sabato 20 giugno 2026

Orazio Labbate in Litweb


 Orazio Labbate a Lamezia e da allora con lui sto.

 Ora copio da Il premio Strega 2026 le motivazioni per il suo romanzo proposto da Alberto Casadei Chianafera:”In una Sicilia in bianco e nero, un uomo fugge da Butera, la sua città, e approda nel manicomio della Madonna della Catena. Si chiama Orazio Labbate: è ferito, è quasi cieco, e non ricorda quale impulso o dramma lo abbia spinto laggiù. Nel manicomio, l’ambiguo custode Zino, e il falegname stracquadanio, gli rivelano


l’esistenza del diario maledetto — eredità familiare che diventa creatura viva, capace di divorare i ricordi e restituirli deformati. Orazio capisce di avere una missione: annientare la famiglia, eterna generatrice di cicli sempre uguali, di simboli e riti pensati per intrappolare il pensiero e il sogno. In un viaggio febbrile all’interno del diario, Orazio fugge dal manicomio e torna verso la casa della sua infanzia: lungo la strada lo attende la sfinge, alla fine di essa l’ultimo doppio: il suo.” 

Io intanto credo di avere qui in casa da qualche parte un suo primo libro e intanto raccolgo “In Chianafera (NN) Labbate, che dirige la collana Interzona di Polidoro e scrive per La Lettura, riprende il tono onirico ed epico presente anche nel suo secondo romanzo, Suttaterra (Tunuè), per portare lettrici e lettori in un dramma familiare che somiglia a un viaggio negli inferi della memoria e dell’infanzia.” 


Molto si è parlato durante la sua presentazione a Lamezia Terme dello Spirdu (Italo Svevo Edizioni, nella collana “Incursioni” diretta da Dario De Cristofaro, progetto grafico di Maurizio Ceccato), romanzo antecedente con cui Orazio Labbate porta a compimento un horror filosofico che si ispira alla metafisica di William T. Vollmann e alla “letteratura del disgusto” di Thomas Bernhard, dove italiano e siciliano si cesellano in una lingua mistica, fitta di neologismi. Molto si è parlato di letteratura durante la sua presenza nella Libreria Ubik Lamezia poche sere fa. Finalmente eravamo in compagnia di Sciascia, di Bufalino, di Bernhard, di Occhiato, calabrese, eravamo abitanti di Comiso, di Racalmuto, di Butera. E Butera è una bara ci disse e scrisse Orazio Labbate. Una Sicilia di paesi piccoli, di periferie estreme, una Sicilia lontana, difficile da raggiungere ancora ora. Nella mia testa tutto scritto sta, sta l’aridità del paesaggio, sta il mito e la maschera, sta la via crucis, le tante stazioni che vengono percorse ancora e ancora come prove di un videogame moderno.

Nella mia testa sta il “fiorire dell’immaginazione” che Orazio ha creato sia scrivendo e sia parlando provocando quel fenomeno della levitazione che nasce quando il corpo sta sospeso in aria sorretto da un evento paranormale. La letteratura come elemento disturbante, come dice lui, o innalzante come dico io, una letteratura di libertà. Tanto potrei ancora dire ma il piacere vuole anche la brevità per lasciare il languore di rileggere tutti i libri di Orazio e i racconti Stelle ossee” LiberAria Editrice, altra casa editrice amatissima diretta da Giorgia Antonelli. 

Ippolita Luzzo 

lunedì 15 giugno 2026

Con Pina Majone all’Uniter

 


Conoscevo Pina Majone Mauro già nel 1974 ma non ci eravamo frequentati perché allora stavo in una specie di carcere medievale per cui a casa prima del tramonto e senza altro da fare se non leggere e studiare.

