martedì 25 novembre 2014

La vita che vorremmo- Uniter 26 Novembre 2016


Dal senso dei Luoghi di Vito Teti al Senso del sé
di Schopenhauer

Premessa: Quando ho proposto ad Italo e Costanza questa mia riflessione non immaginavo che sarebbe venuta dopo l’ interessante lezione di Vito Teti, su partenza e restanza, il senso dei luoghi, un passato da ricordare e la nostalgia, la sofferenza del ritorno. Quello che era il tema di Vito Teti per i luoghi, in ambito antropologico era il mio tema sull’individuo e se stesso,partenza e restanza all'interno dell'io, un’analisi su come l’uomo rappresenta sé stesso, nel tempo.  Avevo già pronta la mia relazione ma quella sera stessa andai a comprare Marc Augè "Il Tempo senza età, la vecchiaia non esiste", e mi resi conto come anche lo  studioso francese fosse su temi simili. Lui scrive:"per ciascuno di noi la vita rappresenta una lunga ed involontaria indagine. Noi ci immergiamo nel tempo, ci proiettiamo in esso, lo reinventiamo, lo lasciamo scorrere, il tempo è la materia prima della nostra immaginazione.  Al contrario l’età, gli anni che si accumulano ci stupiscono. Il tempo è una libertà, l’età un vincolo. Noi stiamo in mezzo."

Consultiamo  testi, di  Cicerone, De Senectute, di  Simone De Beauvoir La terza età, teniamo diari    e  nel fare un computo accurato degli anni siamo ben lungi dal trovare una direttiva precisa, un filo anche irregolare che permetterebbe di seguire il corso del passato e di apprezzarne in retrospettiva la coerenza. Di fatto  vediamo un insieme composito e mobile in cui si mescolano ricordi che sono anche quelli delle nostre speranze, delle nostre aspettative e delusioni, tutto il contrario di un lineare percorso, "non andiamo da nessuna parte", diceva Teti,  resta  l’ombra del dubbio sulla nostra identità di singolo individuo. Prima o poi ognuno è condotto ad interrogarsi sulla sua età, che sia sotto un aspetto o un altro, e dunque diventare così l’etnologo della sua propria vita







  

26 Novembre 2014

Nel 2009 scrivevo un pezzo su un sorriso del ‘73 e nel riflettere  su quel fermarmi su un episodio di un attimo una  amica mi chiarì cosa stessi facendo. Si chiama consolazione, mi disse, quel fermarsi a ricercare e dare spazio a quel giorno, a quella frase, a quel sorriso che addolcisca un presente complesso.

 Le diedi ragione, e nello stesso tempo  ricordai la frase di

 Ennio Flaiano: nella vita di ognuno i giorni più importanti sono tre o quattro, gli altri servono a far volume

Nello scorrere di un tempo che è fermo, scorre solo per noi, essendo corpi in mutamento, siamo tutti fermi a quei due o tre momenti che costituiscono lo snodo dei giorni a venire,  I bivi ci hanno costretto alla scelta, lasciandoci altre opportunità alle spalle. Chissà quali!

 Debord, negli anni sessanta,  parlava del mondo come rappresentazione, come spettacolo, ora potremmo parlare dell’individuo come  si rappresenta, come spettacolo, come immagine di sé.

In un tempo senza tempo, quello del nostro presente che scorre,  si sta

La Vita Che vorremmo fra un passato che rielaboriamo e ci raccontiamo in modo sempre diverso, eppure uguale, ed un futuro sul quale proiettiamo il non  avuto, un futuro che esorcizziamo, forti della nostra ragionevolezza e della maniacalità delle nostre abitudini da conservare, abitudine che dà sicurezza e tranquillità, routine.

In questo territorio straniero sta il racconto, quello che noi diciamo agli altri di noi, quando si apre apparentemente quel bisogno che si chiama confessione.



Aldilà della

la rappresentazione di una vita di tutti che poi esibiamo in circoli, in reale e virtuale, immaginandoci
insomma l'esperienza è soltanto conoscenza del fenomeno e non della cosa in sé
noi conosciamo il nostro io solo come fenomeno
immerso in mondo virtuale che ci rappresenta e rappresentiamo.
la vita che vorremmo.
 Vi faccio alcuni esempi molto vicini a noi.

Mi capita di ascoltare, sono loro spontaneamente che mi raccontano, spezzoni di vita degli altri, fermi, come vi dicevo a quei due o tre momenti che costituiscono la vita di ognuno di noi.

