla con lei

Ippolita Luzzo

Gilda Policastro è scrittrice e critica letteraria, insegna Letteratura italiana, cura i corsi di poesia per l'Accademia di scrittura creativa Molly Bloom, collabora con riviste e siti letterari, è redattrice de «Le parole e le cose». Tra i suoi ultimi libri il romanzo La parte di Malvasia (La Nave di Teseo, 2021) e il saggio L'ultima poesia: scrittura anomale e mutazioni di genere dal secondo Novecento a oggi (Mimesis, 2021).

domenica 28 aprile 2024

Giovanni Cocco Una grazia sconosciuta


Una grazia sconosciuta. 
Credo che diventi una forma di amore quando un autore sente che vuole scrivere di un altro, sia di un amico, come in Due vite fa Emanuele Trevi raccontando di Rocco Carbone e Pia Pera, sia di qualcuno che comincia a parlarci, che invade il nostro immaginario e ci accompagna da lui. Sarà capitato così allo scrittore Giovanni Cocco quando ha cominciato a prendere appunti, a seguire le orme del regista, fino al sanatorio dove Jean incontrerà Elisabeth Losinska, che sposerà nel '29.   
Bellissimo libro ambientato soprattutto  a Nizza “Nizza che vive soprattutto del gioco, una città costruita per gli stranieri, quelli che ci campano e Io, che non ci campo; quelli del posto che se ne infischiano” scrive Giovanni Cocco e ancora delineando l'opera  “La struttura del romanzo ricalca il tormentato percorso delle opere principali realizzate da Vigo nel corso della sua brevissima carriera, consumatasi in soli quattro anni di lavoro febbrile tra il 1929 e il 1934. Abbandonate da subito velleità da memoir e romanzo storico, il testo è stato da subito concepito come un documentario o, se preferite, da un punto di vista documentato.” 

Chi è il regista francese Jean Vigo (1905-1934), considerato uno dei massimi maestri del cinema del Novecento, nonostante quattro film girati in quattro anni della sua breve vita? Questo si chiede per molto tempo Giovanni Cocco e intreccia le sue ricerche con gli avvenimenti della sua vita, la nascita dei suoi figli, la scelta di riprendere gli studi e di insegnare, sua mamma ricoverata in ospedale, la sua compagna Costanza che capisce e lo sprona quasi a voler andare sui luoghi dove Jean Vigo è vissuto. 

Da Pino Bertelli mi leggo: "Jean Vigo muore di tubercolosi a 29 anni (5 ottobre1934) e i quattromila metri di pellicola che gira trail 1930 e il 1934 minano alla radice l'effimero e la mondanità edulcorate della "fabbrica dei sogni".

Quello che interessa però a Giovanni Cocco è come abbia vissuto e come si sia incontrato con la compagna della sua breve vita e abbia avuto da lei una figlia. Per far questo lo scrittore ci racconta dei genitori di Vigo, degli ambienti anarchici, di un mondo fremente che noi guardiamo dopo un secolo. Ne sentiamo la vitalità come se Jean Vigo sia qui con noi, le pagine riescono a far sì che noi quasi lo abbiamo incontrato e da subito una grande empatia fra noi e lui, fra noi e lo scrittore, ci spinge a leggere tutto ciò che anche altri hanno scritto di Vigo, e vado a leggere anche da Simone Ghelli, L’Atalante in Jean Vigo, scritto nel 2000. il surrealismo delineato "con il “documentario sociale” À propos de Nice (1930), dove si fa beffe della borghesia in vacanza ricorrendo all’arte del montaggio, che dispiega metafore e similitudini; e poi con Zéro de conduite (1933), che è un inno alla carica pura ed eversiva dell’infanzia.