 Ho rivisto Pina Majone Mauro ai funerali del marito, Albino Mauro, e da subito lei al momento delle condoglianze mi disse:-Vieni a trovarmi.- Ora eravamo entrambe in pensione, entrambe vivevamo da sole e benché lei di quasi venticinque anni più adulta divenne la mia amica più cara. Ogni giorno per ben due ore io salivo nella sua bellissima casa e parlavamo tantissimo di libri io le leggevo ciò che avevo appena scritto, lei mi leggeva le sue poesie, i racconti i saggi. Dal 2013 per anni ho poi presentato con lei Frontiera, ho portato Frontiera, le sue canzoni alla Calabria nelle scuole, ho presentato e organizzato eventi con lei, poi la terribile tragedia della morte di Carlo, il bellissimo e amatissimo figlio, uno degli uomini più gentili che io abbia conosciuto. A nulla valse per lei l’amicizia con Villari che la telefonava, a nulla valse la poesia, lei voleva morire per andare da Carlo. Scrisse Il portico della luna dedicandolo a Carlo e insieme lo abbiamo presentato ad una libreria che non c’è più e nemmeno Savina la libraiac’è più. Sono stata al suo compleanno proprio prima del Covid e lei benché ormai non più a casa sua ma in una struttura mi chiese se i suoi libri erano in Libreria Tavella. Amava moltissimo i suoi libri li amava perché era lei nei suoi libri con la grande ricchezza intellettuale. Di lei voglio farvi conoscere un suo testamento che lèggevamo e commentavamo spesso io ridendo con la mia risata benevolente verso i miserabili e lei con lo sberleffo verso ciò di cui non aveva stima.Il Regno della Litweb di Ippolita Luzzo

DOMENICA 2 NOVEMBRE 2014

Frontiera di Pina Majone Mauro.-Miscellanea a cura di Ippolita Luzzo


Frontiera di Pina Majone                                    

Miscellanea a cura  di Ippolita Luzzo


Per lungo tempo appagati e felici          pag121


Bagnammo nel miele il pane dell’esilio


Oggi però remiamo all'incontrario


Nel mare della nostra indifferenza


Per ritornare dove abbiamo lasciato


Appese al muro le nostre chitarre



Non è ricca la pesca ma stasera            pag122


Dopo una mensa odorosa di mare


Possiamo riaprire le finestre


Ad una notte da reinventare


Ad un mattino che s’indora di sole


Mentre io comincio con l’intitolare


Al vostro ritorno l’ultimo mio canto



Solo tornando s’impara a non partire                 


Ognuno ha il suo tempo e la sua storia     pag33


Ma noi del sud non nascemmo vincenti



Se la storia non ignora se stessa               pag34


Mai più saliremo sui treni dell’esilio

...                                  


Il ritorno è un circuito della mente              pag73


Che ripassa per vie dimenticate


E s’incatena al canto notturno


Di chi grida al cielo sottovoce


Un nome mai scordato che si perde



Mare via di sale  per anime in fuga      pag159


Dal proprio nome  dalla propria fame 

...  


Bentornati alla casa alla foce               pag74


Bentornati al fiume della vita 

...           


Torniamo insieme meglio se siamo in tanti  pag145


Al mare alla casa al campo che lasciammo          



Nell'asfittico spazio del destino   pag185


Ritorno cavalcando la speranza   pag230


Mare unico celeste paradiso  pag231


In questo sud oscuro come l’inferno


Mare solcato dagli scafi insanguinati


Là dove il fato sbarrò la tua strada


Là io ti attendo in anima e dolore pag 231

anima che non sa dove cercarsi pag 232


Ippolita Luzzo 

sabato 6 giugno 2026

Orribile e terribile

 

Il 26 giugno un mio pezzo sarà al Museo della Follia grazie a Marcello Sestito. Qui invece vi riporto al passato  

Da un mio post del 6 giugno 2024. 

Orribile e terribile, sono i due aggettivi che uso più di frequente da qualche tempo

. Sono due aggettivi per qualificare il matrimonio vip del miliardario indiano sul panfilo ormeggiato accanto ai poveri migranti che sbarcano e affrontano il mare a rischio della vita. 