Una signora rielabora un suo matrimonio, ormai consorte morto, e mi dice che lei si sposò per ultima fra tutte le sue amiche e nel raccontare e raccontare ci tiene a dirmi che lui ad un certo punto le disse di aver cercato tanto in giro per le città del mondo e poi era ritornato da lei e  la sua donna era lei, sempre stata accanto, della sua stessa strada!

Raccontato stesso episodio ad amica di lei questa mi chiarisce che l’ uomo era scappato per ogni dove pur di non sposarla e poi l’aveva sposata per sfinimento.

Due visioni contrapposte ma nella rielaborazione che la signora a me quasi sconosciuta faceva del suo passato senza esserne richiesta c’era una mestizia e una dolente trasfigurazione ed insieme un autoassolversi di aver dovuto tanto aspettare per sposarsi. Me lo ripeté infatti una infinità di volte.

Così tutti elaboriamo nella vita che vorremmo momenti che non riusciamo ad accettare,  addirittura una signora mi raccontava di un suo marito, anche questo morto di recente e che la picchiava ubriaco, quanto fosse angelicato e buono, ai limiti di una schizofrenia.

Inizia poi il coro di Avrei Voluto, come quella canzoncina dei cugini di campagna

 Avrei voluto un'altra donna,
avrei voluto un altro amore
magari meno bella
e che mi somigliasse un po'. 

Le recriminazioni

Avrei voluto un’altra vita, potremmo cantare,  molti avrebbero voluto fare altri studi, vivere in altri luoghi, scegliere altri amori, e magari sono stupiti di come una frase, una situazione innocente, li abbia portati da tutta altra parte.

Un avrei e un vorrei



Essendo la mia una analisi semplice, da osservatrice, vorrei solo darvi spunti di riflessione su questi dettagli e su come non esista un passato, un nostro passato, bensì esiste soltanto un ricordo modellato, reso fruibile per essere accettato.

Molti mi vorrebbero raccontare la loro vita convinti che io sappia metterla su un foglio, una loro esigenza questa che oltrepassa il puro raccontare, vogliono proprio vedersi. Raccontati.

Io mi rifiuto, intanto non avrei la tecnica del racconto, ho solo il dono della sintesi e del dettaglio, quindi ridurrei qualsiasi vita a quei due o tre snodi dove si sia incagliata, e poi non credo ad una parola, oppure credo poco alla situazione che mi stanno raccontando.

Non credo neppure ai miei racconti, portata ad ingigantire un sorriso di una persona che giustamente non ricorda, portata a smemorare interi anni e a affastellare gli anni in fascine disordinate.

Fermi a quell’episodio, a quel torto, a quel periodo che ci è mancato, siamo tutti.

Fermi.

Siamo fermi anche davanti al futuro che non conosciamo, che temiamo, verso cui ci attrezziamo per non esser vinti una volta di più.

Per non subire altre delusioni, per veder il frutto di un nostro, supponiamo, sacrificio, affetto, dono.

Sul futuro mi vengono raccontate pochissime cose, in genere il rancore oppure la soddisfazione sta in quel che si è raggiunto, in quella stabilità alla quale diamo il nome di presente non volendogli riconoscere l’instabilità del divenire.

Sul futuro il nostro sguardo muta, lo si proietta sui figli, sui nipoti, sui ragazzi che a noi sembrano vaghi,  senza troppi illusioni, nella sfera sentimentale  fragilissimi,  loro dicono che vorrebbero le nostre certezze, le certezze di chi viene da altri tempi, di chi come le nostre generazioni si è abituata ad accettare quello scarto fra quel che si vuole e quel che si può, e noi guardiamo il futuro non credendolo.

Nel film di Fabio Mollo, Il Sud è niente, molto premiato in tutto il mondo e che io ho presentato più volte c’è una frase che io ho imparato a memoria e che noi tutti conosciamo.

Non importa quello che tu vuoi o non vuoi, importa quello che tu puoi o non puoi.

La frase che le nostre mamme a casa ripetevano, per farci accettare proibizioni e rinunce  era- L’erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re

Però dopo aggiungevano di studiare, di impegnarsi, di fare sacrifici, di avere pazienza. Pazienza e volontà. Elogio della volontà.

 Tutto questo bastava per  l’elaborazione, la trasformazione, il farsi una ragione .

La vita che vorremmo è appunto farsi una ragione di come sia andata ogni cosa, adeguando come un abito ogni avvenimento alla taglia che indossiamo per andare nel mondo ben vestiti e con stile. L’identità che possediamo dubitando.







Ippolita Luzzo




 






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