Ma, come vi dicevo, benché nel libro troviamo splendide pagine dedicate al cinema di Vigo, a Giovanni interessa la vita. La vita che modella e trasforma, leggiamo sconsolati tutti i tagli che verranno fatti all'ultima opera di Vigo e come solo negli anni novanta sia stato possibile rivedere integra la pellicola dell'Atalante, vediamo il regista girare febbricitante e poi morire. E andiamo con Giovanni fin sulla tomba della famiglia  “Una volta raggiunto il B&B che avevo prenotato a Montrouge, nell’Hauts-de-Seine, posai a terra il mio zainetto e mi misi a dormire. Due ore più tardi scesi al pianterreno e chiesi alla padrona di casa quanto distava il luogo che ero venuto a visitare. Il taxi arrivò un quarto d’ora più tardi,” e con  lui andiamo tutti al cimitero per dare un saluto ad un caro amico, lui morto a 29 anni, lei qualche anno dopo e ci sembra impossibile che così giovane abbia lasciato un impronta così duratura

Pubblicato da una giovane casa editrice che ha libri deliziosi in catalogo e che voglio farvi conoscere e qui nel blog Il Regno della Litweb abitano, anche Una grazia sconosciuta sta in Litweb.

 La Collana S-Confini diretta da Fabrizio Coscia ha pubblicato finora: 1. Andrea Di Consoli, Tutte queste voci che mi premono dentro/ 2. Francesco Borrasso, Ìsula/ 3. Fabrizio Coscia, Nella notte il cane/ 4. Renzo Paris, Il picchio rosso/ 5. Rossella Pretto, La vita incauta/ 6. Luca Doninelli, Panico/ 7. Francesco Permunian, Tutti chiedono compassione/8. Silvana Fei, Ombre stampate e ora Giovanni Cocco Una grazia sconosciuta

Ippolita Luzzo


Da un giornale di Como prendo alcune notizie sull'autore  “Giovanni Cocco, nato a Como nel 1976, ha pubblicato la raccolta di racconti “Angeli a perdere” (No Reply 2004) e diversi romanzi apprezzati dalla critica, tra cui “La caduta” (Nutrimenti 2013, Premio Campiello Selezione Giuria dei Letterati) e “La promessa” (Nutrimenti 2015). Insieme con Amneris Magella, Cocco è autore della fortunata serie poliziesca del Commissario Stefania Valenti, tradotta in diversi paesi europei e nel Stati Uniti, edita in Italia da Marsilio.

domenica 14 aprile 2024

Lidia Popolano recensisce Pezzi

 




                
Il Romanzo è morto?

(o è diventato un blog/non-blog?)

Ippolita Luzzo non è una donna del sud, ma il sud lo porta nel sangue che scorre nei polsi, nel colore delle sue infinite sciarpe, nel calore con cui si appella al bello e all’amicizia.

Dal 2012, Ippolita scrive pezzi nel suo blog/non-blog. Sì, pezzi, come usava definire una volta gli articoli di fondo o come potremmo classificare i post di oggi. Scrive pezzi per ripetere a se stessa che la scrittura dà pace e non tormento. Dà chiarezza e giustizia, non oscurità o vendetta. Ma scrivere significa per lei anche ribadire che nel migliore dei mondi possibili dove viviamo, non è facile essere una donna o un uomo pensanti.

Nei suoi pezzi, l’insofferenza per il legame matrimoniale, così come è stato fondato e perpetuato (L’invenzione più innaturale del nostro secolo); legame che ci costringe a elaborare comportamenti e tradimenti; che ci costringe a vivere “da carbonari, nascosti, travestiti, con tante personalità”. Legame basato su un’illusione e che ci porta a giocare il “gioco eterno dei rimandi e degli inganni).

Nei suoi pezzi, l’orrore per una Storia raccontata attraverso ricostruzioni tendenziose e l’amore per una storia fatta non solo di “eccezionalità, di fatti e misfatti del condottiero”, ma anche dai “fatti minimi di un volgo che proprio voce non ha.”