Orribile e terribile mi servono per manifestare tutto il mio sconforto e la mia impotenza stasera al sentire le parole di Santoro a Lamezia Terme anche lui oppresso da queste guerre di cui nessuno vuole la responsabilità ma tutti alimentano. 

Orribile e terribile la testimonianza di una madre a cui la mafia ha ucciso il figlio, una testimonianza straziante da una zona, il Vibonese, di grande violenza e intimidazione sui singoli cittadini inermi. 

Orribile e terribile questo osceno capitalismo che a forbice sempre più divarica il profitto verso pochi e allarga a dismisura gli indigenti. Una indigenza orribile e terribile: economica, spirituale, culturale, una indigenza di affetti, di relazioni umane.

 Orribile e terribile la nostra stessa impotenza a poter manifestare contro questa privazione a vivere in un mondo pulito, in un luogo pulito, vivere semplicemente senza più usare questi due aggettivi qualificativi.

Ippolita Luzzo 

lunedì 18 maggio 2026

Antonia Santopietro Il tempo frattale


 Antonia Santopietro scrive di questa sua raccolta di versi: "
Ci sono libri che hanno bisogno di un lungo tempo di ascolto.

𝙄𝙡 𝙩𝙚𝙢𝙥𝙤 𝙛𝙧𝙖𝙩𝙩𝙖𝙡𝙚 per me è questo.

È la mia seconda raccolta, dopo "Sintesi dalle radici" ed è nata proprio come evoluzione delle riflessioni su rinascita, corpo e memoria, animalità e umanità.

Qui vi propongo una visione non lineare del Tempo, di cui spesso facciamo esperienza: per frammenti, ritorni, minime sequenze.

Nei versi iniziali c’è molto del senso del libro: l’idea di un’origine che non è mai del tutto alle nostre spalle, ma a cui torniamo continuamente; il desiderio di abitare il mondo con maggiore ascolto, riconoscendoci parte di una trama più ampia di relazioni tra umano, vivente, materia, memoria."

Nella prefazione di Carmen Concilio, professoressa ordinaria di letteratura inglese e postcoloniale presso UniTo troviamo: ”L’afflato ecologista è sempre presente nelle opere di Antonia Santopietro; era presente nella sua prima raccolta poetica e caratterizza il suo impegno editoriale nella cura e promozione di un portale Zest Letteratura Sostenibile3 e di una rivista Tellūs Quaderni di Letteratura, Ecologia, Paesaggio4. Non stupisce allora questa intensità di parola poetica, talvolta vegetale, talvolta animale, talvolta acquatica, e la sua “Grammatica sterile” il cui ritornello ripete “il mare non può contenere”. 

E noi ci domandiamo: Che cosa?

Rifiuti, inceneritori, il surriscaldamento globale. Il mare non può contenere.”

Coscienza ecologista e insieme impegno individuale, senso del tempo e della sua finitezza, dilagamento dello spazio come luogo di relazione, difficile ma possibile, leggendo mi ero trascritta molte poesie ed ora lascio qualche verso per sentirne il senso, e lasciare la voglia di andare ad aprire le pagine del libro. Vi regalo questi versi ma potrete trovare un dialogo continuo e rimandi a ciò che pensiamo a ciò che siamo.

"Ciò che è personale non è un luogo, ma uno spazio dell’altro:

un argine, una crepa,

la voce di un sisma.

Non è oscuro

se restano solo tu e noi.

Ogni virgola è un locus, oppure una pausa

dove la parola si arresta.

E l’animale, senza dire, è detto. Nel collettivo milieu

dove loro è tu,

ovvero tutti.

Si diventa niente, o poca storia.” 

"Osservo: la vita si fa concreta,

anche nel banale.

Annotazione finale:

«Oggi ho guardato il tempo e ho visto me stessa».” 

Le poesie di Antonia ci danno “Pieno. Vuoto. Geometria conclusa. Respiro.” 

e continuiamo a leggere

”Foto mia, foto tua.

È questo un vero equilibrio.

Per non debordare.

Stare sempre sul pezzo.

