martedì 19 gennaio 2016

Cade la terra Carmen Pellegrino

Cade la terra: l'abbandono che sta in noi.
Ringrazio Carmen Pellegrino per aver scritto "Chiamateci per cambiarci i destini" di uno, di tanti. Dal luogo, Alento, un luogo lento, che lentamente si sfa.
Nei nostri paese. Nel mio paese.
Dal mio abbandono quotidiano vedo il palazzo del marchese D'Ippolito, tradito da nuove aperture e calcinacci, il barocco infestato da erbacce, il cornicione pericolante sopra l'ala del palazzo che toccò a mia nonna, figlia di marchese anch'essa. 
Una nobiltà, che aveva già sciupato quel che c'era da sciupare, ha poi vissuto con l'abbandono del tempo, della vita e dello scorrere degli eventi. Abbandonati.
Se i nostri paesi hanno subito l'affronto del cemento, prima avevano vissuto la sciatteria dell'aristocrazia che non sempre fu così, visto che avevano pur creato questi palazzi  ora  sbriciolanti ogni dì.
Scrivere di tutto questo sembra anacronistico, eppure ci servirà leggere questa storia romanzata per aggirare il fastidio di studiare i tanti saggi di antropologi. 
Studi interessanti come  "Il Senso dei luoghi" di Vito Teti:Contro ogni apparenza, i luoghi abbandonati non muoiono mai.  
"Maledetto sud" scrisse Teti,  ma dappertutto incombe questa fine e questa poca attenzione a quel che poi ci portiamo dentro.
Le cellule della nostra combinazione.
Siamo tutti con Estella, al suo tavolo imbandito.
Guardiamo i piatti, preparati dal destino.
Siamo tutti con Marcello, nel suo rifiuto a crescere, a mangiare ed a vestirsi.
Il rifiuto ad amare e ad impegnarsi.
A scappare per salvarsi nel paese che non c'è.
Cade la terra, mi ricorda i giochi che non ho mai fatto, il nascondino ed il girotondo.
Chiama i morti, se vorrai, tanto i vivi non ci sono.
Poi sul foglio potrai vivere la più bella fantasia.
Come Estella, con Marcello e con Libera, ci diciamo tutti insieme che per tutti, lo sappiamo, un'altra pagina è possibile.
Basta girare il foglio, del destino.




Cade la  terra. Stralci di lettura da cui non voglio allontanarmi.
In volo.

«Chiamateci per farci indossare abiti di vento» ha detto poco fa Consiglio Parisi. «Chiamateci per cambiarci i destini.»

“Subito mi chiedo quale sia la storia che raccontiamo. Una storia di esclusione, senza dubbio, ma anche di vite dissipate, trascorse senza gridi, senza gesti. La storia di una chioccia che dorme per anni sulla cova e trova i figli tutti morti. Essi ne parlano come di una storia di penitenza, a cui però non segue alcun pentimento.”

“Quando cominciai a scrivere questo romanzo volevo raccontare la storia di Roscigno Vecchia e della sua ultima abitante – e in parte ho attinto a fonti specifiche, a una specifica geografia – ma poi ho preferito che Alento rappresentasse non soltanto un determinato borgo abbandonato, che racchiudesse più di una storia di solitudine. Le case che marciscono in silenzio sono per me una dimora provvisoria, un posto in cui stare, anche solo per poco. Sono nata in uno di quei luoghi scampati dove il passato e il presente si toccano, è infatti sufficiente attraversare una strada per ritrovarsi davanti a un casolare diroccato. Io stessa ho vissuto in una grande casa che mi dirupava addosso, negli anni informi in cui si hanno tutte le possibilità davanti, oppure non se ne ha nessuna. Immersa com'ero nel silenzio, varcavo spesso la soglia di una casa abbandonata e immaginavo il ritorno di quelli che l’avevano abitata. Quasi sempre cambiavo loro i destini.”

Tremeranno guardandosi gli ospiti seduti al desco

 " Ogni povera cosa a un certo punto ha cominciato a parlarmi, a fare clamore dentro il gioco della memoria, perché non è mai bastata a nessuno la sola volontà. Così, risuscito a uno a uno i gesti e i volti, e mi compiaccio ogni volta nel ritrovarli tanto carini e educati. Occorre tempo e una specie di distacco per decidere quali risuscitare e quali no. Certo quelli che mi son venuti in sogno, quelli sì. Per gli altri si vedrà. E non vale se si sono nascosti dietro una porta o nei cretti di un muro maestro, con quei piccoli furbi gridi «C’ero e non mi hai visto». Onestà, cari morti, onestà, o perlomeno un po’ di riguardo per noi solo abbastanza morti”

Andando in un’aria di vetro

"Il funerale fu bello, pieno di presentimento d’eternità mescolato ai fiori. Sulla bara fu adagiato un berretto con un bellissimo gallone d’oro sul davanti, e tutti notarono come il giallo del gallone si sposasse bene con il legno di pino."

Zona di guerra, 18 ottobre 1918
Caro padre,
qui siamo in pieno inverno, piove e nevica, freddo a tutta forza, ma credo che si stia meglio qua che da voi, data l’epidemia che corre e i pericoli della frana. Dite che è crollato un negozio. Pazienza. Sempre allegro e mai sgomento, siate più tranquillo: si è diventati gagliardi guerrieri, da dirlo a fronte alta, non più imboscati. 
Antonio

“Parlavano di noi ma con parole che ci tolgono ogni riposo» interviene Libera Forti, mentre si scuote leggermente come percorsa da un freddo, per cui si avvolge nello scialle di lana. «Questi loro ricordi non ci concedono tregua, ci spossano. Ma guardate cosa faccio con la boccetta che ho qui davanti» e unendo il pollice e l’indice in una specie di cerchio avvicina la mano al vetro, poi schiocca il colpo con l’indice: l’ampollina schizza lontano come una biglia, frantumandosi in volo.”

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