Una storia che tenta di ricostruire la “sparizione” di una generazione nelle paludi del quotidiano e la sua riapparizione in età adulta, pronta a riconoscere finalmente le “lucciole” di Didi-Huberman e fare della loro ricerca un’unica ragione di vita. 

E poi, proposte di letture, come Una storia chiusa di Clara Sereni o il Ballo tondo di Carmine Abate. E subito scatta la connessione con il desiderio di autenticità delle relazioni e con la scoperta dell’oro della misericordia, nelle azioni. Proposte di recuperi e riletture, come quella de Il padre americano di Rocco Carboni. Libri noti ad amatori, lettori e critici autentici, che non cercano la “dolce euchessina” per digerire la realtà in cui ci hanno fatto piombare: subdola, più di quanto non immaginasse Orwell nel suo 1984, dove la voracità del potere almeno è platealmente imposta.

E ancora le recensioni di La signora Rosetta di Tiziana Sferruggia e di Blu Cavolfiore di Maria Caterina Prezioso e subito questi nomi sono accostati alle belle persone che li portano. Impossibile non sentire accendere la curiosità per il loro mondo interiore, apprezzato dai premi letterari e ignorato dai media e dal grande pubblico, che viene mantenuto concentrato sui volti vuoti di una letteratura come sistema economico.

Un’accusa potente e senza mezzi termini a un sistema che “tutto avvolge (nel) plumbeo mondo della burocrazia e degli interessi.” Un’accusa che non risparmia il volontariato, né l’associazionismo, affiancati e complici più che mai dei politici per instaurare la “Città coltadina”, una città che coltiva orti ben distinti e ben rappresentati, attenti a “spargere il diserbante contro ogni invenzione.” 

E non pensava certo, Ippolita Luzzo, di stare lavorando a una invenzione, pur essendosi bene accorta che la sua opera rimane ai margini della “cultura di sistema” (il virgolettato è mio).

Non pensava certo di stare lavorando a una nuova letteratura, a un nuovo genere letterario, al romanzo contemporaneo, quando riempiva la scrivania di fogli e poi li trascriveva in bell’ordine al computer, pronti per martellare i nostri stomaci assopiti e ben nutriti.

In questo romanzo, l’ordito non è fatto di pezzi; è fatto della ricerca dell’amicizia, che non sia “sincopatica” ossia che non compaia “a tempo” nelle ricorrenze canoniche, e non certo per cogliere l’occasione per essere finalmente se stessi. È fatto dell’amore, che non resti un fantasma accanto a sé, nel rito affettuoso del caffè del mattino. È fatto di consapevolezza del dolore per le assenze che mortificano, nella loro assordante presenza, e di immaginazione creativa. Quella a cui ci appigliamo per sopravvivere al vuoto, ma al di là del reale, nel mondo dove l’amore è fatto primariamente della donazione di completezza a cui troppi di noi rinunciano. 

Non è fatto di post questo libro, perché i post lei li lascia “alla posta, alla scrittura delle adunanze, dei comitati, delle cordate”. Non è neanche fatto di pezzi questo libro, ma di maglie, di ponti lanciati a chi è ancora alla ricerca del senso, anche se il senso è stato svenduto per un piatto di pubblicità progresso, come la tunica di Gesù. Non è neanche un libro scritto per raccontare l’infanzia, l’adolescenza e la maturità dell’autore, iattura letteraria che prima o poi passerà di moda.

Questo libro è scritto per beffare il destino, ridere della lebbra che ci viene attribuita quando insistiamo nel voler dire ciò che solo “chi vede il re nudo” può comprendere. Un libro di chi sa apprezzare la letteratura di Mario Borghi ne Le cose dell’orologio o di Luca Bernardi in Medusa. Non posso qui nominarli tutti, questi testi meravigliosi, e me ne scuso.

Una donna che sa ridere di sé è rara, chi altro avrebbe potuto scrivere “rido di me e di tutti, in questo luogo che non è un luogo, sono felice di stare con me e di ringraziare gli sconosciuti che da due anni mi leggono qui, in questo regno che proprio non c’è?”