Scrivere e fare.

E così affogare nei fogli per sempre.” Da Antonia Santopietro

Il Tempo frattale  Icone Collana di scritti poetici.    

Les Flâneurs Edizioni

Ippolita Luzzo 



sabato 16 maggio 2026

4 giugno 2015 Tragedie greche a Siracusa

 


Sulla  scena di facebook postiamo le nostre foto, testimonianza felice di due tragedie cantate e ballate sulle note del televisivo. 


Dal teatro greco di Siracusa al teatro virtuale del web recitiamo tragedie e commedie eterne, in foto con Le rane di Aristofane,  Medea di Seneca e Le Supplici di Eschilo, con molte cremolate di mandorle e brioche. 

Il ritorno è sempre momento di sinossi.

Riassumiamo quindi balletti e belletti, scene di un quotidiano e scene di una epoca storica che di passaggio è. 

Noi siamo di passaggio, 

periodo storico di mutazione, 

postiamo foto e campane, 

pezzi scritti e pezzi di noi,

pezzi di tragedie e commedie,

in una contaminazione di secoli che ci danno il brivido dell'eternità.

 La Sicilia e Siracusa, dal teatro greco a noi, storia noi siamo.

giovedì 14 maggio 2026

Le strade la vita Mauro Minervino

 


Importante appuntamento a Il maggio dei libri, Lamezia Terme, giorno 21 maggio verrà presentato da Ippolita Luzzo, per il blog Il Regno della Litweb, Mauro Minervino con Le Strade, la vita.

In questo libro percorreremo La Salerno-Reggio Calabria in tutto il suo splendore https://trollipp.blogspot.com/2012/06/la-salerno-reggio-calabria.html

Alfonso Maurizio Iacono Su Doppiozero scrive: "La parola metodo deriva da greco antico methodos che letteralmente significa ‘trovare la strada’. In effetti Cartesio, il quale scrisse nel 1637 il Discorso sul metodo, racconta il modo in cui trovò quella strada che sarebbe diventata la via maestra epistemologica, scientifica e filosofica della modernità. Questa e molte altre considerazioni si trovano nel bel libro di Mauro Francesco Minervino, Le strade, la vita (Scholé, Mocelliana Brescia 2025, pp. 302

Dice Mauro Minervino: "Solo la strada, come la scrittura, contiene “l’intera storia”, il fiotto umano del tempo che scorre via come fenomeno liberato dalla dialettica tra finzione e verità. L’unica cosa che resiste alla polvere, alla fine di una strada, è il sogno. E Fante lo sapeva bene, lui che non ci ha mai rinunciato: «uscì per la strada con la profonda soddisfazione che gli veniva dalla convinzione d’essere il padrone della terra».

Antonella Cilento su Repubblica:"Minervino, antropologo culturale che da sempre racconta viaggi e viaggiatori (il vittoriano Gissing, che sposta il Grand Tour in Calabria; la nostra Serao in Palestina), racconta anche la sua Calabria, dove lungo le strade “si guarda e si è guardati”

  Partiamo  dalla storia: dalle vie dell’antichità alle autostrade della modernità, dai cammini dei pellegrini alle rotte digitali. Poi la letteratura con  autori come Jack Kerouac, Jorge Luis Borges, Elsa Morante, Pier Vittorio Tondelli, James G. Ballard, Albert Camus, Italo Calvino e i capolavori del cinema come La strada di Federico Fellini e Il sorpasso di Dino Risi

Infine, seguendo la traccia del pensiero di Marc Augé e degli studi dedicati alla strada in ambito etnografico e antropologico, questo libro col rigore scientifico del saggio e l’attenzione al racconto e al dettaglio narrativo – propone una rilettura critica e inedita della strada nell’epoca della postmodernità e delle sue complesse implicazioni culturali, esistenziali e sociali.

