sabato 7 ottobre 2017

Neteditor chiude il 12 ottobre 2017

Neteditor chiude. La piattaforma web dove ho scribacchiato nel lontano 2012, anche prima, dove ho imparato cosa vuol dire essere bannata e vedere tutto il profilo cancellato di colpo senza un perché, ora chiude. Sic transit gloria mundi. Riesco a salvare un pezzo postato allora, lo trovo per caso, il mio profilo risulta sempre oscurato. 


Le vedove bianche
Partivano intorno agli anni trenta o subito dopo gli uomini dalla Lucania dalla Calabria dalla Sicilia, partivano da una  realtà di miseria, di stenti e andavano lontano all'estero per lavorare.
Emigravano i nostri contadini da una campagna aspra e assolata, da un lavoro malpagato e vilipeso e non tornavano più.
Andavano troppo lontano,oltreoceano.
Lasciavano al paese donne bambine, donne già adulte, già mamme, appena gravide, lasciavano le mogli nelle loro case, dalle loro mamme, ad aspettarli.
Scrivevano, a volte, e qualcuno leggeva le loro lettere, attese con trepidazione da donne sole che tenevano al collo il piccolo già pesante, reclamante, esigente.
Sottoposte al controllo sociale, al dominio delle suocere, sfiorivano perdevano i denti, invecchiavano e s’imbruttivano.
Incattivivano.
Da noi un tempo cattiva, da captiva, essere privata, veniva detta la vedova.
E Carlo Levi intitolò così il libro-Le vedove bianche-
Donne sposate, mamme, senza un uomo.
Non siamo più negli anni trenta ma negli anni duemila, negli anni sciocchi e banali di un benessere cieco e ottuso, eppure stasera  seduta  a guardare La signora delle vigne di Ritsos, seduta ad ascoltare le parole ho visto il silenzio, la solitudine delle donne, delle tante donne, vedove bianche tra noi. 
Sposate, sposatissime, con mariti rispettabili, rispettabilissimi, ma lontani.
Donne  mamme con figli già grandi, donne che guidano lavorano parlano.
Lasciate vivere in case grandi comode confortevoli vuote.
Loro gli uomini sono altrove in un continente lontano, molto spesso con altre donne nella testa, con altre sequenze.
Sono partiti ed hanno lasciato sul divano sulla poltrona un corpo senza  sangue. A volte nemmeno quello.
Sul palcoscenico del teatro le ballerine eseguono il sirtaki conclusivo trascinante e dietro di me una bella signora con due splendide ragazzine.
Le ho già incontrate spesso. Al cinema, al teatro. Lei sembra me. Sembra me quando mio figlio stava alla mia mano, si lasciava condurre da una mamma anelante vita al recital di Ornella Vanoni, al concerto di Fabrizio de Andrè, io e lui in braccio, poi si è fatto uomo troppo presto e non è più venuto ed io sempre più raramente sono andata.
 Il controllo sociale psicologico su uno status virtuale da rispettare, insacca donne volitive e capaci in un telo stretto e anaerobico. 
"E tu mi vieni a dire che l’amore come se l’amore" fosse un gioco la seduzione un divertissement, la distrazione, e lo vieni a dire proprio alle vedove bianche che per aver creduto ad una promessa  non sanno più chi sono, chi hanno sposato e sono incapaci di muoversi  in una realtà sempre più arida. 
Certo anche a loro piacerebbe recuperare l’aspetto ludico delle emozioni, sorridere con l’uomo di una burla di un pensiero, trasmettere un fremito se no che vita è? Un fremito non costruito a tavolino, non stabilito a freddo, senza trasfigurare, senza altrove, solo per il piacere vero di riderne insieme. E' possibile ancora tutto ciò?No.
Lei diventa quella, lei scompare, rimane per casa una prestatrice di servizi, una estranea da isolare, irridere, negarle lo status, toglierle il terreno solido, la leva da cui sollevarsi. 
Una palude la vita matrimoniale. Le ballerine continuano il sirtaki.  L’uomo continua a dire che ama quella donna più di se stesso, gli crediamo, la ama ma non sa più il suo nome, cosa le piace, di cosa sorride, perché è sempre così scostante. Non la conosce più e lei non conosce più lui. Stanno insieme per i figli, per la casa, per viltà, per paura, stanno sotto lo stesso tetto senza  saperlo.
Forse esagero, come sempre, forse sono solo sensazioni dilatate da un vissuto ai margini, forse leggo tutto con eccessive pretese. Basta accontentarsi, basta adeguarsi, la vita non è letteratura… La vita è prosaica; abitudini, pranzi, inviti, parenti, nessuno. 
Ci rassicura la banalità, ci preoccupa l’originalità, il pensiero stravagante. Che peccato! Quanta ricchezza di affetti viene sciupata così senza consapevolezza di farlo. Quanto  vissuto pregevole se solo si recuperasse il piacere di guardarsi negli occhi!
9 agosto 2011

Lamezia, secondo appuntamento all'Abbazia con il Magna Graecia Teatro 
Lunedì 08 Agosto 2011 18:14 all’Abbazia Benedettina per il Magna Graecia teatro con “La signora delle vigne” per la regia (e coreografia) di Simonetta Pusceddu e che vede la partecipazione, tra gli altri, dell’attrice Cristina Maccioni. “La Signora delle Vigne” è una produzione che nasce appositamente come spettacolo per i siti archeologici nei quali, di volta in volta, viene riallestita originalmente. Lo spettacolo è diviso in due parti. Nella prima parte gli spettatori compiono un percorso alla scoperta del luogo che è “abitato” e “illuminato” dalla presenza della danza, di voci, suoni e immagini proiettate. Un percorso a sua volta diviso in due sezioni: “II labirinto” come il luogo dell’infinito susseguirsi delle immagini, luogo determinato non dagli elementi costruttivi ma dal vuoto, dallo spazio interno in cui gli uomini camminano e vivono...”.
“Le Agorà, i cortili” in cui lo spazio si frammenta e viene occupato totalmente con diverse azioni contemporanee di danza. La seconda parte si svolge, invece, in un luogo circoscritto (palco). In questa seconda parte il protagonista del racconto teatrale e coreografico è l’universo femminile: le madri, le vedove, le spose di ogni tempo. Un universo che si muove all’interno di una ambientazione che evoca il mare, quel mare che allontana gli affetti ma poi li riconduce rinforzandoli. Fra danza e teatro nello spettacolo si crea un meraviglioso clima di gioco e melanconia dal sapore antico e prende vita una dimensione di fiaba eterna: la guerra, la gloria, il mare, le bonacce e le tempeste, le terre ignote e profumate, la stanchezza, il dolore, l’approdo, l’attesa. Una fiaba abitata da personaggi contemporanei e classici ad un tempo: non umili comparse della storia, non strumenti della volontà degli Dei. Personaggi ora sfumati e dissimulati dietro immagini e simboli, ora intravisti dietro veli e nebbie, ora immersi nella loro smascherata quotidianità.


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