Questo libro ha (è) dunque un ordito fatto di maglie accuratamente tessute con abilità antica, ma non aspettatevi una trama, per carità! La trama non c’è. La trama spetta a ognuno di noi. Questo libro è una rivoluzione praticata, non una annunciata. Questo libro è il romanzo contemporaneo. 

Lidia Popolano

venerdì 12 aprile 2024

Francesca Fiorentin Disinganni Robin Edizione


Disinganni, l'ultima raccolta di poesie di Francesca Fiorentin, ci porta la testimonianza di una vitalità poetica, di un vivere poetico, intendendo il vivere poetico la capacità di dire, di esprimere i disagi esistenziali con immagini ricche di metafore, di similitudini, di figure retoriche come il gorgo, sconfitto dall'arte. La forza che la poesia ha è il seguire l'arte, per riuscire ad attraversare i campi minati dell'infelicità, dell'essenza, della lotta, della rabbia, della siccità, del controllo. Sono divise proprio con questi titoli le poesie raccolte in questo libro, pubblicato da Robin edizione in questo 2024. Poesie dell’infelicità Poesie dell’essenza Poesie della lotta Poesie della rabbia Poesie della siccità Poesia del controllo

Sull'infelicità amicale mi piace riportarvi questi versi, su come possa finire una amicizia, su come si resti per anni a domandarsi il perché sia finita finché poi non si ci pensa più. 

Avevo un’amica spergiurava affetto

dopo non so cosa dopo un’idea

ostile a una mia

che non sono capace di immaginare come importante

pur sforzandomi di capire

finì tutto

e tutte le parole che ho sprecato.

Sono moltissime le poesie sull'infelicità, da una infelicità intima a quella esposta fin nei centri commerciali dove una umanità varia trascorre il suo tempo, mangiando o guardando le vetrine, comprando, senza guardarsi negli occhi. Capisco la domanda del vestirsi bene per chi, per nessuno sarebbe la risposta. 

Le passeggiate ai centri commerciali,

dopo, un pranzo fuori

vestiti bene per chi?

Il tempo la digestione il nipote

i guai comuni gli impegni.

Chi non legge

ha questo tempo libero

ovverosia non sa che fare del tempo

E dopo chiedersi dove sta l'essenza, dove stia, se anche il lavoro è un luogo dove si è spersonalizzati. L'alienazione ormai istituzionalizzata

"Marzo 22

Il lavoro, talmente spezzato in nodi– monadi, che non puoi dire a chi scende nel baratro perché scende. Vedi solo la tua posizione statica, il tuo gradino. Chi ti comanda manovra te e coloro che tu comandi. Chi ti comanda sa di te e di voi. A cascata, il gradino in alto vede giù, e tu che sei più giù non sai nulla di ciò che sta su. E ciò che sta sopra – solo bugie"

La poesia urla, chiarisce, denuncia, si fa intima e universale, vuole uno spazio fuori dal disinganno, la poesia non vuole più essere ingannata e si affida all'arte, al volo poetico nel quale ogni lettore possa librarsi. Credo sia questo l'intendimento di Francesca Fiorentin e con questa sua forza poetica io vi affido la lettura delle sue poesie


Una sola forza mi trascini, te lo chiedo, non sarà mai gorgo,

è l’arte,

che tutto per sé vuole

completa concentrazione

Ippolita Luzzo 



Francesca Fiorentin

Nasce nel dicembre 1965 a Milano e ha vissuto quasi sempre nell’hinterland milanese. Laureata in filosofia alla statale di Milano, è una appassionata lettrice di narrativa e poesie. Di professione, impiegata nel terziario, part time. Negli ultimi anni si dedica giornalmente alla lettura e alla scrittura di poesie. Nel Dicembre 2016 sono usciti alcuni suoi versi su Nazione Indiana.