Ippolita Luzzo 



Mauro Francesco Minervino è professore di Antropologia Culturale, Etnologia, Sociologia dei Nuovi Media presso le Accademie di Belle Arti di Catanzaro e Bari. Tra le sue pubblicazioni: In fondo a Sud (Philobiblon, 2005, con prefazione di Marc Augé); Statale 18 (Fandango, 2010); Stradario di uno spaesato (Melville, 2016). Ha tradotto e curato il volume di George Gissing, Verso il Mar Ionio. Il Sud di un vittoriano (Exòrma, 2023). Nel 2014 gli è stato conferito il Premio Internazionale di Filosofia Karl-Otto Apel. È autore di programmi RAI e collaboratore ed editorialista del «Corriere della Sera».

martedì 5 maggio 2026

Gli istrici di Valentina Di Cesare


 «È come se ci fossero due assi nella vita, quello orizzontale – delle nostre relazioni, dei nostri amici, delle persone che ci accompagnano nella vita – e quello verticale, che ci lega alle generazioni dei nostri figli e dei nostri genitori, nei nostri nonni. Ho la sensazione di aver sempre vissuto nell'asse orizzontale, e adesso, con il passare degli anni, mi interessa l'asse verticale».

Emmanuel Carrère a Che Tempo Che Fa.

Leggo e riporto questo e ritorno al bel libro di Valentina Di Cesare


Gli istrici, un libro su rapporti stratificati, immutabili, che il tempo sedimenta in rancori, in colpe, in mancanze fra vicini, fra abitanti di un paese che si spopola così come si spopola il paese dei nostri familiari, delle nostre relazioni. Il paese cos’è se non un asse orizzontale che si interseca con un asse verticale? Leggo Valentina con questa domanda mentre svaniscono i paesi ““I cambiamenti si scorgono col tempo, quando un fatto accade non significa niente, ma alle strade e a quella piazza deserta Francesca non si era ancora abituata. Tanto vi aveva udito voci e visto gente transitarvi, che certi giorni aveva un senso di straniamento e si domandava dove fossero finiti il passato che aveva vissuto e il futuro che aveva immaginato. Guardandosi intorno come una turista di passaggio, scopriva di tanto in tanto un lavoro iniziato e mai finito intorno a un tetto, la porta di un vecchio fienile sfondata (da chi? E per quale motivo?), un cartello con su scritto 'vendesi', una gettata di cemento sopra una buca. Il paese era suo, Iì era nata e aveva trascorso ogni giorno, eppure da un po' lo scrutava smarrita come se appartenesse al vento o a un mago maldestro che lo distruggeva lentamente, nell'indifferenza dei pochi rimasti. Pagina 65 Gli istrici.         

 "ricordare, significava rimettersi a fare i conti con le solite domande di sempre. Eppure, nonostante i muschi tra un muro e l'altro o le ortiche a divorare gli angoli delle strade, nonostante le porte ammaccate e stinte e gli Intonaci sciupati dall'incuria, lei sentiva che lungo quelle strade la vita non se n'era completamente andata. Lei stessa era viva e non aveva mai abbandonato il paese e altre persone come lei, avevano contribuito a conservare vivi quei vicoli, concedendo loro ogni giorno il passo, il respiro, i lamenti. Scegliere di restare per sé stessi e forse anche per gli altri, per dare l'opportunità a chi se n'era andato di tornare quando voleva. Forse restare, pensò Francesca a testa bassa quella sera, aveva avuto quel significato: dare la vita a qualcosa che altrimenti sarebbe morto. C'erano anche i gatti, abbastanza numerosi, buoni per uccidere qualche animalaccio e facili da intimorire con le bottiglie d'acqua di fianco ai vasi e alle fioriere. E insieme ai gatti, i cani, anche se in numero inferiore, coi loro corpi smunti e gli occhi umidi. Poi le lucertole, con le loro  piccole teste triangolari, allungate sui muri e sotto i balconi, i pipistrelli a piroettare attorno ai lampioni, pag 89 leggendo leggendo vi aspettiamo al Maggio dei libri giorno 8 e 9 

Ippolita Luzzo